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22 giugno 1955

Come si estinse dopo 750 anni la schiatta dei marchesi Ariberti

Annalisa Araldi

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aaraldi@publia.it

22 Giugno 2020 - 07:00

Come si estinse dopo 750 anni la schiatta dei marchesi Ariberti

A Cremona nell'epoca spagnola è tutto un susseguirsi di angherie, soprusi e pessima amministrazione, di esaurimento di ogni energia morale e materiale; la città si ridusse agli estremi di popolazione e ricchezze. Gli abitanti calcolati ad oltre cinquantamila verso il 1500 sono scesi a sedicimila ai primi del Settecento. Nessuno più costruisce, specialmente dopo la peste del 1630, gli antichi palazzi cadono in rovina ed anziché restaurarli si preferisce utilizzarne le parti migliori, come già avvenne dopo la caduta dell'Impero Romano, per erigere chiese e conventi.
Le istituzioni religiose sono le sole prospere godendo di privilegi fiscali e avvantaggiandosi delle eredità delle famiglie che si estinguono. In mezzo a tanta miseria gli Ariberti trovano modo di costruire un teatro che fu il primo a sorgere in Cremona e per molto tempo fu anche l'unico.
Donna Giulia di cui i contemporanei elogiarono il fine senso artistico e la vena poetica scrisse vari lavori che in questo teatro furono certamente rappresentati. Morì nel 1687.

Bartolomeo junior, figlio spurio di Gian Battista, studiò a Parma nel collegio dei nobili. Ebbe il grado austriaco di tenente maresciallo, sposò Amedea Malaspina di Pavia e morì in Milano nel 1724 a cinquantanove anni.
Aveva sette anni quando gli Stanga iniziarono la famigerata lite durata con alterne vicende per ben sessantasei anni.
Aggrappandosi al testamento del nonno materno, Bartolomeo senior, il conte Camillo Stanga, figlio di Anna Ariberti, si proclamò unico erede del feudo di Malgrate sostenendo le incapacità a succedere del cugino per essere egli bastardo e adulterino, nonostante l'avvenuta legittimazione, ed ottenne da Vienna l'appoggio dello Imperatore. Ma la matrigna Giulia Rangoni corse fulmineamente ai ripari provocando dal re di Spagna l'ordine per il governatore di Milano e per il granduca di Toscana di provvedere a restituire manu militari il feudo agli Ariberti.
Ne nacque un bel pasticcio diplomatico fra Vienna, Madrid, Milano, Firenze e perfino Parma, e per poco non si arrivò ad una rottura per pretesi diritti di vassallaggio fra Spagna ed Impero, si giunse alfine ad una transazione nel 1738 fra Mons. Gian Battista Ariberti, figlio di Bartolomeo, e Gaspare Stanga figlio di Camillo.
Nel corso della causa saltò fuori anche una storia di 1280 pertiche di terreno in Castelnuovo Bocca d'Adda non pagate dagli Stanga agli Ariberti. È questa la sola notizia, dopo il matrimonio di Eleonora, morta nel 1379, del passaggio agli Stanga della contea di Castelnuovo.

Non bisogna però credere che gli Ariberti fossero diventati dei poveri agnellini. Bartolomeo senior è solo un campione della litigiosità della famiglia, con la spada i suoi discendenti lo superarono di lungo, ma con i codici. Si parla di ben centoquindici liti in corso nello spazio di pochi anni. Cause con privati, con comunità, con la Repubblica Veneta, fra fratelli, fra mogli e mariti. Una vera cuccagna per i legulei.

Bartolomeo ebbe quattro figli: un maschio e tre femmine. Anna sposata Fraganeschi, Giulia sposata Goldoni a Milano, e Maria lgnazia sposata Silva.

Gian Battista il maschio, nato sul finire del Seicento, entrò nell'ordine degli oratoriani detti di S. Filippo Neri in Brescia. Ottenne dal padre la cessione all'ordine stesso del teatro e delle case annesse che furono trasformati in chiesa e convento, cosicché i filippini poterono creare in Cremona una loro casa di cui egli divenne superiore. Il teatro divenne chiesa di S. Filippo e fu aperta al culto nel 1714. Gian Battista passò poi a Roma ove divenne preposto generale dell'ordine e quindi nel 1729 per opera di Benedetto XIII fu nominato arcivescovo di Palmira. Un anno dopo resse la carica di prefetto nel Conclave da cui uscì Clemente XII. Nel 1740 fu di nuovo a Cremona commendatore dell’abbazia di Ognissanti a porta Venezia. Mons. Ariberti oltre la casa avita in Cremona possedeva un palazzo a Venezia in contrada S. Margherita ove morì nell'aprile 1746. Con lui si chiuse la famiglia.

Aveva testato a favore delle tre sorelle, in parti uguali, tutti i suoi beni di Cremona, Roma e Malgrate con la clausola che avrebbe perduta tutta la sua parte di eredità colei che per prima avesse agito per qualsiasi ragione contro le sorelle ai tribunali. Prova di quanto fosse stanco di questioni lui l'ultimo di una delle più fiere e battagliere famiglie di Cremona.

Così dopo tre quarti ti millennio finiva con un arcivescovo una illustre e potente famiglia da un arcivescovo cominciata.

Si crede che Malgrate sia toccato ai Fraganeschi e Cremona ai Silva. Mentre la chiesa di S. Filippo soppressa dai Francesi nel 1793 riprendeva nel 1802 per opera dell'architetto Faustino Rodi il suo aspetto e la sua funzione originale cambiando solo il nome ed assumendo l'attuale di teatro filodrammatici. 

Le notizie sono state desunte dagli scritti editi ed inediti G. Sigismondo Ala-Ponzoni, G. Francesco Ariberti, Agostino Cavalcabò, Vincenzo Lancetti, Luigi Luchini, Cesare Manaresi, Lorenzo Manini, Basilio Paradisi, Antonio Sommi-Picenardi, Ildefonso Stanga, G. Carlo Tiraboschi, T. Agostino Vairani, esistenti presso la Bibliteca Governativa e l'Archivio storico comunale di Cremona.

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