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7 gennaio 1993

Addio a Nureiev, principe della danza

Il palcoscenico e la vita come leggenda: il celebre ballerino e coreografo russo è stato stroncato dall'Aids a Parigi. Aveva 54 anni

Annalisa Araldi

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aaraldi@publia.it

07 Gennaio 2021 - 07:00

Addio a Nureiev, principe della danza

La corsa dentro e contro la vita di Rudolf Nureiev è finita, a cinquantaquattro anni, a Parigi stroncato dall'Aids, in quella stessa città dove, il 17 giugno 1961, all'Aeroporto di Le Bourget, aveva cominciato da capo una nuova esistenza e la sua avventura nel mondo occidentale.

Allora la cortina di ferro divideva l'Europa e il mondo in due universi non comunicanti. Lui scelse di restare da «questa» parte, per danzare e vivere come più gli pareva: libero.

Nessun salto verso la libertà, come racconta la leggenda, ma sei passi esatti verso gli agenti di frontiera francesi e le parole di rito, pronunciate con calma, per formalizzare la richiesta d'asilo: «Desidero restare nel vostro Paese».

Libero, senza più agenti del Kgb alle costole, a pedinarlo e spiarlo ovunque, lui, che pensava e viveva solo per la danza, ma che era temuto e sospettato come un sovversivo per la sfrontata indipendenza che aveva sempre esibito.

Senza i direttori della compagnia di Ballo del Kirov di Leningrado a ostacolarne e limitarne le scelte artistiche.

Senza più i funzionari di partito che, «per ordini superiori» lo richiamavano in patria, interrompendo il successo travolgente, il delirio di pubblico che all'Opera Garnier aveva accolto il Kirov e soprattutto Rudolf, la sua prova prodigiosa come Principe ne «La Bella Addormentata».

Lo stesso pubblico che lo attendeva a Londra, e che da lì a un anno avrebbe ritrovato al Covent Garden. Altri applausi, e lo stesso delirio di folla, avrebbero saldato la sua unione artistica con Margot Fonteyn; una coppia icona della danza per il pubblico di tutto il mondo, negli anni '60e '70.

Lui esuberanza fisica, magnetismo animale, sempre pronto a colpire e scatenare le platee. Lei nobile e riservata, tutta lirismo controllato e affascinante precisione. Ci fu, per decenni, di che riempire pagine di rotocalchi e cinegiornali e manuali di storia della danza.

Ciò che Rudolf voleva e ha sempre voluto era danzare, danzare e danzare, nonostante l'abbandono delle forze, e nonostante l'evidenza di una impossibilità che si era resa sempre più smaccata e ingiusta in questi ultimi anni.

«Solo attraverso la danza — dichiarava in ogni sua intervista — riesco ad essere me stesso, a liberare le mie energie, a sentirmi bene». Mentre a John Percival, autore di una sua biografia, aveva detto: «Esisteva semplicemente in me, fin dalla primissima infanzia, la consapevolezza che l’unica cosa che volevo era danzare».

È sempre stato così, sin da quando, undicenne, nonostante l’opposizione e le botte del padre, riuscì a intrufolarsi, complice la madre, nelle classi di danza folklorica organizzate nel teatro d'Opera di Ufa, la capitale della Bashkiria, dove viveva con la madre e le sorelle, mentre il padre, Hamet, militare di carriera, passava da una guarnigione all’altra.

Proprio seguendo lo spostamento del marito a Vladivostock, la madre lo aveva fatto nascere nel vagone di un treno in corsa, il 17 marzo 1938, vicino a Irkutsk, tra le acque ghiacciate nel lago Baikal e il mare d'erba della steppa.

Parte da quella nascita la sua leggenda, che avvolge in un turbine la sua intera esistenza.

Un rigore forse non altrettanto completo, tecnicamente, quanto quello del suo «rivale», Michail Baryschnykov, che gli venne contrapposto dalla inutile faciloneria di tanta stampa a partire dagli anni'70.

Il primo già da giovane
Ma era pura danza d'accademia,  la sua, il cui studio, pur iniziato tardi — a diciassette anni, alla scuola del Kirov — non gli impedì di diventare da subito la stella incontrastata, il primo. La giovane età sembrava aumentare, anziché diminuire, la sua consapevolezza del ruolo, dei personaggi, dell'espressività: «Ho imparato più cose da Rudolf di quanto io stessa non gli abbia insegnato», ripeteva sovente Marika Besobrasova, settant'anni, «madre» di tanti favolosi danzatori contemporanei, che gli è stata vicino fino all'ultimo.

Con lui, sorriso beffardo, scintillo da diavolo negli occhi, sguardo curioso, insolente e altero ruotato in giro sul pubblico e il mondo — per confrontare, misurare, osservare, attirare, sprezzare, sedurre —, quello che il pubblico occidentale aveva riscoperto completamente era la freschezza del gesto atletico, sempre brillante e sbalorditivo, unito ad una potenza tanto fantastica da sembrare aggressione.

Così, danzando il grande repertorio romantico e soprattutto danzando Chaikovskiji, i suoi principi del «lago» e de «La Bella», Rudolf rifiutava d'acchito — e senza paura di doversi giustificare — ogni indugio, ogni svenevolezza indotta dalle melodie ammalianti del più dolcemente svalutato dei compositori.

La leggenda fiorita intorno al suo mito e alle sue fortune raccontava di sette case intorno al mondo, divise tra Montecarlo, Londra, Saint Barth nei Caraibi, e l’isola de La Galli a Positano, che fu rifugio di un altro danzatore «emigrée», Leonide Massine. Ritratti di uomini nudi alle pareti della casa di Parigi, da Gericault a Degas, e cuscini e broccati ovunque, come un satrapo orientale.

Forse tanta ricchezza era per esorcizzare la sua solitudine di uomo, i fantasmi di una povertà che lo aveva costretto, da piccolo, a camminare scalzo, a indossare gli abiti della sorella, a patire la fame, e a vendere di tutto — latte, acqua, vestiti — pur di sopravvivere. Un giorno — è il 5 gennaio del '43, ha cinque anni — la madre lo porta di nascosto ad assistere ad uno spettacolo di danza nel teatro locale. Luci, musica, colori, tutto lo affascina. Subito e per sempre. «E — come spesso ricordava — decisi in quel momento di diventare ballerino».


Rudolf Nureiev con la ballerina Alicia Alonso
a Palma di Maiorca durante la prima di 'La Misericordia'
(foto Ansa)

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