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Domenica 15 Settembre 2019

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24 agosto 1948

Lascio 300 lire annue... Generosità d'altri tempi

Le lapidi sotto i portici del Comune, ricordano epoche meno difficili di quelle d'oggi

Lascio 300 lire annue... Generosità d'altri tempi

Una volta, ad ogni imminenza d'apertura d'anno scolastico, il Comune pubblicava una serie di manifesti con i quali annunciava che vi erano delle borse di studio vacanti: 500 lire all'anno per chi voleva andare al Conservatorio, 1000 per i frequentatori della facoltà di medicina in una Università, 375 per chi voleva iscriversi alla scuola di architettura. E le domande affluivano a decine, e c'erano autorevoli signori che andavano dal sindaco per fare delle altrettante autorevoli raccomandazioni, e molti professionisti dell'altra generazione debbono proprio a quelle borse di studio la loro laurea.

Chi l'avrebbe detto a Imerio Ferrari «valentissimo nell'arte chirurgica» come ricorda la lapide murata nel cortile del palazzo municipale, che quelle 40 mila lire che legava nel 1859 affinchè un giovane potesse, con gli interessi, restare a Roma per tre anni a studiare pittura o architettura, avrebbero continuato a rendere, allora come oggi, 2000 lire annue, investite come sono in titoli di Stato? Allora, quelle duemila lire rappresentavano 100 marenghi d'oro vale a dire 600.000 lire delle nostre; oggi, non sono che due rettangoli di carta, buoni per sopperire si e no a metà della spesa di viaggio.

E Mauro Macchi, nel 1880, legò 800 lire di rendita annua al Comune (per comprendere il valore di ogni somma iscritta sulle lapidi bisogna dividerle per 20 per ridurle in marenghi e moltiplicare il risultato per 6000 ch'è il valore attuale di una moneta da venti lire) «affinché ne avvantaggiasse la pubblica istruzione esclusa ogni ingerenza clericale»; e Antonio Fontana nel 1884 lasciò 20.000 lire affinché un giovane potesse frequentare il Conservatorio di Milano per studiarvi il flauto «strumento nel quale egli eccelleva con arte somma»; e Maria dei marchesi Barbò (1869) fece un lascito di 3000 lire annue, da distribuire in piccole quote alle famiglie povere cremonesi, nel giorno in cui «Roma festeggia la conquistata unità della Nazione». Oggi non ci si ricorda più non tanto del lascito, quanto del giorno in cui. ecc., ecc.

Più fortunato, invece è stata l'elargizione, allora straordinariamente cospicua, di Palmiro Martini: 125.000 per l'istituzione di un istituto agrario, 20.000 per i restauri del Palazzo Cittanova, 55.000 per l'isolamento del Duomo, 50.000 per la costruzione di un tempio monumentale al Cimitero. Le opere vennero eseguite, e le somme, quindi, sono state integralmente utilizzate.

Anche la somma elargita in memoria di Bruno e Mario Marenghi, caduti nella prima guerra, venne utilizzata: erano 50 mila lire per le colonie del Po.

Meno fortunata, invece, è stata l'elargizione del comm. Remo Lanfranchi, che in memoria dei propri figli Carlo e Gianfranco morti in guerra e Massimo, spentosi giovanissimo, legò 380 mila lire, i cui interessi dovevano essere annualmente distribuiti a famiglie povere. Fin da allora ci fu (il sindaco Botti e l'assessore Garibotti, primi fra tutti) che non era per nulla convinto dell'utilità quel lascito. Cominciavano i primi sintomi di quell'inflazione ch'era nulla nei confronti di quella di oggi, ma che riduceva di molto il valore della moneta. Il commendator Lanfranchi venne consigliato di devolvere la somma alle colonie del Po per la costruzione di un padiglione dedicato alla memoria dei propri figli, o a un'altra opera benefica che potesse stabilmente intestare letti o locali a quei nomi. Egli non volle accogliere mai quelle proposte.

Oggi, purtroppo, la beneficenza che si può fare con quelle somme, si riduce a una banconota da cento lire data a delle famiglie bisognose. Nemmeno un chilo di pane...

23 Agosto 2019