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Lunedì 17 Giugno 2019

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21 maggio 1953

Le avventure di un leone nano sfuggito alla vigilanza del domatore

Quella del San Giovanni dell’anno 1934, fu una notte d'incubo per il rione di Porta Po

Le avventure di un leone nano

La mattina del 24 giugno 1934 gli attacchini lavoravano d più non posso per affliggere dei manifesti con i quali veniva annunciato che nel circo clic aveva alzato il suo padiglione sul piazzale di porta Po nella imminenza della fiera di S. Pietro, un barbiere assai noto in tutta la città e che aveva un negozietto in corso Vittorio Emanuele, il sig. Pernice, sarebbe entrato nella gabbia del leone per far la barba al domatore. Aveva più coraggio il barbiere che, dopo tutto, era sotto la salvaguardia del domatore; o quest'ultimo, che sotto un rasoio affilatissimo poteva benissimo finire col lasciarci la pelle?

Alla sera il circo era tutto esaurito. Tanto più che la proprietaria era una bellissima ragazza dall'incedere felino. Anzi: non si sarebbe potuto dire con sicurezza se fosse più felino il suo atteggiamento o quello dell'elegantissimo puma che portava sempre con sé, legato a una solida catena.

Si svolgono gli esercizi, degli acrobati, si susseguono le evoluzioni dei cavallerizzi, i clowns fanno l’impossibile per divertire il pubblico, poi i garzoni scendono in pista  e cominciano il montaggio del gabbione che deve essere collegato alla gabbia del leone per mezzo di un corridoio a sua volta munito di solide sbarre.

Nessuno, fra quanti l’han visto, potranno ricordare con ammirazione quella bestia. Si trattava di un leone nano. Ma non uno di quei nani aggraziati e ben proporzionati. Era, a vederlo sdraiato, un leone completo, con una criniera nera arruffata e delle fauci munite di denti che sembravano una rastrelliera; ma la delusione cominciava quando si alzava. Perchè possedeva quattro zampette lunghe venti o venticinque centimetri. Insomma un cane bassotto, moltiplicato per cento.

Molti che voltavano le spalle alla gabbia e, attendevano di vedere la belva fare il suo ruggente ingresso nel gabbione centrale prima provarono una impressione strana, come se un’ombra gialla fosse passata sul loro capo. Poi videro quanti sedevano di fronte a loro balzare in piedi urlando, lanciarsi alle porte, premere alle varie uscite che il personale intanto spalancava.

Una scena di panico spaventosa: le donne urlavano e i bambini si attaccavano disperatamente alle vesti della mamma, gli uomini si scazzottavano a vicenda per farsi largo e raggiungere al più presto aperto.

In pochi minuti il circo era vuoto, ma presentava uno spettacolo di desolazione: sedie rovesciate, tendone spezzato in più punti, balaustrate divelte. E nella pista coperta da uno strato di segatura, un numero incredibile di scarpette, di cappellini e di borsette. Non erano trascorsi due minuti dalla fine della scena del panico che giungevano, armatissimi, i carabinieri della vicina stazione di Porta Po. Neppur cinque minuti dopo si sentivano giungere da lontano gli squillanti segnali che preannunciavano l'arrivo dei pompieri. Qualche minuto ancora, poi dalla questura, dalla caserma principale dei carabinieri, dai vari quartieri giungere agenti, militi, soldati. E tutti ben armati e tutti pronti a far fuoco su questo leone nano.

Il quale però si era eclissato. Come cercarlo di notte? Le forze vennero divise in tante pattuglie, la zona di Porta Po venne esplorata metro per metro, tutti i passanti vennero interpellati, tutte le vetture e le auto che provenivano dalle varie strade vennero fermale: nessuno aveva visto un leone a passeggio.

Intanto nel serraglio il chiasso si moltiplicava. Gli orsi bianchi parevano furiosi: urlavano, protendevano le zampe artigliate oltre le sbarre e tentavano di afferrare gli uomini che passavano indaffarati; una tigre lanciava il suo furente miagolio; le scimmiette si cacciavano, con comico gesto di disperazione, le mani in testa, nelle scuderie i cavalli apparivano agitatissimi.

Fra tanto strepito inesplicabile, soltanto il puma appariva tranquillo. Accoccolato a terra, la testa affusolata sul grembo della sua padroncina, sembrava non interessarsi di quanto stava accadendo.

Ma i domatori erano in ansia. Perchè gli animali erano così agitati? Una ragione doveva pur esservi. Il leone era lontano: perchè nelle altre gabbie vi doveva essere tanta paura? Cosa «sentivano» le belve? Ormai, quasi tutto il personale del circo era fuori in pattuglia con gli armati. I pompieri avevano fornito tutti di torcie a vento, le cui luci rossastre resinose, costellavano le campagne. Nella pista, non era rimasto che un uomo, il quale passava dall’una all'altra gabbia, tentando, con parole affettuose di calmare gli animali. D'un tratto l'uomo ebbe un sussulto: qualcosa si muoveva sotto la gabbia del leone. Si chinò ad osservare: sì, era proprio il povero leone nano. Il quale o non era mai uscito dall'ambito del circo, o vi aveva subito fatto ritorno. Ed ora, accoccolato sotto la sua gabbia, non chiedeva che di rientravi. L'uomo lo chiamò, il leone gli si avvicinò scodinzolando come un cagnone affettuoso e quando fu rinchiuso nella sua gabbia, fece due o tre piroette di gioia. Fuori, le trombe dei soldati e le campane dei pompieri, squillarono a raccolta. L'incubo era finito.

Altre avventure cremonesi di bestie? Di notevoli non ve ne sono state. Certo che non si potrà non ricordare l'elefante Baby, ospite di un circo equestre che due anni or sono sostava a porta Venezia. In pieno inverno, colpito da bronco polmonite, il povero bestione che pesava parecchi quintali ma ch'era ancora un bambino, moriva.

20 Maggio 2019