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Terremoto ad Amatrice, il vescovo di Rieti: «Troppe parole vuote»

Cinzia Franciò

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24 Agosto 2019 - 12:20

Terremoto ad Amatrice, il vescovo di Rieti: «Troppe parole vuote»

Si è svolta ad Amatrice, il Comune del Reatino colpito dal sisma del 24 agosto 2016, la messa in ricordo delle 249 vittime del sisma. La funzione è celebrata dal Vescovo di Rieti, monsignor Domenico Pompili. Alla funzione, che si svolge al Palazzetto dello Sport, partecipano il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, e il sottosegretario Vito Crimi.

«A tre anni dal terremoto siamo comprensibilmente centrati sui ritardi della ricostruzione, sullo spopolamento, su una burocrazia che non conosce deroga, sul disamore che si intravvede rispetto a questa bellissima terra. Questo è il mondo vecchio. Non basta però quest’analisi indiscutibile. Occorre un’altra cosa: ci vuole una visione. Questo è il mondo nuovo».

È uno dei passaggi dell’omelia del vescovo di Rieti monsignor Pompili in occasione dell’odierna messa nell’anniversario del sisma dell’agosto 2016 ad Amatrice. Secondo monsignor Pompili: «Ritrovare una 'visione', è l’unica strada per sottrarsi alla paralisi di un’analisi senza speranza. Lo dobbiamo non solo ai nostri figli, ma anche a quelli che non sono più tra noi. La domanda vera, infatti, non è «Da dove vieni?» quanto «Dove vai?» «A dire il vero - osserva il prelato - , più che una visione in questi tre anni sono prevalsi punti di vista diversi, anche a motivo dell’alternarsi di Governi, di responsabilità personali, di varia umanità. Troppe parole vuote. E la tendenza ogni volta è stata quella di ricominciare daccapo, nel modo esattamente contrario a chi è venuto prima. L’effetto inevitabilmente non poteva essere che lo stallo. Senza un progetto, cioè senza un respiro lungo non si va da nessuna parte. E come si vede, proprio in questi giorni, l’Italia stessa boccheggia».

Poi l’appello affinché si decida presto. «Più che una visione - sottolinea il vescovo - in questi tre anni si è fatta strada una certa confusione. Se manca uno sguardo condiviso si spegne anche l’entusiasmo, passata l’adrenalina dell’emergenza. Sapere, ad esempio, cosa fare delle cosiddette Aree interne del Paese è un modo concreto per fare chiarezza rispetto ad un contesto che va rigenerato non per ostinazione, ma per necessità. Perché l'Italia senza i borghi dell’Appennino non è più la stessa. Occorre però che su questa priorità si converga quando si decide di infrastrutture, servizi sociali, opportunità culturali».

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