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#DIRITTODICRITICA: ‘Il misantropo’, le recensioni degli studenti

Nuovo appuntamento con l'iniziativa organizzata dal giornale La Provincia e da Fondazione Teatro Amilcare Ponchielli

La Provincia Redazione

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24 Marzo 2026 - 09:56

#DIRITTODICRITICA: ‘Il misantropo’, le recensioni degli studenti

CREMONA - Torna l'appuntamento con #DIRITTODICRITICA, l'iniziativa organizzata dal giornale La Provincia e da Fondazione Teatro Amilcare Ponchielli, che offre agli studenti delle scuole cremonesi la possibilità di esprimere il loro giudizio motivato e argomentato sugli spettacoli in cartellone al Ponchielli. Protagonista di questo appuntamento è ‘Il misantropo’, pièce di Molière diretta da Andrée Ruth Shammah.

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ALICE CAPRINI - 4ª LICEO SCIENTIFICO ASELLI
Durante la serata del 15 marzo, il sipario del Teatro Ponchielli di Cremona si è aperto ed il pubblico è stato fin da subito catturato dalla bravura dell’attore Fausto Cabra, che ha personificato al meglio Alceste: un nobile misantropo che disprezza l’ipocrisia della società parigina dell’epoca. La regia di Shammah consegna al pubblico “Il Misantropo” di Molière nella sua forma più classica. Ciò risulta evidente già dalla prima scena dell'opera, che vede Alceste, cupo, al centro del palcoscenico, circondato da personaggi vestiti nella stessa foggia, ma in colori diversi tra loro, simbolo di una società variegata nella forma, omologata però dall’ipocrisia del tempo.
Fin dall’inizio viene definito il ritratto del protagonista, attraverso la sofferta esistenza di un uomo lasciato solo davanti al potere e allo sfoggio della ricchezza da parte degli altolocati. Alceste è deriso da tutti e considerato un pazzo, ma in realtà è l’unico in grado di cogliere la follia del mondo.
Da una parte è presente l’autenticità del protagonista, mentre dall’altra vi è l’ipocrisia della società aristocratica francese, rappresentata dai personaggi degli uomini di corte (quali Clitandro, Lacasta e Oronte). Nel mezzo traspare il compromesso: Philinte che si sforza di far ragionare l’amico Alceste. Philinte agisce come un “mediatore” che cerca di ricondurre il protagonista verso una più concreta aderenza alle convenzioni sociali, suggerendo come sia possibile abitare il mondo senza rinunciare integralmente alla propria identità.
Un altro personaggio suggestivo è sicuramente quello di Célimène, la “civettuola”, interpretata dalla giovane attrice Bea Barrett. Célimène è, indubbiamente, la proiezione della moglie di Molière: Armande Béjart. Proprio come Armande, ella è circondata da corteggiatori, i marchesi, sfruttati dalla donna per mantenere la propria condizione sociale.
Notevole è la scelta di come la regia abbia deciso di sottolineare il tema centrale, l’amore tormentato che traspare con una modernità folgorante. Esso rimanda a quell’amore possessivo, che dai tempi di Molière fino ad oggi, rappresenta una logorante fonte di sofferenza. In questo modo viene delineato un capolavoro in grado di mantenere la propria aderenza con la realtà del tempo, dal XVII secolo ad oggi.

BEATRICE CORTESI - 3ª LICEO SCIENTIFICO ASELLI
La sera del 15 marzo al teatro Ponchielli di Cremona si è tenuto lo spettacolo “Il Misantropo” uno dei classici di Moliere rappresentato in chiave più moderna. Quest’opera racconta la storia di Alceste, il misantropo, un uomo schietto che detesta le frivolezze della società parigina. Egli è profondamente innamorato di Celimene, una civetta arguta che si districa tra i meandri di quella società mondana e superficiale criticata assai da Alceste. Quest’ultimo durante la storia cerca di scampare a diverse accuse tra cui quella alquanto comica del “poeta” e amante della sua donna. Dunque tra equivoci, discussioni, pettegolezzi e colpi di scena Fausto Cabra nelle vesti di Alceste e la compagnia sono riusciti ad analizzare temi ancora molto attuali come il confronto fra la realtà e la finzione sociale. Credo che per la buona riuscita sia stata fondamentale la competenza degli attori e anche i loro costumi azzeccati. Infatti gli abiti indossati erano minuziosamente curati e caratterizzati da colori vivaci e sgargianti, che permettevano di distinguere facilmente i vari personaggi sulla scena. Ho apprezzato soprattutto quelli femminili che erano sia vistosi che eleganti in grado di attirare immediatamente l’attenzione dello spettatore. Così si è creata un’atmosfera davvero convincente alla quale ha contribuito la scenografia abbastanza semplice ma efficace. Gli attori sono poi stati in grado di sfruttare lo spazio circostante giocando con panche, tende e luci soffuse sia dei lampadari che dei candelieri permettendo allo spettatore di immergersi ulteriormente nell’epoca della storia. Invece gli attori nel complesso sono stati bravi e convincenti nei loro ruoli. Talvolta però non è stato facile comprendere subito le vicende perciò questo richiedeva uno sforzo da parte del pubblico. Però devo riconoscere il geniale utilizzo delle rime tipico del testo che ne agevolava la comprensione. Sebbene la durata abbastanza lunga dello spettacolo, la rappresentazione è risultata davvero scorrevole. Inoltre sia la storia ma anche la capacità di interpretarla ha mantenuto alta l’attenzione del pubblico. Oltre a questo ha sicuramente giovato che lo spettacolo non fosse solo costituito da momenti seri, ma anche da diverse situazione ironiche. In questo modo l’esperienza teatrale è risultata ancor più piacevole.

EMMA FRATI – 3ª LICEO SCIENTIFICO ASELLI
La tragedia di Molière è stata portata in scena domenica 15 marzo al teatro Ponchielli sotto regia di Andrée Ruth, Shaman e Luca Micheletti. 
Già inizialmente si vede il senso di tensione e incertezza generale con il dialogo tra Alceste e Filinte con l’inflessibilità e la scontrosità di Alceste, che infatti ritiene che la società ormai non sia salvabile e sia totalmente ipocrita. Cambia questo pensiero però verso l’amore verso Celimene, che quindi è controverso e incoerente.
Celimene, infatti, è una donna che attrae molti pretendenti e che però non sostiene la volontà di un amore unico, per questo non respinge nessuno. Invece sarebbe più coerente e vantaggioso per Alceste sposare sua cugina, una donna di miglior fama. Questa instabilità viene rappresentata perfettamente dall’attore che interpreta con grande decisione questo suo carattere critico, che si sposa con lo stile e le parole utilizzate anche da tutti i personaggi, che sono esattamente bilanciate, sempre in rima e relazionate ad ogni tipo di situazione. Ho apprezzato molto anche le scene più leggere e divertenti, come quella con Oronte, che espone il proprio sonetto con gran spirito, evidenziando nel mentre il carattere forte di Alceste.
La scenografia ha partecipato ovviamente alla narrazione infatti, per esempio, nel momento più critico, dove si stanno scoprendo i tradimenti di Celimene, con due marchesi e altri come Oronte, i due lampadari hanno una funzione drammaturgica: mettere in luce i molteplici tradimenti di Celiméne.
La commedia si conclude con la scelta coerente e razionale di Alceste che lascia Climene e si ritira dal mondo civile.
La grande capacità degli attori a interpretare ruoli del 1600 e anche i temi della storia comunque ricorrenti a volte tutt’oggi, hanno fatto immergere il pubblico in questa realtà diversa ma per molti versi uguale alla nostra, anche grazie ai costumi e tutti gli aspetti scenografici e riguardanti le battute.

JACOPO GANDAGLIA – 5ª LICEO SCIENTIFICO ASELLI
La stagione di prosa del Teatro Ponchielli prometteva Classici!? e, dopo le rivisitazioni di Amleto e Riccardo III, il Misantropo abbraccia appieno la tradizione: il testo, rigorosamente in rima, tradotto da Valerio Magrelli, i costumi seicenteschi di Giovanni Buzzi che accompagnano il pubblico in una società tanto antica nella forma quanto moderna nei contenuti, ma soprattutto la storia di Alceste, quella di sempre, quella che sarà per sempre. L'Alceste di Fausto Cabra è un caleidoscopio di emozioni e princìpi contrastanti. Ogni sfaccettatura del misantropo è definita vividamente: il disprezzo verso le fatue convenzioni della società, il dissidio interiore fra volontà di affermare le proprie idee e necessità di vivere con gli altri, l'irrazionalità di un amore incapace di accettare nella donna amata gli stessi vizi da lui criticati. Cabra emerge inevitabilmente fra alcune macchiette davvero ben riuscite: ilare nella sua petulanza l'Oronte di Corrado d'Elia e nella loro superficialità i due marchesi spasimanti di Celimene. Nel ruolo dell'amante di Alceste, Bea Barret offre una performance equilibrata e precisa che, forse volutamente, manca tuttavia dell'incisività necessaria per essere degna controparte femminile, sentimentale e valoriale, del protagonista. Al netto di una prova attoriale convincente, la regia di Andrée Ruth Shammah ha l'arduo compito di adeguare al pubblico di oggi forme e tempi tutt'altro che "moderni". Su uno sfondo ecru, si muovono con una certa essenzialità i colori pastello femminili e quelli scuri maschili, variamente illuminati da due lampadari barocchi. L'atmosfera generale rispecchia sempre la natura "soffusa" delle scelte registiche, che prediligono una certa intimità, dettata dal frequente uso di un sipario interno al palco e dall'utilizzo sempre pregnante dei pochi oggetti di scena, che esalta ancor più i rari impeti dei protagonisti. Sostenere costantemente i densi e ricchi dialoghi è arduo, ma forse la vera idea dietro al Misantropo va oltre la semplice rappresentazione teatrale. Così i numerosi cambi di ritmo e le celate rotture della quarta parete quando le riflessioni passano dall'azione particolare all'universalità dell'umana natura sono il momento ideale per arrestarsi e pensare, poi ricominciare, e così in un climax ascendente che culmina col monologo finale di Alceste: la resa al suo essere, ad una società non sua.

SARA LODIGIANI – 3ª LICEO SCIENTIFICO ASELLI
Il misantropo, intramontabile e perfetta commedia scritta dal criticato drammaturgo francese Molière e rappresentata per la prima volta nel 1666, in scena al teatro Ponchielli nella sera di domenica 15 marzo.
Nell’omonima commedia si narra la vita di Alceste, un giovane uomo sincero e estremamente critico nei suoi giudizi, scoraggiato e sfiducioso della società in cui vive, ritenuta falsa e ipocrita.
Purtroppo Alceste è trafitto nel cuore dalla freccia dell’amore di Celimene, che incarna tutti i non-valori che lo stesso giovane disprezzava, ma l’affetto è incontrollabile per Alceste, che tenterà invano di cambiare i comportamenti della fanciulla. Per la sua eccessiva criticità, il giovane si ritroverà poi querelato da un nobil uomo, e la sua convinzione che soltanto la verità e la giustizia lo possano scagionare lo porta a dare poca stima all’avversario. Le amicizie, le alleanze, sono queste che muovono il mondo, e Alceste, rifiutandosi sempre di svilupparne con il solo fine di ottenere favori, si ritroverà succube di un mondo di sole verità apparenti. Lo sdegno, l’afflizione, e lo sconforto desteranno il giovane, che si troverà senza la donna amata e nel burrascoso processo che è destinato a perdere.
Il protagonista, il censorio Alceste, è interpretato magistralmente da Fausto Cabra, che ha saputo inscenarne gli stati d’animo e le emozioni in maniera eccellente, dando carattere alla narrazione e lasciando lo spettatore interessato e attento.
Particolare nota sulla scelta della scenografia, un unico ambiente che grazie a giochi di movimento, luce e colori ha permesso di creare infinite stanze, e dunque creare differenze in ogni scena.
L’ambientazione, fedele a quella della commedia originale, ha ripreso la classicità dei costumi mantenendo l’integrità del tempo, e la volontà di mantenere la struttura poetica del testo ha reso indimenticabile la rappresentazione.
Lo spettacolo, seppur dalla durata consistente, è stato seguito assiduamente dal pubblico, che è rimasto incantato dalla perfezione di ogni dettaglio.

LUDOVICA PREMI - 3ª LICEO SCIENTIFICO ASELLI
Nell’allestimento di Andrée Ruth Shammah, Il Misantropo abbandona i panni della commedia di costume per farsi anatomia di un’ipocrisia sistemica, una radiografia spietata del compromesso che regola il vivere civile. Lo spettatore è proiettato in un universo instabile, dove la finzione dichiara apertamente la propria artificiosità: il salotto di Molière diventa un dispositivo di osservazione reciproca, in cui la reputazione è l'unica moneta di scambio e la sincerità un'arma a doppio taglio.
La scena si presenta come un organismo in divenire, un cantiere della vanità dove la scenografia è incompiuta e i personaggi appaiono come attori colti nel privato, privi di parrucche, sospesi tra il proprio essere e il ruolo da interpretare. In questo spazio incompleto, un operaio in divisa rossa si muove come un’interferenza irrisolta, smarrito tra le quinte nel tentativo di ultimare i decori. L'arrivo di Alceste agisce come un trauma: il suo radicalismo coglie tutti alla sprovvista, costringendoli a subire un giudizio che paralizza un mondo ancora in costruzione.
È in questa cornice sospesa che il dualismo tra Alceste e Filinte assume significati esistenziali. Alceste non è un semplice odiatore dell'umanità, ma un individuo che soffre per una coerenza brutale in un mondo dominato dal compromesso; il suo isolamento è il prezzo di una verità che non ammette mediazioni. Di contro, Filinte incarna la prassi democratica: la sua non è ipocrisia, ma la necessità antropologica di farsi benvolere per sopravvivenza sociale. Egli parla un linguaggio del vivere comune che Alceste rifiuta di imparare, scorgendovi non saggezza, ma tradimento dell'anima.
Scenografia e costumi giocano su un'eleganza senza tempo: luci calibrate e una tenda rossa in costante movimento ridefiniscono i confini della scena, trascinando il pubblico in una "gabbia dorata" dell'alta società: un ambiente dove tutti si osservano, si giudicano e si lusingano a vicenda. Se il radicalismo conduce Alceste all'esilio della sua "isola", la capacità di mediazione di Filinte produce l'unico risultato concreto, formando con Éliante l'unica coppia capace di resistere alla tempesta. Lo spettacolo si chiude sulla tragica ironia di chi vorrebbe cambiare il mondo ma non riesce a smettere di amare chi di quel mondo è il simbolo, lasciando la platea testimone di una vittoria morale che somiglia terribilmente a una sconfitta umana.

MATTEO RONCHI - 4ª LICEO CLASSICO MANIN
“È un’avversione generale e gli uomini li odio tutti”. Con questa premessa domenica sera al Teatro Ponchielli è stato portato alla sbarra l’intero genere umano. L’accusa? La costante ipocrisia e falsità nella società. Questo “J’accuse” altro non è che la celebre commedia di Molière il Misantropo, con la regia di Andrée Shammah e nella traduzione in rima di Valerio Magrelli.
Qui, il protagonista Alceste, che non può fare a meno di essere completamente sincero in ogni situazione, si trova circondato da individui di cui non tollera minimamente l’atteggiamento, costellato di iperbolici complimenti e, al contempo, di perfidi pettegolezzi. Tuttavia, la sua granitica onestà gli assicura continui scontri con le persone del suo tempo, anche i più intimi, e addirittura una querela. Con ciò, Molière intende dirci che, se il morbo dell'ipocrisia che attanaglia la società in ogni epoca è da mettere alla berlina, la più cruda e schietta sincerità non deve essere sicuramente la bussola di vita (“Talvolta troppa saggezza rende l’uomo deprecabile”, dichiara Filinte ad Alceste).
Ad ogni modo, è proprio questo suo pessimismo antropologico che affascina sia noi spettatori sia gli altri personaggi, tant’è che in apertura della pièce li vediamo circondare incuriositi Alceste, il quale, riflettendo sconsolato al centro della scena, li attrae, come fosse un buco nero, con le sue idee e comportamenti singolari.
L'elemento comico, pur non essendo il fulcro di quest'opera, è magistralmente sfruttato dagli interpreti, per accentuare ancor più i tratti caratteriali di ciascun ruolo e, dunque, per far emergere la critica sociale di fondo.
A tal proposito, è degna d’encomio la memorabile prestazione di Fausto Cabra, il quale è riuscito, specialmente grazie alla sua straordinaria mimica facciale e modulazione vocale, a far innamorare la platea di un personaggio così rigido e polemico. Altrettanto brillanti sono stati Filinte, l’amico diplomatico, e Oronte, il vanitoso aristocratico. Meno bene Célimène e Arsinoè, le nemesi per eccellenza di Alceste, che a tratti, con una recitazione troppo piatta e poco coinvolgente, hanno privato di vivacità lo spettacolo. Nota di merito, infine, per i costumi settecenteschi di Giovanna Buzzi, tutti dai colori vivaci ad eccezione di Alceste, rigorosamente nero.
In definitiva, una discreta performance che conferma quanto Molière resti eternamente attuale.

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