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Giovedì 27 Febbraio 2020

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#DIRITTODICRITICA, le recensioni degli studenti di Madre Courage

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CREMONA - Ecco le recensioni di Madre Courage degli studenti che hanno partecipato a ‘Diritto di critica’. Scegli quella che preferisci [VOTA]: le votazioni restano aperte fino a sabato 1 febbraio.

BRUMA HILITANU ALEXANDRA - Giovedì 9 gennaio al Teatro Ponchielli è andato in scena lo spettacolo “Madre Courage e si suoi figli” opera di Bertol Brecht e diretto da Paolo Coletta. Siamo nella guerra dei trent'anni, in un epoca dove l'uomo si è abituato a sopravvivere. Qui c'è Madre Cuorage (Maria Paiato) che ama la guerra perchè con essa si arricchisce e riesce a nutrire i propri figli. Ma la guerra è una falsa amica, infatti prima ti dà da mangiare e poi ti ingoia e cosi ha fatto con i figli della donna. Madre Courage non versa lacrime sui suoi bambini persi e continua a fare affari e ad amare la guerra la quale l'ha distratta e alienata del tutto. La scena si apre con una lastra nera, il cielo, che riflette il cupo pavimento, la terra. Nel cielo c'è un buco che si illumina di rosso, come fatto da una mano nel tentativo di strappare da lì qualcosa che non ci doveva stare, come un buco nero, come un sole freddo e lontano, come un occhio, come l'Inferno. La scena è allestita in modo semplice e non compare mai il carro a cui gira attorno tutta la storia, che può essere immaginato a piacimento. Ho trovato la scenografia molto all'avanguardia e in grado di far trovare allo spettatore l'atmosfera della guerra. Mi è inoltre piaciuta molto l'idea di mantenere la scena uguale, nonostante la protagonista continuasse a spostarsi in paesi diversi, era come dire:”le terre dei vincitori non sono diverse da quelle dei vinti dopo una battaglia”. Ho trovato lo spettacolo perfetto, come immaginavo che fosse. Le canzoni sono state efficaci nel distogliermi dal magnetismo dello spettacolo e nel farmi riflettere, inoltre i piccoli errori commessi dal trombettista e quelli di sincronizzazione hanno avuto lo stesso effetto, hanno riportato gli spettatori dal campo di battaglia del 1600 al teatro Ponchielli. Al pubblico lo spettacolo è piaciuto molto, una parte avrebbe preferito meno tagli e meno canzoni ma tutti erano soddisfatti. Uno spettacolo da vedere!

CESURA GIADA - Coraggio da coraticum, composto di cor e habeo, dal latino “avere cuore”. Con un solo termine potrebbe chiudersi questa recensione. La storia di Madre Courage e i suoi figli di B. Brecht per la regia di Paolo Coletta, inscenata al teatro Ponchielli ha lasciato svariati spunti di riflessione, come già tradiva la scenografia: un enorme specchio con un pertugio circolare non perfettamente centrato. Il susseguirsi degli anni di guerra del ‘600 si rispecchiava in maniera sorprendente con situazioni di crisi attuali: una madre (Maria Paiato) costretta all’imbroglio per proteggere la propria prole; un tempo altalenante tra pace e conflitto; la natura umana assai incline alla fragilità dinnanzi alle tentazioni, ai piaceri. Sul palco i tre figli si giocavano il ruolo di antagonista principale al cospetto della madre, quasi fosse una ballata. Questa danza apparente, sottolineata anche da momenti canori eseguiti dal vivo, lascia allo spettatore il tempo necessario per una riflessione (forse anche fin troppo approfondita in certi punti…). Una menzione è da assegnare alla tromba che ha dominato in maniera assoluta queste esecuzioni. Dietro al mero riflesso della platea nella superficie argentea il pubblico era portato a salire sul palco, ad essere spettatore ma allo stesso tempo esecutore. Ognuno è quindi partecipe del dolore di una madre che perde un figlio sotto fucilazione, partecipe di una disperazione immensa di una giovane ragazza che sa di non potersi maritare, partecipe della superbia del figlio combattente. Non resta quindi che sigillare lo spettacolo come un evento portatore di riflessioni positive e accorte, se non fosse per un particolare: la resa del lato negativo della protagonista. Questa Madre Courage a una visione poco attenta rischia di lasciare l’idea di una donna che tiene al destino dei propri figli al punto tale da ingannare le autorità con qualsiasi mezzo possibile. No, la Madre Courage originale era una donna egoista, narcisista e priva di gran parte del senso di maternità. È mancata la vista del materialismo di questa donna, della sua trascuratezza per il benessere altrui, della sua eterna smania di possesso. In sintesi, uno spettacolo con degli ottimi spunti ma con delle lacune (aspetto quasi anticipato dall’enorme foro nello specchio sul palco).

D’ORIO MARTA - È giovedì 9 gennaio 2020, ma all'interno del teatro “Amilcare Ponchielli” ci troviamo nel 1624 durante la guerra dei Trent'anni. Il palco diventa il luogo dove Madre Courage, impersonata da Maria Paiato, vive il suo dramma. Il personaggio di una donna d'affari talmente senza scrupoli da gioire della guerra e degli affari che essa porta con sé. Accompagnata dai tre figli, che perde un dopo l'altro, viaggia attraversando Polonia, Svezia e Germania portando con sé il suo carro che vale più di ogni altra cosa. Durante il suo viaggio molti personaggi vanno e vengono, lasciandola però alla fine sola. A fare da sfondo alla rappresentazione è un pannello nero lucido che riflettendo i personaggi crea una doppia scena. Anche le luci associate alla scenografia sono usate efficacemente. Nell'utilizzo della voce invece, c'è stato spesso un abuso, toni di voce troppo alti e attori vocalmente inadatti per la loro parte canora, hanno indisposto il pubblico. Un complimento invece va alla protagonista Maria Paiato, che ha saputo destreggiarsi egregiamente tra canto e recitazione accompagnata da Mauro Marino, nel ruolo del cappellano, che ha spiccato per il suo timbro vocale nel canto. Musiche con un ritmo spesso ripetitivo tra loro hanno accompagnato le voci degli artisti; particolare la presenza sul palco di tromba, fisarmonica e chitarra suonate da tre attori che entrando in scena e abbandonando il loro personaggio creavano purtroppo, un senso di confusione. Poca cura nei dettagli della scenografia, l'apparizione di una borsina di plastica chiaramente non riconducibile all'epoca rappresentata, non è passata inosservata. Un finale inaspettato ma non particolarmente soddisfacente ha concluso questa storia tormentata, seguito dagli applausi di un pubblico scarso, i posti occupati in sala infatti erano pochi. Nonostante tutto Madre Courage scritta da Brecht, è densa di significato e carica di impatto emotivo. Peccato per quelle piccole imperfezioni che hanno caratterizzato e sminuito il valore dello spettacolo.

FOSSA ALESSANDRA - “Quando si parla di virtù così grandi, vuol dire che c'è qualcosa di marcio.” Un impareggiabile per talento Maria Paiato scalda il freddo venerdì sera di tanti cremonesi in un Teatro Ponchielli che per due ore accoglie un classico della drammaturgia teatrale mondiale: “Madre Courage e i suoi figli” di Bertolt Brecht. L’opera è una continua contraddizione tra la storicità e l’intangibilità di Brecht e la modernità del noto regista Paolo Coletta che ha riadattato scenografie e canzoni attualizzando ancor di più il messaggio straniante del drammaturgo tedesco. La protagonista indiscussa della vicenda, ambientata da Brecht nel Seicento durante la guerra dei Trent’anni, è la sprezzante Anna Fierling, soprannominata Madre Courage, una vivandiera che fa della guerra il suo vivere. Se l’obiettivo di Brecht è di mantenere alta la razionalità e la ragione negando al pubblico la possibilità di immedesimazione con la protagonista, il regista usa numerose canzoni e didascalie per rendere tale l’intendimento dell’autore, talvolta in maniera eccessiva. La scenografia semplice e minimalista contribuisce a estraniare ancor di più dal contesto storico la vicenda, rimodulandola in un tempo indefinito: con l’assenza del carro, possibile intralcio visivo, la concentrazione è tutta sugli attori in scena. Fra questi spicca per bravura Ludovica D’Auria che interpreta alla perfezione la figlia di Madre Courage, Katrin, muta, che è l’unico personaggio positivo di tutta l’opera, quasi a voler significare che il bene non ha voce. Madre Courage, vittima e carnefice della condanna della guerra, è interpretata magistralmente da Maria Paiato che con la sua personalità energica e vitale rende la vivandiera ironica e determinata a sopravvivere nonostante la perdita di tutti i suoi tre figli. L’umanità che non traspare assolutamente nel personaggio, è emersa tutta nella disponibilità dimostrata dall’attrice a fine spettacolo nell’accoglierci in camerino soddisfacendo le nostre piccole curiosità riguardo ad uno spettacolo dimostratosi estremamente attuale nella sua complessità.

PIRVU ROBERTA MICHELA - I miei documenti?... Sono Madre Courage... Mi conoscono tutti". é Madre Courage la protagonista di questo spettacolo teatrale (interpretata da Maria Paiolo), l'emblema di una donna che, attraverso i suoi continui sacrifici, ha imparato a contrastare la vita stessa, talvolta dando l'idea di essere un feroce animale sempre alla difesa della sua tana. Madre Courage è sempre stata occupata nei suoi affari , una figura che non rispecchia i canoni femminili dell'epoca, sia per quanto riguarda il suo ruolo da madre, sia per l'idea della figura sgradevole che evoca per via del suo carattere forte e deciso. La tematica principale dalla quale prendono vita tutte le scene sono la guerra e la pace, un argomento molto discusso ancora oggi: da una parte intesa come conflitto tra popoli per il potere, dall'altra intesa come il conflitto interno tra noi singoli uomini, sempre alla ricerca di sopraffare il prossimo. La vicenda ha inizio nel 1624, quando Madre Courage inizia a seguire il percorso di un reggimento dell'esercito svedese attraverso la Polonia, solamente con il suo carro (il quale viene considerato la sua casa) e i suoi tre figli: Schweizarkas, Elif e la figlia muta Kattrin. Per tutta la durata la donna si muove come una vivandiera seguendo gli eserciti coinvolti nel conflitto, ed essendo una donna tenace non si fa influenzare da nessuno dei pretendenti che incontrà durante il suo viaggio, questa sua scelta è data dalla sua mancanza di fede verso qualsiasi cosa: la sua unica preoccupazione è la sopravvivenza, sua e dei suoi figli. In molti però ritraggono Madre Courage come una donna poco coraggiosa, è così? In parte si, come si nota in alcune scene, la donna, dopo le morti dei suoi figli (date, in parte, anche per causa sua), torna a svolgere il suo mestiere come se non avesse perso quel grande tesoro che i figli rappresentano per una madre, in poche parole Madre Courage spesso risulta troppo concentrata sul non perdere le cose materiali che le appartengono, dimenticando sempre quello che conta, lasciandosi sopraffare così dalla guerra. Tutte le vicende si svolgono su una palcoscenico molto semplice, costituita solamente da una parete riflettente e una grande sfera illuminata al centro, creando un'atmosfera carica della tensione che la guerra trasmette, questi momenti vengono però alleggeriti da strofe cantantate intercalate ai commenti in prosa. Le scene in cui si svolgono le vicende sono dodici, un numero sceltro per indicare la Guerra dei Trent'anni che si stava svolgendo, durata appunto dodici anni. Lo spettacolo è stato presentato dalla società per attori, Fondazione Teatro Metastasio Prato, in due serate: 9 e 10 Gennaio 2020. L'unica pecca che vorrei sottolineare è la presunta presenza di una borsina di plastica in scena, oggetto inesistente all'epoca.

QUATTRONE ALICE - Una voce ruvida e graffiante rompe il silenzio del teatro Ponchielli nelle sere del 9 e 10 dicembre. Una figura esile ma maestosa, avvolta in una folta pelliccia rossa, raggiunge il centro del palcoscenico: Madre Courage. Una grande interpretazione quella di Maria Paiato, che inscena perfettamente il personaggio di una donna dura, perennemente presa dai suoi affari, tesa a sfruttare della guerra gli aspetti che le assicurano un tornaconto economico. Ciò che guida la sua esistenza è il bisogno di sfuggire alla povertà, e in questo senso teme il sopraggiungere della pace che potrebbe farle perdere i suoi guadagni. C’è in lei un distacco emotivo che spaventa e disturba lo spettatore: ama i suoi figli, cerca di impedire in tutti i modi che si arruolino, protegge la figlia Kattrin dalla violenza dei soldati, ma affronta la loro morte come aspetto collaterale della sua vita, che è pronta a superare in risposta ad un bisogno primordiale di sopravvivenza. Maria Paiato, con gesti e modi rudi, ben interpreta questa necessità di andare avanti nonostante tutto, che culmina nel rifiuto a riconoscere il cadavere del figlio, per paura di essere arrestata. Incisiva e intensamente drammatica la Kattrin di Ludovica D’Auria che, priva dell’uso della parola, riesce con un’intensa gestualità a suscitare nello spettatore un desiderio di protezione nei suoi confronti che rende maggiore il rammarico nella scena finale per la sua morte, inutile e assurda come tutte le morti provocate della guerra. La scenografia di Luigi Ferrigno accentua la drammaticità di ogni passaggio dell’opera di Brecht. Il foro centrale, uno squarcio che sembra creato da un colpo di cannone, apre sulla scena lo sguardo di un occhio onnisciente che segue le vicende e da cui proviene la voce narrante. Sul finale il grande specchio inclinato, che fin dall’inizio sembra incombere sui personaggi, si abbatte per offrire allo spettatore il corpo senza vita di Kattrin. È con una voce priva di alcuna morbidezza che Madre Courage intona per la figlia la sua ninna nanna. Eppure, nonostante la drammaticità del momento, la donna riprende subito il suo affaccendarsi negli affari. È in questo momento che si realizza lo scopo dell’opera di Brecht: far nascere nello spettatore il bisogno di una riflessione profonda sul tema della povertà, dell’inutilità della guerra e degli effetti devastanti che entrambe hanno sulla vita dei più piccoli e dei più deboli.

RUSSO SILVIA ANDREA - Numerosi gli applausi al Teatro Ponchielli, nelle serate del 9 e 10 Gennaio, per Madre Courage ed i suoi figli, uno dei più grandi capolavori del genio teatrale di Brecht. Datato 1939, Madre Courage è l’incessante dialogo tra vita e morte al tempo della guerra. Le intricate vicissitudini che tessono i fili della Guerra dei Trent’anni sono lo sfondo alle continue peregrinazioni, attraverso un’Europa piagata dai conflitti, di Anna Fierling, una piccola e povera capitalista acciecata dalla bramosia di denaro. Madre Courage: una figura in bilico tra vero coraggio e codardia, tra affari e famiglia, ribelle al proprio destino ed al contempo vittima della propria inarrestabile e controproducente intraprendenza negli affari, nonché preda della guerra stessa. Un cast eccezionale, che vede al centro una formidabile Maria Paiato, si fa portavoce di alcuni tra i più sentiti temi brechtiani: il conflitto annientatore di vite, l’ossessionante sete di guadagno tipica della classe più misera, il crudo schieramento potenti contro deboli. Quello realizzato da Paolo Colletta, purtroppo, si annovera tra i pochi allestimenti italiani di un’opera ancora capace di suscitare e smuovere, con densa suggestività, profonde meditazioni. Una essenzialità scenografica spoglia la storia di Madre Courage da qualsiasi possibile sovrastruttura e precisa collocazione spazio-temporale, abbandonandola ad una nudità oggettiva ed universale. Un ampio specchio mobile delimita il campo d’azione, costringendo la messa in scena a svilupparsi, seguendo lo schema dell’emblematica composizione ad anello, entro i confini del riflesso. Ed è proprio nell’immagine riflessa e persino distorta della storia che si annida la sua possibilità di interpretazione, la sua risonanza nella contemporaneità, il suo eterno contrasto tra realismo e paradosso. Forte e decisiva è la componente musicale che scandisce la storia di Anna, inserendosi nella trama, insieme ad una voce narrante onnisciente, come profondo supporto al carattere fortemente straniante e provocatorio del teatro epico brechtiano. "Se Madre Courage non ricava nessun insegnamento da ciò che le succede - annota Brecht, nel ’49 - penso che il pubblico, invece, possa imparare qualcosa osservandola".

TOLOMINI BENEDETTA -  Una luce fioca illumina il teatro Ponchielli alle ore 20.30 di venerdì 10 Gennaio, e permette di intravedere sul palco disposti in riga gli attori che animeranno il testo “Madre Courage e i suoi figli”, scritto da Bertolt Brecht, drammaturgo del ventesimo secolo, noto per le sue idee antimilitariste che compaiono anche in questo scritto, messo inscena da Paolo Coletta. Lo spaccato che viene rappresentato della guerra dei trent’anni che sconvolse l’Europa nel XVII secolo è infatti inzuppato in una serie di ideali negativi e personaggi controversi a partire dalla stessa Madre Courage. La protagonista è una donna rude e contraddittoria che con i suoi tre figli e il suo carro viaggia senza sosta per i campi di battaglia dei paesi in guerra, vendendo ogni tipo di cianfrusaglia, aggrappandosi alla guerra come possibilità per sopravvivere. Una trama lineare spesso interrotta da intermezzi musicali, in cui è stato possibile apprezzare le voci potenti degli attori. Di certo questi intermezzi non rendevano fluida la narrazione, il che potrebbe in certe occasioni confondere, ma è proprio questo l’intento del teatro di Brecht: straniare lo spettatore, sconvolgerlo, e mi sento di dire che l’obiettivo è stato raggiunto. A contribuire nell’incentivare l’effetto straniamento è la scenografia, estremamente essenziale ed enigmatica. Il fondale che riflette in modo distorto ciò che accade sul palco appare forato, e il buco protagonista del teatro è proprio un “buco nero”: da esso non è possibile intravedere nulla, a eccezione di una luce rossa che appare durante la riproduzione della voce registrata che legge fedelmente le didascalie del testo di Brecht ad ogni cambio di scena. Soltanto nel momento finale il fondale si abbassa, soddisfacendo la curiosità del pubblico: lo sfondo nero che sembrava celarsi dietro il foro è in realtà la pupilla di una sorta di grande occhio che fissa il pubblico dall’inizio dello spettacolo. Forse un modo per ricordarci l’importanza di una visione collettiva della società? La tristezza della guerra portatrice di una realtà amara è stata rappresentata in maniera ottima dagli attori. Le aspettative nei confronti di Maria Paiato, stella del teatro italiano, e nella sua interpretazione di un personaggio complesso come quello di Madre Courage sono state più che soddisfatte: ha offerto l’anima senza risparmiarsi nulla.

VACCARO MARTINA - Indipendente, caparbia, insubordinata e manesca è la protagonista dello spettacolo messo in scena al teatro Ponchielli il 9 e il 10 Gennaio. "Madre courage e i suoi figli" di Bertolt Brecht per la regia di Paolo Coletta è uno dei grandi classici teatrali e viene rappresentato in un periodo a dir poco perfetto. Malgrado il teatro fosse vuoto per metà, Madre Courage non ha deluso le aspettative del pubblico presente, grazie alla grandissima abilità della protagonista Maria Paiato e alle capacità espressive di tutti gli attori. Uno spettacolo drammatico, ma in alcuni momenti comico. Una continua contrapposizione tra guerra e pace, tra amore materno, freddezza e acidità di madre courage. La protagonista è assolutamente convinta che la condizione di guerra porti più soldi alla sua famiglia. La sua continua avarizia però le costerà cara. La guerra le ha portato via i suoi tre figli. La natura asfissiante e ostinata della donna faranno in modo che tutti si allontanino da lei. Scenografia semplice, ma d'effetto. Un grande specchio alla parete e luci rosse, abiti tipici dei mercanti del 1600 e nulla di più. La pièce è strutturata come se fosse un racconto e durante il cambio scena le luci si spengono e una voce narrate coinvolge maggiormente il pubblico. La parte recitata era sostenuta dalla parte cantata e suonata. Il pubblico attento ha colto la raffinatezza dello spettacolo. L'avarizia, sia di madre courage che dell'uomo come essere, porta solo alla distruzione di tutto l'affetto e di ogni bene che si possa avere. Il monologo iniziale di Madre courage è molto esplicativo di tutto il contenuto dello spettacolo. "Ma davvero la pace crea solo confusione, davvero solo la guerra mette ordine." Rappresentazione molto interessante e ricca di punti di forza.

VIOLA ALESSANDRA - "La pace è solo disordine; non c’è che la guerra per metter ordine!". È un’affermazione frequente in Madre Courage e i suoi figli per la regia di Paolo Coletta e messa in scena al Teatro Ponchielli giovedì 9 gennaio 2020 con una travolgente Maria Paiato come protagonista e la sua compagnia teatrale. L’opera è uno dei più grandi e celebri classici teatrali scritti da Brecht. L’attrice Maria Paiato veste i panni di una madre che non sa essere madre: da un lato cerca di proteggere e mantenere i suoi figli con il lavoro che la guerra stessa le fornisce (vivandiera), dall’altro però li lascia morire perché troppo presa dai suoi affari commerciali, dal carro ricolmo di merce e di cianfrusaglie che non appare mai in scena. E’ ironica, provata, arida, egoista – quasi un uomo si direbbe! – e che pensa soltanto a sfruttare la situazione di difficoltà dovuta ai continui stermini e desolazioni belliche; ma è anche vittima del suo senso degli affari e della sua grande virtù, il coraggio. Vive durante la Guerra dei Trent’anni tra cattolici e protestanti, nel periodo storico tra il 1618 e il 1648 e l’unica fonte di sopravvivenza è la guerra. Muoiono però i suoi tre figli Eilif, Schweizerkas, Kattrin- rimasta muta dopo un episodio di violenza subìto da un soldato- uno dopo l’altro, mentre lei è impegnata ad occuparsi dei suoi affari. Nella sua regia Paolo Coletta, con l’aiuto dello scenografo Luigi Ferrigno, dispone sulla scena i soli elementi di cui ha bisogno utilizzando un fondale nero riflettente e inclinato. Riesce ad indurre l’effetto di straniamento voluto anche da Brecht. Sul fondale compare un buco che sembra essere generato da una palla di cannone dalla quale fuoriescono luci che illuminano il palcoscenico, forse un occhio enorme che ti osserva o il cratere di una bomba. Esso rimane presente per tutto lo spettacolo e vuole ricordare al pubblico gli effetti visibili e devastanti della guerra. Le musiche di Paul Dessau suonate con diversi strumenti musicali quali la tromba, la chitarra e la fisarmonica e le esecuzioni canore danno allo spettacolo un ritmo incalzante e impediscono al pubblico di annoiarsi. Lo spettacolo può essere considerato un’opera definitiva sulle guerre di tutti i tempi e attuale perché i venti di guerra soffiano ancora oggi. Brecht è come Kattrin: ha tanto da offrire ma è muto o siamo noi sordi?

ZATTA MATTIA - “Ma che documenti? Questa è Madre Courage!” In tanti hanno sentito parlare di Brecht e di Anna Fierling, allora perché tanti posti vuoti? Forse non si ha voglia di sentire parlare ancora di guerra? Oppure, come dice il drammaturgo, la pace mette solo disordine? Con questa frase si apre la rappresentazione di Madre Courage e i suoi figli tenutasi il 10 gennaio al teatro Ponchielli. Il testo di Bertolt Brecht viene riprodotta utilizzando una ambientazione moderna, forse per comunicare che la guerra è sempre e solo guerra in ogni tempo e luogo, pur rimanendo fedeli alla trama del testo. Si propone al pubblico teatrale il racconto di una donna, Madre Courage, costretta, a causa della guerra dei Trent’anni, a vagabondare sul suo carro con i suoi tre figli per vendere cibo e utensili vari ad entrambi i fronti. Durante il corso della vicenda sarà destinata a perdere tutti e tre i figli per motivi legati al conflitto. La pluripremiata Maria Paiato, nei panni di Madre Courage, dimostra ottime qualità di recitazione, riuscendo a tener incollato ed attento lo spettatore nonostante le due ore ininterrotte, prive di pausa, probabilmente evitata affinché il pubblico non si distragga dal messaggio che si vuole veicolare. Per lo stesso motivo, in modo che i presenti non si immedesimino troppo nei protagonisti, la recitazione viene spesso interrotta da canzoni, come la ritmata “canzone di Mutter Courage”, rimasta presumibilmente nelle menti degli spettatori. Non da meno sono gli altri interpreti; nota particolare per Ludovica D’Auria nel ruolo di Kattrin, che, pur senza parole, trasmette con drammatica efficacia il messaggio. Una scenografia ancora più misteriosa dell’opera in sé fa scaturire numerose domande nel pubblico, così tutti si chiedono, cercando le risposte più singolari: «Che cosa simboleggerà quel gigantesco occhio sulle quarte?». La rappresentazione si chiude così come è iniziata, evidentemente per comunicare che la guerra non finisce mai e che non impariamo mai dalla storia, con la stessa frase che l’aveva aperta e quella stessa Madre Courage con il suo mantello rosso che cattura l’attenzione di tutto il teatro.

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24 Gennaio 2020