L'ANALISI
30 Marzo 2026 - 10:46
CREMONA - Torna l'appuntamento con #DIRITTODICRITICA, l'iniziativa organizzata dal giornale La Provincia e da Fondazione Teatro Amilcare Ponchielli, che offre agli studenti delle scuole cremonesi la possibilità di esprimere il loro giudizio motivato e argomentato sugli spettacoli in cartellone al Ponchielli. Protagonista di questo appuntamento è ‘Mein Kampf’, l’intenso monologo di Stefano Massini.
CATERINA PREMI – 2ª LICEO SCIENTIFICO ASELLI
In scena una piattaforma bianca, una pagina non ancora marcata dall’inchiostro, inviolata dalle parole, accoglie sul suo palco Stefano Massini, attore protagonista e regista, che presenta “Mein Kampf”, uno spettacolo capace di travolgere lo spettatore, instillando domande e innescando riflessioni di fronte a un’autobiografia che pare il delirio di uno squilibrato.
All’inizio della rappresentazione Massini attraversa la platea e, giunto al boccascena, fa incontrare al pubblico lo scrittore Emil Erich Kästner, le cui opere erano state bruciate nel Bücherverbrennungen, il rogo dei libri, insieme ad altre migliaia di testi. Lo spettatore torna indietro nel tempo, trovando un giovane Adolf Hitler, non ancora conosciuto come Führer, il cui nome non compare sui manifesti, la cui vita è dominata dalla rabbia, un culto al quale è devoto. Il giovane Hitler, non ancora ventenne, è certo che non vuole essere un impiegato, e che non vuole morire a Braunau am Inn, luogo in cui è nato. Nel 1909, trasferitosi a Vienna, ha modo di osservare le differenti classi sociali, realizzando che la classe operaia necessiti di una guida e si profila un’idea delirante e visionaria. Ora il giovane Hitler riflette su cosa, o meglio chi, tenga tutti a testa bassa nella polvere; ed ecco che dall’alto cadono un cappotto, un paio di scarpe, un cappello e una valigia, destinati a diventare un uomo privo di identità per qualche istante. All’età di ventitré anni Hitler, non ancora conosciuto, trascorre le proprie giornate in biblioteca, a studiare la storia della razza ariana; ed ecco che cadono libri e fogli dall’alto e atterrano sulla pedana. Giunge la guerra, Hitler invia a Re Guglielmo una lettera in cui chiede di potervi prendere parte. Quando la Germania si arrende e diviene una repubblica, il giovane è deluso, infuriato. Partecipa a incontri di socialisti, pagato per riferire il contenuto dei ritrovi, e qui, nel 1919, come un falco che impara a sbattere le ali, parla, ammalia con la parola mentre coriandoli d’oro gettati dall’alto accompagnano la sua ascesa. Hitler inizia a essere un nome sui manifesti, una tessera da membro provvisorio, applaudito e idolatrato dai compagni: ora la pagina del Mein Kampf non è più bianca, e l’applauso trascolora interminabile in quello per l’autore e la sua messa in scena del folle delirio di questa tragica pagina di una storia che non deve mai più ripetersi.
GIORGIO SEVERGNINI – 3ª LICEO SCIENTIFICO ASELLI
Domenica sera al Teatro Ponchielli si è tenuto il monologo “Mein Kampf” di Stefano Massini, dall’omonimo e famosissimo saggio autobiografico di Adolf Hitler, che dal carcere di Landsberg espone le proprie agghiaccianti tesi e le proposte del partito nazista.
Nel monologo, Massini indaga sulle logiche di comando, di brama e di superiorità che imperversavano nella mente di Hitler ed espone chiaramente al pubblico i meccanismi che si celavano dietro al potere, a cui Hitler, ancora giovane, aspira ardentemente.
La scenografia iniziale è unicamente composta da un luminosissimo foglio bianco, in contrasto con il buio della sala e su cui Massini cammina. Con il susseguirsi dei ragionamenti, cadono dal soffitto oggetti che si ammucchiano violentemente e disordinatamente sul foglio bianco: Hitler mette pian piano insieme i suoi pensieri ossessivi e scrive così la sua autobiografia, ma la montagna caotica di oggetti è chiaro simbolo della mancanza completa di lucidità mentale.
A questo proposito, si nota subito con stupore la follia nel parlare con cui Massini caratterizza il proprio personaggio, urlando spesso e in un modo quasi schizofrenico, evidenziando fortemente la sua psicologia e lasciando il pubblico impressionato e talvolta spaventato.
Ma la ragione per cui Hitler a suo tempo ebbe così tanti seguaci fu la sua abilità di mostrarsi amico del popolo, rivolgendosi direttamente ad esso e proponendosi come sua legittima, unica e capace guida per risollevare le sorti di una Germania in ginocchio dalla Prima Guerra Mondiale. E tutto questo Massini ci mostra con grande vigore nel suo monologo.
Secondo l’attore, il migliore antidoto alla ripetizione di ciò che è tristemente già accaduto è proprio questo, un modo forte, deciso e impattante, che risulta però straordinariamente efficace a chi assiste.
SIMONE TAMBÉ – 2ª LICEO SCIENTIFICO ASELLI
Concluso lo spettacolo mi sentivo vuoto anch’io. Le palpebre tremanti, i pensieri bloccati in un traffico che non si snoda.
Tuttavia, penso che spesso essere vuoti equivalga ad essersi arricchiti di qualcosa.
Forse invece è stato detto il vero, siamo così vuoti e nemmeno ce ne accorgiamo.
Al teatro Ponchielli è andato in scena la sera del 22 marzo con Stefano Massini, scrittore e drammaturgo, il Mein Kampf, un delirio soffocante e fremente che non ti lascia con un solo pensiero, ma come una slavina di parole che si abbatte senza fare rumore.
Una melodia fredda e tagliente apre lo spettacolo, preparandoci ad entrare nella realtà grigia del primo Novecento. Da Braunau am Inn, fino a Vienna e poi in Baviera, il giovane Hitler nota un crescente vuoto nelle persone, irrilevanti comparse sullo sfondo che vengono corrotte da un parassita che infetta senza difficoltà.
Il giovane vive in una società di “impiegati” e lui ripudia l’essere impiegato, l’essere un puntino in una realtà che non tollera.
In ognuno il futuro Führer vede la necessità di una linfa vitale per tornare a essere divinità e non più angeli immemori senza ali.
Vede le contraddizioni e le mancanze nella società. Vede la morte della cultura tedesca sugli scaffali di una biblioteca. Vede una nazione passiva e irrilevante che accoglie un parassita dentro di sé.
Tutto ciò viene espresso con una voce tonante, coinvolgente e convincente e, quasi rabbiosa. Massini guarda tutti noi nelle pupille e noi fissi su di lui, come fissi furono quelli occhi quando il führer parlò all’ Hofbräuhaus. Una voce tonante, convinta, disinvolta: il pubblico desidera essere come l’oratore, scoprire la verità e pende dalle parole che questo pronuncia.
Una pioggia di carte infette piomba sul palco candido. Poi è la volta dei vetri che si disgregano come briciole e vanno a comporre la confusione della scena, simbolo della realtà del tempo, in cui le parole smuovono gli animi senza sforzi.
Spiccano una scenografia eccezionale, un’astrazione senza limiti e un’esibizione che ti lascia con gli occhi fissi sul palco a chiederti: quanto è volatile l’animo umano? Di cosa sono capaci le parole?
Noi ci nascondiamo da loro per non mostrarci vulnerabili, ma loro lo sanno, ci rincorrono e ci catturano e noi rimaniamo con gli occhi sgranati e le menti assorte.
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