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Giovedì 27 Febbraio 2020

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LE INIZIATIVE

#DIRITTODICRITICA, le recensioni degli studenti di Socrate il sopravvissuto

#DIRITTODICRITICA, le recensioni degli studenti di Socrate il sopravvissuto

CREMONA - Ecco le recensioni di Socrate il sopravvissuto degli studenti che hanno partecipato a ‘Diritto di critica’. Scegli quella che preferisci [VOTA]: le votazioni restano aperte fino a sabato 22 febbraio.

CASELANI SARA - Nove banchi, un microfono al centro e un telo per proiettare: sul palco del Teatro Ponchielli, il 6 febbraio, è andata in scena una doppia tragedia, ispirata al libro di Antonio Scurati “Il Sopravvissuto”. Viene alternato il racconto della morte del filosofo Socrate e il momento in cui lo studente Vitaliano Caccia, ripetente e forse vittima di un sistema scolastico fallimentare, colpisce a colpi di pistola la commissione di maturità del 1999, risparmiando solo il professore di Storia e Filosofia. Lo spettacolo “Socrate il sopravvissuto come le foglie”, messo inscena dalla compagnia Anagoor di Castelfranco Veneto, vuole suscitare degli interrogativi nello spettatore sul ruolo di chi si dispone di fronte ad un gruppo di giovani incaricato della loro educazione. La trama risulta confusa e poco comprensibile da un pubblico così giovane (ho infatti assistito alla rappresentazione per le scuole tenuta la mattina del giorno 6 febbraio); mi ha colpito la professionalità degli 8 ragazzi e del professore, che ha sostenuto numerosi monologhi in maniera egregia.Molto belli gli effetti scenici: con immagini e suoni dedicati a momenti della vita di Socrate. Il ritmo della rappresentazione silenzioso e lento ha lasciato spazio a pensieri personali. Pochi i dialoghi ad eccezione di quello di Socrate con un suo discepolo Alcibiade, in cui il professore è conscio del suo ruolo di educatore, è cosciente di non poter arrivare a conoscere a fondo ogni studente e conosce la sua difficoltà a rimanere nel programma ministeriale di insegnamento. Non ho particolarmente gradito lo spettacolo, nonostante abbia apprezzato l’energia e la convinzione degli attori che a mio parere hanno dato il meglio sul palco del teatro Ponchielli!

CESURA GIADA - Pare di aver dovuto aspettare le calende greche per giungere sino alla fine dello spettacolo. Sarà stato un omaggio indiretto del regista a Socrate? Probabilmente anche l’eccessivo tempo dedicato alle varie scene alternatesi sul palco del Ponchielli voleva essere un chiaro rimando alla figura di Socrate: si mormora che alcuni spettatori abbiano sentito quasi la barba da filosofo crescere… “Socrate il sopravvissuto”, messo in scena al Teatro Ponchielli il 6 febbraio dalla Compagnia Anagoor. Sul palco scarno si sono alternate scene di un ipotetico liceo ambientati all’inizio del millennio e monologhi tratti direttamente dalle opere socratiche. Il filo logico che avrebbe dovuto collegare le due parti era talmente sottile che, più che assomigliare a un crine di cavallo, tendeva all’inesistenza. Scene di corpi studenteschi abbandonati alla sonnolenza, movimenti dei corpi ripetuti per un tempo infinitamente prolungato, azioni macchinose ininterrotte. Sembrava di essere davanti allo schermo freddo di un pc, davanti a una selezione di spezzoni video fini a sé stessi. Probabilmente l’unica nota positiva sarebbe potuta derivare da una maggiore attenzione alle parole del “prof di filosofia e storia”, successivamente riconosciuto come interprete di Socrate. Le parole che scaturivano dalla sua bocca accendevano di un lieve tepore quell’ambiente freddo che si era andato a creare tra la platea e il palco. Parole ricche di significato, peccato che siano state spese invano in un pubblico tediato dalla realizzazione di uno spettacolo (purtroppo) da definire mancante di pathos. La suspance è giunta ormai sul finale, quando una macabra descrizione di corpi martoriati da colpi di pistola ha fatto capolino sulle note di una studiata colonna sonora. Un Socrate che più che sopravvissuto sembra essere rimasto nel suo sepolcro ad Atene.

COPPIARDI PIETRO - Socrate il sopravvissuto/come le foglie è andato in scena al Ponchielli il 6 febbraio, con due rappresentazioni nella stessa giornata. La regia è di Simone Derai e il cast è principalmente formato da ragazzi molto giovani. Sul palco non vi è nulla che delimiti lo spazio della scena, niente fondale e niente quinte, e gli unici arredi sono dei banchi, delle sedie e uno schermo sospeso sul fondo. L'ambiente quindi è quello di una classe ed è proprio qui che lo spettacolo ha inizio, in una classe al suo ultimo mese di quinta superiore, dove un professore di storia e filosofia si rivolge ai suoi studenti. Egli è in crisi, perché non comprende il compito che le sue materie hanno nella formazione dei ragazzi, perché è il primo a non credere a tutto ciò che racconta loro, perché non conosce se stesso e il suo ruolo. Parallelamente, viene raccontata un'altra storia, quella di Socrate, che ha dedicato la sua vita all'insegnamento e alla formazione dei giovani e che, come ultimo atto di quest'esistenza, ha scelto di morire per non tradire ciò in cui credeva. Le due storie procedono una accanto all'altra creando tra loro un forte parallelismo che guida lo spettatore fino a un inatteso finale. La scarsità (in questo caso quasi assenza) degli arredi di scena lascia spazio all'interpretazione degli attori che è in effetti soddisfacente, soprattutto per quanto riguarda il protagonista. Particolarmente riuscite sono le pari proiettate sullo schermo: le immagini sono registrate ma i dialoghi sono recitati dagli attori sul palco che così danno voce a una ripesa muta. Tuttavia lo spettacolo ha anche degli aspetti negativi: l'inizio infatti è veramente lento e si fatica a cogliere il filo logico del racconto, che diviene chiaro soltanto più avanti, e nel corso della serata ci sono dei momenti di stasi troppo lunghi che finiscono per annoiare lo spettatore. Nonostante ciò lo spettacolo è complessivamente abbastanza positivo perché sa compensare i vari momenti poco riusciti con altri più gradevoli. Inoltre esso offre numerosi spunti di riflessione sul tema della scuola e della formazione, problema antichissimo eppure molto attuale, cercando di analizzare il rapporto tra insegnante e allievo attraverso il confronto con il padre di tutti i maestri.

FERRARI MATILDE - Il sipario è aperto: il silenzio e l'inconsistenza del palco sono colmati dai banchi e le sedie, ai quali fa da sfondo un imponente schermo bianco. Una classe senza alunni né professori, la rappresentazione dell'ossatura dell'apparato scolastico: ecco come si apre "Socrate il sopravvissuto", lo spettacolo inscenato giovedì 6 febbraio 2020 al Teatro Ponchielli dalla Compagnia Anagoor. Un'analogia tra la strage raccontata all'interno dell'omonimo romanzo di Antonio Scurati e il drammatico suicidio di Socrate. Un intreccio di fatti, vicende e tematiche: la voce narrante nonché il protagonista stesso è Marco Menegoni, un insegnante di storia e filosofia che si interroga sulla storia come insieme di eventi e numeri, sulla sua figura di educatore e su come guadagnarsi la stima degli alunni senza prevaricare la sottile soglia dell'eccessiva confidenza. Lo sguardo è rivolto alla sua classe, che lentamente si riempie di studenti: uno sfondo audiovisivo di forte impatto predomina la scena. Una scelta azzardata forse, troppe immagini vengono ricreate sul palco, di conseguenza l'insieme appare alquanto confusionale e la trama stessa viene offuscata da quanto accade in scena. Molto apprezzata invece la conversazione improntata su tematiche filosofiche tra Socrate e Alcibiade, i quali, presenti nel video proiettato sullo schermo, vengono doppiati da Marco Menegoni e uno dei giovani attori. Il finale è sicuramente il momento più emotivamente coinvolgente: la realtà assume una dimensione folle, tanto che gli studenti, in vista della foto di classe, si dipingono il viso di diversi colori. Socrate è morto, nulla ha più senso. I ragazzi raccontano come fossero narratori onniscienti il folle gesto del maturando Vitaliano Caccia, il quale, durante la strage compiuta all'esame orale, risparmia solo il suo docente di storia e filosofia. Lo spettacolo termina senza una vera e propria conclusione, forse proprio perché non vi può essere per una realtà così irrazionale. Una rappresentazione travolgente, impegnativa, non propriamente alla portata di tutti, una serie di intrecci spazio temporali a cui si alternano immagini uditive e metaforiche a soliloqui e discorsi di carattere filosofico. "Socrate il sopravvissuto" è sicuramente uno spettacolo più da vivere che da raccontare.

FOSSA ALESSANDRA Passare due ore a teatro sperando che l’arte messa in scena possa arricchirti anche solo minimamente ed uscire esattamente come si era entrati, lascia sicuramente l’amaro in bocca e la consapevolezza di non aver per niente soddisfatto le aspettative iniziali. Lo scorso 6 di Febbraio fredda era la serata, freddo era il Ponchielli e fredda è stata la rappresentazione della compagnia Anagoor di “Socrate il sopravvissuto – come le foglie” per la regia di Simone Derai: fredda e lenta, scollata e poco intellegibile dai più, tanto da far pensare ad un teatro di nicchia per pochi intimi che possono, o fingono, di capire l’arte messa in scena. Lunghi tempi morti accompagnati da musiche a dir poco angoscianti hanno fatto da cornice ad un’interpretazione innovativa per la scelta dell’utilizzo del filmato ma pesante e a tratti fastidiosa per l’incapacità di lanciare messaggi che potessero essere colti dagli spettatori in sala. Peccato perché tecnicamente la compagnia ha sicuramente attori talentuosi ma gli accorgimenti scenici ultramoderni oltremodo poco soddisfacenti, risultano assolutamente azzardati nel cercare di unire due momenti particolari, quali la morte di Socrate e la tragedia consumata da Vitaliano Caccia, personaggio principale frutto dell’immaginazione di Antonio Scurati ne “Il Sopravvissuto”, che, alla quarta prova dell’esame di maturità uccide tutti i suoi professori tranne Antonio Marescalchi (Marco Menegoni), professore di filosofia. Il parallelismo che ne consegue risulta troppo fedele alle pagine del libro che vengono lette pedissequamente, anche nei dettagli più crudi, negli ultimi quaranta minuti di spettacolo affossando l’attenzione anche dello spettatore più concentrato. La vera tragedia è quella della lentezza con la quale ci si trascina verso la fine dello spettacolo che induce all’unica vera domanda plausibile: chi può sopravvivere a Socrate stasera? “Scio me nihil scire”…

HILITANU ALEXANDRA BRUMA -“LA VERA SAGGEZZA STA IN COLUI CHE SA DI NON SAPERE!...” Il 06/02/2020 si è tenuto al Teatro Ponchielli di Cremona lo spettacolo “Socrate il sopravvissuto/come le foglie” di Anagoor che si ispira al libro di Antonio Scurati “Il sopravvissuto”. In un mondo in cui i concetti che stanno alla base della vita sono così sfumati da non distinguere la luce dalla tenebra scopriamo che nemmeno Socrate aveva tutte le risposte, che si muore nella realtà e che non è ignorante chi non sa ed è consapevole di non sapere, ma chi crede di conoscere pur non sapendo. Il regista decide di intrecciare la morte di Socrate, con i pensieri di un professore di filosofia, l'unico a essere risparmiato da Vitaliano che uccise la commissione d'esame il giorno della maturità. Attraverso una rude, graffiante e a tratti fastidiosa scena, Anagoor ci mette davanti ad una società, la nostra, in cui se non ti conformi vieni eliminato assieme ai libri e altre cose vecchie. Lo spettacolo passa da momenti di completo silenzio e lentezza a musiche assordanti, da scene monotone a momenti carichi di tensione, che fanno da metafora al nostro mondo bipolare, fatto di incertezze e contrari. Ma non si limita a questo. Immerge lo spettatore nella mente di un professore e gli mostra la sua umanità e il suo amore per gli alunni, ai quali, a volte, deve mentire per garantirgli un'opportunità. Sono trattati i temi della morte, del dubbio, del crimine, con una scenografia che ho trovato dissonante e curata. Ho apprezzato le scelte del regista che considero all'avanguardia, come la scelta di far recitare i protagonisti con le spalle al pubblico. Gli attori erano naturali e versatili e, nonostante i personaggi della vicenda fossero distanti dal pubblico, sono riusciti a fare immedesimare lo spettatore e a fagli comprendere le loro emozioni e le loro azioni. Lo consiglio a tutti perché ci meritiamo di uscire dall'ignoranza e di sbattere contro la nostra realtà. “...PERCHÉ IO SO DI SAPERE PIÙ DI TE, CHE PENSI DI SAPERE.” Cit. Socrate

QUATTRONE ALICE – Giovedì 6 febbraio è andato in scena al Teatro Ponchielli “Socrate il sopravvissuto”, spettaolo vincitore di numerosi premi nazionali realizzato dalla compagnia Anagoor. Una scenografia spoglia ed essenziale - qualche banco scolastico al quale ad uno ad uno lentamente giungono i ragazzi - introduce lo spettatore all’interno di una classe liceale. La figura centrale è quella del maestro, l’insegnante di Storia e Filosofia, che esprime il proprio rammarico nel rendersi conto che l’organizzazione scolastica odierna lo costringe ad essere solo un fornitore di dati e numeri. In un’intensa interpretazione, Marco Menegoni si ribella a questo sistema, che considera lo studente un puro contenitore da riempire di nozioni. In questo modo i ragazzi si sentono sopraffatti: sulla scena dei validissimi giovani attori scivolano annoiati dalle proprie seggiole, una ragazza viene sepolta letteralmente dai libri senza che questi le trasmettano veramente il loro sapere. Al culmine di questo processo di apprendimento così subìto, gli attori-studenti si ritrovano a ballare insieme, con tempi perfettamente sincronizzati, una danza meccanica, ripetitiva e assimilabile ad una marcia militare. Gli occhi dei ragazzi sono fissi, i volti privi di espressione. La necessità di ridare alla scuola la sua funzione educativa ci fa rivolgere lo sguardo al passato, alle ore che precedono la morte di Socrate e all’intenso dialogo con Alcibiade. Attraverso una rappresentazione su schermo, resa ancora più suggestiva dalle splendide maschere realizzate da Silvia Bragagnolo e Simone Derai, i due si interrogano sul giusto e l’ingiusto e su quale sia il vero valore della conoscenza. La vicenda di Vitaliano Caccia, che nel suo tragico finale, proprio come nel romanzo di Scurati, uccide l’intera commissione con la sola eccezione dell’insegnante di Storia e Filosofia, funge da monito per ricordarci quale sia il vero compito dell’educatore e come la conoscenza non sia solamente un pesante mantello da gettare sui ragazzi ma piuttosto il continuo stimolo a “lanciare e rilanciare nuove idee, scelte, supposizioni e antitesi”.

RUSSO SILVIA ANDREA –  Suggestivo. Provocatorio. Inquietante. Numerosi gli applausi per Socrate il sopravvissuto, come le foglie, approdato al Ponchielli nella serata del 6 Febbraio. Prodotto ambizioso ed intrigante della compagnia eclettica Anagoor, la messa in scena si configura come una profonda indagine attorno ad un pungente ma tacito interrogativo. Spesso ridotto alla marginalità, il problema della conoscenza e dell’educazione non smette, sebbene nel parziale silenzio, di richiamare l’attenzione delle coscienze umane. Con Socrate il sopravvissuto, Anagoor si presta a portavoce di una sentita e lucida riflessione sull’effettiva efficacia della scuola nella formazione delle generazioni future e su ruolo da mediatore del docente. Compiti ormai cristallizzati, topici, appartenenti ad una sempre più lontana dimensione astratta ed utopica. Nove giovani attori sono gli alunni di quella classe all’interno della quale si immerge l’occhio attento dello spettatore. Al loro fianco, o meglio, di fronte a loro, la personificazione del dovere educativo, un professore (Marco Menegoni) combattuto tra rigida convenzionalità e realtà. Un palcoscenico privo di delimitazioni spaziali diviene luogo di incontro-scontro di epoche, di idee, campo d’azione di quel passionale fluire atemporale attraverso il quale si srotola Socrate il sopravvissuto. Alle più profonde pagine del romanzo di Antonio Scurati, Il sopravvissuto, si mescolano i ritratti e le parole eternamente custodite nel Fedone platonico. Ecco che la condanna a morte e l’uccisone del padre della maieutica si fondono alla tremenda strage portata a termine da Vitaliano Caccia, assassino dei suoi stessi docenti, ad eccezione del professore di filosofia. È in questa dimensione dilatata, scissione e contemporaneamente unione di passato e presente, che si realizza una titanica esplorazione tra sapere e potere, verità ed opinione, conoscenza e responsabilità educativa. Un crescente stordimento ed inebriamento visionario accompagnano un sempre lucido percorso attraverso il pensiero occidentale, dalle sue origini ai suoi tragici risvolti attuali. Forte di una severa, ma emblematica, essenzialità scenografica, Socrate il sopravvissuto è un feroce invito alla ricerca, al cambiamento, allo sviluppo di una matura consapevolezza della realtà e dei suoi potenziali.

TOLOMINI BENEDETTA - Sembrava una macabra lista della spesa: gli stermini del ventesimo secolo si susseguivano uno via l’altro, senza neppure lasciare il tempo per riflettere sull’orrore che rappresentano. “Non si può lasciare l’ultima parola al massacro”, diceva Vitaliano Caccia, ma gli è stata concessa la prima: è stato questo l’esordio dello spettacolo “Socrate il sopravvissuto. Come le foglie” messo in scena dalla compagnia Anagoor e diretto da Simone Derai, giovedì 6 febbraio al teatro Ponchielli. Lo spettacolo compie un viaggio nel tempo partendo da “Il sopravvissuto”, romanzo di Scurati del 2005 in cui si raccontano le stranianti riflessioni del professor Marescalchi sopravvissuto alla strage compiuta a scuola da Vitaliano, suo alunno prediletto, fino ad approdare nel IV secolo a.C., antica Grecia, con i dialoghi di Platone. Non entusiasmante: estremamente complesso e talvolta lento, è stato difficile cogliere a pieno il messaggio che voleva veicolare a causa delle azioni compiute che, molto astratte, si sono rivelate di difficile e non immediata interpretazione. Mi aspettavo più evidente il parallelismo tra educazione odierna ed antica, così da poterne trarre interessanti conclusioni. Non abbastanza protagonista il tema del rapporto alunno-insegnante, centrale nel libro di Scurati. Nonostante questo non mancano note positive: originale il sottofondo musicale, dalla monotonia ipnotica, e apprezzabili i giovani attori che hanno tenuto la scena eseguendo gesti ripetitivi dalla semplicità ingannevole. Convincente l’impianto video e affascinanti i costumi degli attori virtuali. Purtroppo non è stato chiaro se durante il dialogo di Platone i due attori sul palco volessero riprodurre o semplicemente doppiare il video riprodotto di fronte a loro, ma nonostante questo è stata la scena che, grazie alle riflessioni Socratiche, ha saputo offrire maggiori spunti al pubblico. Lo spettacolo può lasciare perplessità, causando in molti la sospensione del giudizio su cui i filosofi greci si sono molto interrogati. Numerosi i quesiti che mi pongo riguardo l’interpretazione generale dello spettacolo, spero possano maturare e, in un domani, trovare risposte. Anche se, come insegna Socrate, all’aumentare delle risposte aumentano anche i dubbi. 

VIOLA ALESSANDRA - “Socrate il sopravvissuto-come le foglie”, andato in scena giovedì 6 febbraio 2020 al Teatro Ponchielli, è un pugno nello stomaco che costringe gli spettatori a riflettere e suscita in essi numerose domande e perplessità. L’opera, realizzata dalla compagnia teatrale Anagoor, si ispira al romanzo “Il Sopravvissuto” di Antonio Scurati con innesti liberamente ispirati a Platone. In scena si presenta il professore di storia e filosofia, interpretato da Marco Menegoni, l’unico sopravvissuto alla strage compiuta dallo studente Vitaliano Caccia durante l’esame di maturità e confessa al microfono, davanti a nove banchi vuoti e dando le spalle al pubblico, le sue incertezze, le complessità nell’insegnamento della storia cercando di non renderla un elenco di genocidi. Al monologo fanno da cornice gli otto studenti. I ragazzi stanno seduti ai propri banchi e in una lunga e lenta scena, accompagnata da sottofondi musicali che tengono attenti gli spettatori, si adagiano fino a “sciogliersi” sotto i banchi stessi dal non senso delle lezioni, poi gettano i libri in un incendio di carte impolverate e passate. In seguito strizzano i libri impregnati d’acqua, cercando probabilmente di recuperarli dall’annacquarsi del ruolo moderno della scuola o per trattenere il contenuto che sfugge. Il professore si interroga sul senso dell’educare, ha la consapevolezza di invecchiare emotivamente mentre gli studenti vivono il presente dell’essere corpi giovanili. La figura del docente si contrappone o solamente ricorda quella di Socrate nel “Fedone” di Platone, il Socrate che chiede ai suoi studenti di superarlo, di fare domande, di mettere in discussione il pensiero del maestro. Tutto ciò viene rievocato in un video proiettato su grande schermo a fondo scena, con attori in costumi greci e maschere che richiamano alla classicità. Il video è però muto e il dialogo tra Socrate e il giovane Alcibiade è riprodotto in diretta da Menegoni e da alcuni degli altri interpreti. Nella sua regia, Simone Derai, dispone sulla scena pochi elementi di cui ha bisogno e si distingue per una essenzialità che si rifà perfettamente al testo. Il Teatro Ponchielli gremito e un po’ turbato, applaude a uno spettacolo che pone domande, le cui risposte sono lasciate al pubblico, a ciascuno di noi che siamo o siamo stati studenti; forse lo saremo sempre. 

ZATTA MATTIA - “Il mese di maggio, per un professore di storia è terribile”. Così si apre lo spettacolo in scena giovedì 6 febbraio 2020 al teatro Ponchielli. Prima dell’inizio, l’ingresso è quasi ostruito da una folla di ragazzi; all’interno il teatro è pieno, pieno di giovani. Molto positivo. Sono venuti a vedere i loro compagni attori? Sul palco appaiono nove banchi di scuola e un insegnante, il professor Marescalchi, “Il sopravvissuto”, preso come base per la rappresentazione. Nel romanzo si racconta di un giovane, Vitaliano Caccia, che, presentatosi al suo secondo esame di Stato con una pistola, stermina la sua commissione, lasciando in vita il solo insegnante di storia e filosofia, Marescalchi appunto. Una trama così articolata che, nella rappresentazione teatrale, è impossibile anche solo intuire, se non per alcuni brevi momenti estratti dal libro di Antonio Scurati. La recita è troppo ferma, priva di colpi di scena. Pesante di stile quanto il romanzo. Quindici minuti trascorrono guardando gli studenti seduti ai banchi, che, molto lentamente, si afflosciano a terra; una musica assordante e fastidiosa fa da sottofondo. Un plauso, comunque, a tutti i ragazzi, per aver recitato bene, pur senza dire una parola. Poi un video: dialogo tra Seneca e Alcibiade. Gli studenti lo guardano con noi e scuotono le braccia nel momento in cui il personaggio a cui corrispondono interviene nel dialogo. Una rappresentazione teatrale non deve necessariamente essere piacevole, ma può far riflettere. Per questo si tenta di intuire il perché di queste scelte, ma non ci si riesce, perché troppo viene lasciato in sospeso. Forse si volevano sottolineare i momenti bui e di disagio della nostra scuola? Forse sarebbe stata necessaria maggior chiarezza. La rappresentazione è di tale lentezza, che, combinata con l’orario, concilia di certo il sonno. Avrà lasciato qualcosa in noi lo spettacolo? Gli spettatori, all’uscita, hanno pareri differenti su quanto hanno visto. Potrebbe essere sufficiente, dato che lo spettacolo si collega alla filosofia e all’incertezza, ma certe proposte talmente ambigue appaiono prive di senso, fanno uscire così come si è entrati. Nonostante la bravura degli attori e la scenografia appropriata, non viene veicolato il pensiero che forse si voleva trasmettere. Lo spettatore comune esce perplesso, sicuramente si aspettava qualcosa di diverso.

15 Febbraio 2020