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Sabato 22 Febbraio 2020

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ARCHEOLOGIA

Ercolano, ecco come morì il custode degli Augustali

Il custode della Casa degli Augustali, il cui cervello ha restituito frammenti di vetro, era completamente carbonizzato, il corpo inglobato in una sostanza solida dall’aspetto spugnoso. Prono, a faccia in giù nel suo letto, forse dormiva, quando all’improvviso fu raggiunto dalla nube ardente che avvolse la città di Ercolano e la seppellì di ceneri e lapilli nel 79 d.C. A svelare i dettagli della scoperta è l’antropologo Pier Paolo Petrone, primo autore dello studio pubblicato sulla rivista medica The New England Journal of Medicine, condotto grazie alla collaborazione decennale con il Parco archeologico di Ercolano ed il suo direttore Francesco Sirano; coautori della ricerca sono il prof. Piero Pucci del Ceinge - Biotecnologie Avanzate e il prof. Massimo Niola direttore di Medicina Legale dell’Università di Napoli Federico II, insieme con ricercatori dell’Università di Cambridge. Nel suo laboratorio di Osteobiologia umana e Antropologia forense del Dipartimento di Scienze Biomediche Avanzate della Federico II, Petrone racconta le fasi della scoperta resa possibile grazie ad una attenta analisi dei resti del custode, rinvenuto negli anni '60 in un piccolo ambiente della casa degli Augustali nell’antica Herculaneum. «Nel corso degli anni mani ignote avevano sottratto parte della calotta cranica e, nel togliere la cenere vulcanica, ho potuto osservare l’interno del cranio. In tal modo ho notato al suo interno dei frammenti neri, vetrosi che scintillavano. Dopo averne raccolto un frammento e averlo osservato attentamente ho pensato che non poteva trattarsi che dei resti vetrificati del cervello anche perché nel corpo non ve ne era traccia, e nel sito neanche». Tuttavia, andava dimostrato che si trattasse davvero di resti di cervello. In seguito, Petrone ha coinvolto Piero Pucci perché analizzasse quel frammento nel suo laboratorio del Ceinge. «Attraverso analisi proteomiche e di spettrometria di massa sono stati rinvenuti acidi grassi tipici dei trigliceridi del cervello e dei capelli umani». A quel punto Petrone ha sottomesso i risultati della ricerca alla rivista scientifica che però ha chiesto ulteriori approfondimenti perché non del tutto convinta. «Ci hanno risposto che i risultati presentati non erano sufficienti in quanto questo genere di grassi si possono trovare anche nei tessuti animali e vegetali anche se, come ho poi chiarito, in quel sito erano del tutto assenti». Ecco allora che Petrone decide di intraprendere ulteriori analisi sul frammento, che porta dunque alla scoperta sorprendente. «Mi serviva qualcosa di definitivo e così le ulteriori analisi hanno evidenziato sette enzimi altamente rappresentati in tutti i tessuti cerebrali umani come amigdala, ipotalamo, corteccia frontale etc». Dunque, non vi erano più dubbi che si trattasse di cervello vetrificato. «La vetrificazione è un effetto dell’esposizione ad elevata temperatura seguita da un rapido raffreddamento« dice. «E' la prima volta in assoluto che si trovano resti di cervello vetrificati, non solo in contesto archeologico ma anche in ambito medico legale e forense. Il processo di vetrificazione, come abbiamo dimostrato con le nostre analisi, anche dopo duemila anni può lasciare intatte tracce biologiche che altrimenti non si conserverebbero». Infine, altro dato importante: «Le analisi che abbiamo svolto a Roma 3 con il prof. Guido Giordano e il suo team hanno stabilito una temperatura sui legni rinvenuti nel collegio compresa tra 480 e 520 gradi centigradi».

28 Gennaio 2020