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CASALMAGGIORE

Dichiarato incapace, ma non è vero: colpa di un matrimonio burrascoso

Il tribunale di Cremona ha revocato l'amministratore di sostegno, un 57enne casalese esce da un meccanismo infernale e torna a poter disporre del proprio patrimonio

Francesco Pavesi

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fpavesi@cremonaonline.it

17 Ottobre 2014 - 15:48

Dichiarato incapace, ma non è vero: colpa di un matrimonio burrascoso

CASALMAGGIORE - L’incubo è finito: un 57enne casalese, finito suo malgrado in un ingranaggio infernale che ne aveva decretato un presunto stato di infermità mentale, non ha più bisogno di amministratore di sostegno. L’uomo rientra così nella piena disponibilità del proprio patrimonio e delle somme depositate sul conto corrente, disponibilità che gli era stata revocata all’inizio di luglio del 2013. Lo ha stabilito l’ufficio del giudice tutelare del Tribunale di Cremona (Mara Ravasi) cui si era rivolto l’avvocato del casalese, Gianluca Pasquali. Dopo il deposito dell’istanza di revoca da parte del legale, il giudice tutelare aveva disposto una consulenza tecnica d’ufficio affidandola al medico legale Loredana Brusoni, che aveva raccolto le relazioni della psicoterapeuta Elena Ferrari e dello specialista in psichiatria Franco Spinogatti, i quali, concordemente, avevano stabilito che l’uomo non presentava disturbi psichiatrici e poteva svolgere autonomamente l’amministrazione dei propri beni.

La storia che sta dietro a tutto ciò è triste e allo stesso tempo quasi incredibile: tutto nasce da un matrimonio travagliato. La moglie, con la quale l’uomo è alla fine arrivato alla separazione poco meno di un anno fa, ha gravi problemi psichiatrici associati a una dipendenza da alcol che, uniti alle assenze per lavoro dell’uomo — impegnato all’estero e in Italia anche per diversi giorni di seguito — hanno anche portato all’affido della figlia. Per i problemi comportamentali della moglie, alla fine il casalese aveva rinunciato ai viaggi all’estero e, da otto anni a questa parte svolge un impiego di responsabilità in un’azienda locale. L’uomo, poco dopo la separazione, è stato anche costretto a vendere la casa per sanare i debiti contratti dalla donna durante le crisi dei suoi disturbi.

Nel frattempo, ha vissuto con la ‘paghetta’ settimanale che gli passava l’amministratore di sostegno. Pur continuando regolarmente a lavorare, infatti, non poteva più disporre autonomamente dei propri guadagni. I guai per l’uomo erano cominciati sul finire del 2012. Mentre la vicenda conflittuale con la moglie era al culmine, il 57enne venne sottoposto, su disposizione del Tribunale dei Minori, ad accertamenti e test eseguiti presso il Sert: durante questi test l’uomo, probabilmente tradito dall’emotività che fece approcciare gli accertamenti con un atteggiamento molto difensivo, ammise di avere avuto problemi con il gioco d’azzardo, problemi che avrebbero originato il dissesto finanziario personale e familiare. Da qui la richiesta dell’attivazione di un amministratore di sostegno. Alla fine, però, è emerso — o almeno così scrive il dottor Spinogatti — che l’uomo «ha avuto sì momenti in cui si è lasciato andare al gioco ma per somme modestissime e con intensi sensi di colpa. Tali comportamenti non sono stati affatto causa di dissesto economico per la sua famiglia. La sua affermazione, priva di riscontro, è legata allo stato d’animo angosciato e depresso di una persona che vede crollare la sua famiglia». Spinogatti conclude che il 57enne «mai ha presentato comportamenti da ludopatia».

Il casalese ringrazia il giudice, i consulenti e l’avvocato. Il quale da parte sua commenta: «Prima di far passare al mio assistito quel che ha passato, qualche riscontro in più non avrebbe guastato».

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