L'ANALISI
22 Marzo 2026 - 19:47
Alcuni momenti dell’installazione ‘Sospeso nel moto con addebito di vuoto’ di Guglielmo Castelli e Fabio Cherstich
CREMONA - Una chiesa sconsacrata con cui la storia non è stata clemente, un’installazione di fortissimo impatto che occupa l’edificio e un gruppo di musicisti che danno vita a una performance in cui musica e arte si fondono in un unico elemento: ‘Sospeso nel moto con addebito di vuoto’ è il titolo della mostra di Guglielmo Castelli e Fabio Cherstich ospitata fino a giugno a San Carlo (via Bissolati) e visitabile su appuntamento.

L’interno della chiesa - devastato da decenni di incuria e trasformazioni sfrontate - accoglie teleri enormi, quinte che occupano lo spazio dell’edificio e che sembrano inseguirsi per tutta la navata, dall’ingresso al coro. Sullo sfondo candido emergono figure antropomorfe, maschere, oggetti in equilibrio precario che scivolano verso il pavimento, disegni slabbrati e liquidi di inconsueta leggerezza.
Il richiamo immediato è alla caduta di titani, angeli e giganti, iconografia comune e scenografica, tanto presente nell’arte sei-settecentesca di cui in San Carlo resta la memoria. Sono dipinti, è teatro: è - in questa assoluta contemporaneità - uno specchiarsi nel barocco che è stato. L’intervento musicale - non un concerto, ma una vera e propria performance itinerante negli spazi di San Carlo - è quanto mai necessario.

In un viaggio musicale che attraversa i secoli un ensemble di musicisti allievi dell’Accademia Stauffer e l’ITER Research Ensemble si spostano intorno e dentro l’opera d’arte, intorno e dentro la chiesa, sfiorando il pubblico, riempiendo di suono la chiesa. Va in scena, di fatto, l’eterno dialogo tra l’umano e il divino, tra materia e spiritualità. Mentre le figure di Castelli sembrano subire gli effetti della forza di gravità, il suono raggiunge la volta, leggero e rarefatto. Il coro si sdraia a terra, i cantanti con un dito puntano al cielo - e non lo toccano: del resto, anche l’Adamo e il Dio di Michelangelo non arrivano neppure a sfiorarsi. L’uomo si scopre fragile davanti al mistero, trasforma in speranza la paura, inventandogli dei.
Aiuta a trovare la strada una filastrocca scritta da Castelli: «Sospeso nel moto/con addebito di vuoto,/avanzo di niente,/sostegno di poco.//In questa caduta di santi e giganti,/infermi dinanzi/ai giorni distanti.//Non c’è caduta che non vada per gradi,/il dubbio insegna/meglio dei padri.//E dunque sapendo che la verità è nella forma,/allora anche l’errore/ha una sua norma.//Chiudendo e battendo su nota supina,/resta il tentare che culla e confina».

In questo l’architettura, gli affreschi slavati, il nulla che resta di una chiesa che nel XVI secolo era amatissima e affollata di devoti sono parte integrante, sono corpo vivo. L’arte contemporanea regge al confronto con l’antico solo se sa comunicare, se apre un varco nella mente e nel cuore dei visitatori.
È in questo senso che va il progetto San Carlo nelle intenzioni di Lorenzo Spinlli Form che dal 2021 hanno acquisito la chiesa, trasformandola: un contenitore che non è solo tale, ma un frammento di memoria recuperato al presente e alla città, in cui il tempo si fa pensiero astratto e l’arte vuole sempre ‘dire’ qualcosa e non limitarsi a una funzione estetica, ovvero un luogo in cui la comunità può ritrovare sé stessa e sentirsi viva.
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