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5 novembre 1978

Gli ultimi materassai

Le professioni artigianali che scompaiono

Annalisa Araldi

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aaraldi@publia.it

05 Novembre 2020 - 07:00

Gli ultimi materassai

Oggigiorno basta accendere il televisore al momento degli inserti pubblicitari per vedere omini didascalici oppure conturbanti fanciulle che si stendono su soffici ed ovattate trapunte, le quali obbediscono docilmente alle forme del corpo. Siamo nell’epoca del consumismo ed abbiamo soltanto l’imbarazzo della scelta: quando un materasso incomincia a dare i numeri, mostrando le sue interiora di gommapiuma e di molle, lo buttiamo via ed andiamo ad acquistarne un altro.

Fino a pochi anni addietro le cose stavano in modo diverso ed un «signor materasso» era fatto di lana. Dopo qualche decennio d’uso, l’involucro si rompeva, ma il contenuto era pienamente recuperabile: bastava lavarlo e dipanarlo ed il materiale tornava niveo e delicato come quando il pastore l’aveva tosato dai fianchi nelle pecore orobiche o biellesi.

Era l’epoca in cui l’artigianato dettava legge anche in questo campo, con i suoi valori di umiltà e di tenacia. Nei tempi andati, la lana di due materassi nuziali seguiva la storia familiare di diverse generazioni. L’intervento di un materassaio in una casa era il preannuncio di una cerimonia matrimoniale. Compiuto il loro ciclo, i «vecchi» ripiegavano sull’ovatta, lasciando ai giovani la lana che era stata dei loro genitori.

Attualmente la categoria dei materassai sta estinguendosi come diverse altre (i sellai, i fabbricanti di funi, i fabbri) perché la standardizzazione e la catena di montaggio ignorano il romanticismo. A contare quelli che operano a Cremona bastano probabilmente le dita di una mano. Noi siamo riusciti a localizzarne uno, in pensione come portinaio, che una dozzina di volte l’anno viene chiamato all’opera.

Si chiama Alfredo Gerevini, la sua è una storia semplice: fino agli Anni Cinquanta ha abitato a Sospiro, dove faceva il sarto ed «arrotondava» con i materassi. L’avvento del «già confezionato» lo mise in crisi ad allora venne in città, dove ha fatto il portinaio per un decennio.

Dal paese aveva portato l’attrezzatura e, quando lo chiamavano, guadagnava qualche lira. Continua a farlo anche oggi, ma soltanto sporadicamente, anche perché i cremonesi hanno votato per la gommapiuma.

Mezzo secolo fa, la rivitalizzazione della lana avveniva tramite la battitura, che veniva fatta con bastoni. Gli artigiani in questo ramo  «ereditarono» successivamente dai sellai una corda manuale (Gerevini la chiama «sgarzalana»), il cui piatto parabolico dentato serve a separare le fibre ed elimina le impurità accumulate nel tempo. Si provvede quindi all’imbottitura dei nuovi contenitori, si trapunta e tutto è fatto. Agli utenti rimane la comodità di dormire su un materasso che non si sognerà mai di mostrare le interiora metalliche.

 
Ecco come si provvede alla rivitalizzazione della lana (foto Ivano Spadola)

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