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Mercoledì 28 Ottobre 2020

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FINE ANNO «CALDA»

Bosisio: «Io, preside rigido che sa dialogare»

L’analisi inflessibile del direttore de Il Collegio, il reality Rai

Bosisio: «Io, preside rigido che sa dialogare»

Paolo Bosisio

CREMONA (3 giugno 2020) - L’ultima campanella suonerà lunedì prossimo e sarà un suono virtuale, una chiusura d’anno scolastico senza che i riti della scuola si siano compiuti: dall’intervallo alla gita tutto congelato, le interrogazioni ci sono state, anche le verifiche ma poi è arrivato il tutti promossi, poi ci si è ripensato e allora a settembre si recupereranno le insufficienze. Esami di terza media da remoto, con una tesina, esami di Stato in presenza con l’oralone… In tutto questo procedere fra post su Facebook e circolari si è deciso di interpellare uno che di scuola ne sa, rigido e implacabile, il preside de Il Collegio, il reality della Rai che racconta la vita di una classe di adolescenti alle prese con gli esami di terza media in anni differenti della storia repubblicana, si è partiti dai primi anni Sessanta al 1982 dell’ultima edizione, la quarta. Il cattivissimo preside de Il Collegio – seguitissimo dai ragazzini delle medie e non solo – è Paolo Bosisio, ex docente di storia del teatro all’Università degli Studi di Milano, ma anche regista lirico e attore. «Ho insegnato e fatto anche il preside per 12 anni in una scuola privata, all’inizio della mia carriera universitaria, allora lo imponeva lo stipendio».

Insomma il ruolo di preside de Il Collegio non è poi così strano per lei?
«Direi di no, anzi mi sono e mi sto divertendo molto — è la risposta di Bosisio —. Poi, ovviamente, come età io vengo da un’altra scuola».

Ovvero?
«Beh la mia generazione, io sono del 1949, ha avuto la fortuna di godere della scuola pre sessantottina, con gli esami di seconda elementare, di quinta naturalmente, la selezione per le medie, altrimenti c’era l’avviamento e poi gli esami di quinta ginnasio e la maturità vecchissimo stile».

Nostalgia?
«Direi di no, piuttosto la sensazione di una scuola che ha perso il rispetto per sé stessa e per gli studenti».

Si riferisce a tutte le sparate del ministro Azzolina, al tutti promossi? Agli esami in presenza o da remoto? Insomma a quanto siamo vivendo…
«Non potrebbe essere altrimenti. Ma che senso ha un esame con la tesina per la terza media che viene immancabilmente fatta dalla mamma e dalla zia? Ma siamo seri. Si è fatto male a non pensare a una parziale riapertura».

Anche con la minaccia del virus?
«Io da qualche anno abito in Thailandia, mia moglie è coreana e la Corea ha riaperto le scuole, ma ha debellato il virus con sistematica determinazione e un piano chiaro. Non pensare a una riapertura almeno parziale, per i ragazzi che faranno l’esame mi pare una follia. E poi perché non utilizzare i mesi di giugno e luglio per riaprire le scuole, non dico recuperare contenuti, ma anche, pensare a una scuola diversa».

Insomma il preside de Il Collegio boccia la scuola del lockdown?
«Non si tratta di bocciare o promuovere. Certo la didattica a distanza non è una soluzione che può configurarsi come permanente. L’insegnamento è relazione e incontro, non solo trasmissione di nozioni. Attenzione: non significa promuovere tutti».

Il 6 politico della Azzolina, annunciato, poi negato e ora la promozione con insufficienze?
«I ragazzi hanno bisogno di verifiche, di riti di passaggio, hanno bisogno di confrontarsi, di misurarsi e il passaggio alla classe successiva, l’esame offrono questo rito».

Non rimpiange la scuole gentiliana...
«Assolutamente no. Ma certo la scuola molliccia di oggi è irrispettosa nei confronti dei ragazzi. È una scuola pilotata da gente incolta. Dovremmo avere più rispetto per i ragazzi e soprattutto dovremmo spiegare cosa è il rispetto, ma al tempo stesso rispettarli, dando loro una formazione vera, con le difficoltà e le soddisfazioni che ogni esperienza di vita porta con sè».

Il suo preside non rischia di apparire un po’ reazionario?
«Ma no, sono rigido, intransigente, ma non credo ottuso. I ragazzi alla fine hanno nel preside un punto di riferimento, un confronto che incute timore, ma anche con disinteresse indica loro la via, quale è l’atteggiamento consono da assumere. Di questo mi sono reso conto soprattutto nell’ultima edizione del Collegio».

In che senso?
«Io non recito, ho indicazioni dagli autori, ma poi le relazioni con gli studenti nascono sul set, durante la trasmissione, le registrazioni. Faccio riferimento alla mia esperienza di docente e di preside, da lì prendo per il mio personaggio. I ragazzi sono selezionati fra studenti veri e vivono per un mese insieme, spiati dalle telecamere. Nell’ultima edizione, ambientata nel 1982, ho sentito qualcosa dentro di me, ho capito che forse non bastava la rigidità, ci voleva qualcosa d’altro, un approccio diverso. Teniamo conto che la scelta dei ragazzi è legata a tipologie di studenti non sempre facili e che insieme possano essere esplosivi, detonare relazioni non sempre tranquille. All’inizio ho avuto l’impressione che non riuscissi a far breccia, ho dovuto interrogarmi e pormi in dialogo, senza per questo disconoscere il mio ruolo».

Il preside Bosisio è tornato professore?
«Forse sì, anche se me ne sono andato dall’Università quando, dopo un anno sabbatico, mi sono ritrovato davanti agli studenti e mi sono reso conto che non parlavamo più lo stesso linguaggio. Era il 2010».

Eppure è tornato a suo modo in cattedra con il Collegio?
«Per colpa di una mia studentessa che lavora nella casa produttrice Magnolia e mi ha detto che stavano per iniziare un reality in cui c’era un ruolo adatto a me. Sono stato al gioco, alla fine in gioventù ho fatto l’attore. A settant’anni mi sono reinventato, altrimenti la pensione rischia di ammazzarti. E ora ci sono genitori che quando mi incontrano per strada mi chiedono consigli, mi raccontano le loro difficoltà coi figli…».

© RIPRODUZIONE RISERVATA DI TESTI, FOTO E VIDEO

03 Giugno 2020