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Domenica 25 Agosto 2019

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5 febbraio

Giustizia, vendetta e gogna mediatica

Giustizia, vendetta e gogna mediatica

La giustizia è uno strumento di uguaglianza, per questo non senza sofferenza se n’è demandata allo Stato l’amministrazione. Némesi, la dea greca che la personificava, come scrive Carlo Maria Grillo nel suo saggio, era rappresentata con la spada, un’arma che ora come allora sta a significare la necessità di usare la forza per ottenere rispetto. La vendetta è una forma di giustizia primordiale, una sorta di risarcimento delle vittime o dei familiari desiderosi di riparare il danno subìto. In epoca moderna l’amministrazione della giustizia è stata affidata al potere pubblico, sottraendola ai singoli individui. Tale delega è alla base della convivenza civile. Se la si mette in discussione arrogandosi la facoltà di farsi giustizia da sè, si mina uno dei principi sui quali si basa lo Stato di diritto. Interroga le coscienze la vendetta del trentaquattrenne Fabio Di Lello, l’uomo che mercoledì scorso a Vasto si è vendicato della morte della moglie Roberta uccidendo a colpi di pistola Italo D’Elisa che aveva travolto in auto la donna. E’ un fatto di sangue sul quale conviene riflettere. L’assassino è in cella e piange. I genitori del giovane automobilista, chiusi nel dolore, chiedono solo perché non siano stati rimossi i manifesti che incitano alla vendetta, in particolare quelli affissi in prossimità dell’incrocio dov’è avvenuto l’incidente mortale. Il parroco Antonio Totaro, che ieri ha celebrato il funerale del ventunenne, rilancia l’appello della famiglia e invoca che si arresti l’ondata di odio e di violenza. Quanto hanno influito quei messaggi nella decisione del marito di vendicare la morte della moglie e di lavare il sangue col sangue?

Quanto ha influito l’incitazione collettiva alla vendetta che ha invaso i social network nella determinazione del marito di armarsi e uccidere? Non ci sono scusanti per D’Elisa, che giustamente è accusato di omicidio volontario premeditato. La spiegazione di quel gesto forse la si può trovare con gli strumenti d’indagine della psicopatologia. Pur devastati dal dolore, reagirono con compostezza i familiari di Adam, Junior, Adenilson e Davide, i ragazzi uccisi da un giovane straniero ubriaco alla guida di un’auto la notte del 28 giugno 2007 a Castelvetro Piacentino. Forse l’hanno pensata, ma non hanno mai pronunciato la parola vendetta, nemmeno quando hanno visto quel giovane tornare alla sua vita normale senza avere trascorso un solo giorno in carcere. Il padre di Davide ha lottato nove anni perché l’omicidio stradale diventasse legge e perché non ci fossero più stragi impunite. L’approvazione definitiva della normativa che prevede la reclusione fino a vent’anni è una vittoria sua e di tutti quelli che l’hanno aiutato. Per la prima volta in Italia dallo scorso marzo, la violazione del Codice della strada che comporta lesioni gravi o decessi non rientra nei reati colposi e non è perseguita dalle sole sanzioni amministrative. Si può discutere dell’applicabilità e dei limiti del reato di omicidio stradale, ma è fuori discussione che quella di Cesare Chiodelli e del comitato nazionale che l’ha supportato sia stata una battaglia di civiltà. Come ferma, ma civile è stata la risposta che lo stesso Chiodelli diede al giovane albanese che chiedeva scusa alle famiglie delle vittime, nove mesi dopo la strage. «Se l’incidente l’avesse causato nel suo Paese — scrisse — sicuramente adesso sarebbe in prigione e forse non avrebbe neanche avuto modo di scrivere. Qui in Italia, invece, i giudici non lo manderanno in cella perché saranno ligi nell’applicare la legge». Di tutt’altro tenore è stata la reazione non solo del marito, ma anche della gente, suscitata dall’incidente di Vasto. Parliamo di un fatto tragico ma non inconsueto quale è un decesso per colpa di un automobilista. Dal web si è alzata un’ondata di violenza verbale e di istigazione alla vendetta indegna di un Paese civile. La barbara invocazione della gogna è uno degli aspetti più sconcertanti di una vicenda tragica. Dobbiamo chiederci se l’inasprimento delle pene previsto dal reato di omicidio stradale sia sufficiente a placare la nostra sete di giustizia. Se non lo è, dobbiamo chiederci se e quanta fiducia abbiamo nella giustizia. Per il marito sconvolto dalla morte della moglie e ora lacerato dai sensi di colpa non resta che un pietoso silenzio.

06 Febbraio 2017