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Martedì 12 Novembre 2019

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6 novembre 1973

Nuvolari parlava pochissimo

soprattutto delle sue vittorie

Nuvolari parlava pochissimo

MANTOVA, novembre. —  Tazio Nuvolari è morto a sessantun anni nell'agosto del 1953, ma nell'animo degli sportivi il suo ricordo è sempre vivo. Le eccezionali imprese, il carattere temerario, la volontà indomabile ne hanno fatto un personaggio leggendario.

«Mio marito non era soltanto un grande campione — dice Carolina Nuvolari, moglie del corridore — era un uomo eccezionale. Il fascino che lo ha reso tanto caro a tutti proveniva dal suo animo nobile e dalla sua straordinaria sensibilità. Gli sono vissuta accanto per tanti anni, e anch'io ero affascinata dal suo modo di pensare, di agire».

Nuvolari, nato a Castel D'Avio nel 1892, cominciò a correre dopo la Grande Guerra dedicandosi al motociclismo. Indi passò all'automobilismo, e diventò in poco tempo un idolo. È considerato ancora oggi il più grande campione di tutti i tempi.

Ancora racconta la moglie: «È sempre stato un uomo di pochissime parole. Era estremamente semplice e gentile. Non si lamentava mai di niente. Mangiava poco e non aveva alcuna preferenza per i cibi. Beveva qualche bicchiere di vino solo durante i pasti. Era ordinatissimo e preciso. Gli piaceva vestire con eleganza.

«Quando nacque il nostro primo figlio, era commosso fino alle lacrime. Era affezionatissimo ai bambini, ma non lo dimostrava esteriormente. Palava poco anche con loro, e ogni volta che tornava a casa da una corsa portava loro molti regali, glieli congegnava e restava silenzioso e sorridente a osservare la loro gioia».

«In famiglia non parlava mai delle corse. Quando tornava, non diceva né come era andata la gara né se aveva vinto o perso. Sapevamo le notizie dalla radio o dai giornali. Nel 1935 stabilì il record internazionale di velocità sul miglio e sul chilometro lanciato, correndo a 323 km. l'ora. Dopo quella eccezionale impresa tornò a casa tranquillo, come se niente fosse accaduto e restò a chiacchierare coi figli. Poi ci mettemmo a tavola. Durante la cena sentivamo sempre la radio. Improvvisamente lo "speaker" diede la notizia della trionfale impresa di Tazio Nuvolari. lo e i figli, Giorgio e Alberto, guardammo Tazio che stava mangiando. Egli non alzò gli occhi dal piatto, continuò come se quella notizia non lo riguardasse.

«All'inizio della carriera era più espansivo. Cominciò l'attività sportiva correndo con la motocicletta. L'automobile, allora, costava parecchio e nessuna casa automobilistica aveva fiducia in lui a tal punto da affidargli un bolide da corsa. La prima gara importante in motocicletta la fece nel 1921, a Verona. L'idolo del momento era Bordino. «Tazio andò a Verona a provare il circuito e la sera tornò a casa "Come è andata?", domandai "Ah. Dio mio, come mi dispiace — rispose — domani vado a battere Bordino". Il giorno dopo vinse in modo sorprendente e cominciò a far parlare di sé.

«In pochi anni divenne popolarissimo. Il suo sogno però era sempre quello di correre con le automobili. Nel 1925 l'Alfa Romeo lo invitò a Monza a provare una nuova automobile da corsa. Tazio era già un famosissimo corridore motociclista. Lo accompagnai. C'erano altri invitati a provare la stessa macchina. Egli fu tenuto per ultimo, perché era considerato il meno bravo. Tazio restò immobile e silenzioso, al suo posto nel circuito, dalla mattina presto fino a mezzogiorno, in attesa di essere chiamato.

«Quando venne il suo turno salì sulla vettura e cominciò la prova. Al secondo giro aveva già abbassato i tempi registrati dagli altri campioni. Era una corsa stupenda. Ma la macchina era già in cattive condizioni. Soprattutto i freni risentivano degli sforzi sostenuti. Al quarto e quinto giro, nell’affrontare la curva di Lesmo, i freni non risposero e la macchina uscì di strada, capovolgendosi. Tazio riportò numerose ferite in tutto il carpo e fu ricoverato all'ospedale di Monza. «Otto giorni dopo, nello stesso circuito di Monza, si correva il Gran Premia Motociclistico delle Nazioni. In quell'occasione, per la prima volta, veniva in Italia il campione inglese Handley, che aveva la fama di essere imbattibile. Tazio non aveva mai avuto un confronto diretto con lui. "Non voglio lasciar perdere questa occasione", diceva dal suo letto nell'ospedale. "Sei matto — gli rispondeva il direttore della Bianchi. — Nelle tue condizioni non puoi lasciare l'ospedale. Sarebbe un suicidio scendere in pista".

«Tazio non si dava pace. Continuava a ripetermi: "Devo farcela, devo andare", lo non lo contraddicevo. Il venerdì chiamò il suo medico di fiducia e si fece costruire un busto di cuoio. Diede ordine di mettere a punto la motocicletta. La domenica si alzo, indossò il busto sopra la fasciatura delle ferite e si recò alla partenza del Gran Premio. Era pallidissimo. Gli domandai: "Come ti senti?". "Non bene — rispose — ma ce la farò".

«La gara cominciò sotto un diluvio. I concorrenti erano settanta. Tazio correva con una 350 e Handley , con una 500. Il percorso complessivo era di 400 chilometri. La pioggia aveva resa pericolosa la pista. Alla curva di Lesmo caddero 14 concorrenti e due morirono. Tazio si mise alla caccia delle 350 e a metà gara le aveva superate tutte. Allora attaccò le 500. Fu un duello entusiasmante. Lui, con un mezzo inferiore, riusciva a raggiungere e superare gli avversari. «Verso la fine della gara era secondo. In testa c'era il biondo Handley che si sentiva sicuro della vittoria. Ma Tazio compì una delle sue leggendarie imprese: riuscì ad avvicinarsi al campione inglese, tenere la sua ruota per un giro e poi, in una curva, passarla e raggiungere il traguardo per prima. Appena scesa dalla motocicletta svenne per il dolore e lo sforzo compiuto».

05 Novembre 2019