Cerca

Eventi

Tutti gli appuntamenti

Eventi

A TEATRO

#DIRITTODICRITICA: ‘Il fuoco era la cura’, le recensioni degli studenti

Nuovo appuntamento con l'iniziativa organizzata dal giornale La Provincia e da Fondazione Teatro Amilcare Ponchielli

La Provincia Redazione

Email:

redazioneweb@laprovinciacr.it

19 Marzo 2026 - 12:22

#DIRITTODICRITICA: ‘Il fuoco era la cura’, le recensioni degli studenti

CREMONA - Torna l'appuntamento con #DIRITTODICRITICA, l'iniziativa organizzata dal giornale La Provincia e da Fondazione Teatro Amilcare Ponchielli, che offre agli studenti delle scuole cremonesi la possibilità di esprimere il loro giudizio motivato e argomentato sugli spettacoli in cartellone al Ponchielli. Protagonista di questo appuntamento è ‘Il fuoco era la cura’, della compagnia Sotterraneo.

VOTA IL SONDAGGIO

ALBA DORA MANARA - 1ª LICEO TORRIANI
Musiche forti, silenzi assordanti. Controllo. Sottomissione. Pagine bruciate svolazzano come uccellini appena nati: un fremito di volo, poi la resa e la caduta. Tutto questo è la espressiva creazione teatrale di Sotterraneo, ‘Il fuoco era la cura’ liberamente ispirata al romanzo Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, pubblicato ben settantatré anni fa.
Cinque ragazzi o meglio, quattro giovani ragazzi e uno ’leggermente più maturo’ danno voce a una generazione che osserva il nostro presente come fosse già passato. Davanti a un pubblico immaginario ricostruiscono gli anni Venti del XXI secolo: un’epoca segnata da conflitti e dal progressivo soffocamento della libertà di pensiero, di espressione.
È l’eco del futuro distopico immaginato da Bradbury: un mondo in cui la distruzione dei libri non è soltanto censura, ma il lento svuotamento delle menti umane. Senza pensiero gli individui finiscono per confondersi in una massa silenziosa e uniforme, in cui tutti sono accomunati dalla paura.
In questo scenario emerge un elemento inatteso: il silenzio. Il silenzio di una società che ha imparato ad accettare senza opporsi. Il silenzio dell’obbedienza, che nasce quando la parola è sorvegliata e leggere diventa sospetto. Però nello spettacolo questo assume anche un altro significato: è il silenzio concentrato della lettura clandestina, dell’ascolto attento, della mente che si sottrae al frastuono del mondo esterno: il rombo degli aerei, le macchine sfreccianti, il vortice dei pensieri che cercano di sfuggire dalla realtà.
Tra le pieghe del silenzio, la parola non si spegne: si custodisce e si prepara a rinascere, trovando nuove forme per sopravvivere. Ed è proprio da questa quiete vigilante che prende vita un’altra possibilità: i book-people che impegnano le loro intere giornate su varie letture, scegliendo di diventare memoria vivente dei libri.
Forse Bradbury, settantatré anni fa, non si sbagliava del tutto. Le realtà che immaginava sembrano lontane, eppure ci sfiorano sempre più da vicino. In un mondo dove il frastuono soffoca la parola e l'indifferenza svuota la memoria, spetta a noi custodire ciò che è fragile e prezioso: la capacità di pensare, le idee, la nostra identità. Diventare uomini e donne-libro non è più solo una possibilità, ma una necessità. Vi lascio con una domanda impressa nella mente: se il futuro fosse già tra noi, avremmo occhi per vederlo?

GIORGIA MAROLI – 4ª LICEO CLASSICO MANIN
“Non è necessario bruciare libri per distruggere una cultura. Basta convincere la gente a smettere di leggerli.” Questa frase di Ray Bradbury apre idealmente "Il fuoco era la cura", la creazione di Sotterraneo andata in scena mercoledì 11 marzo al Teatro Ponchielli. Lo spettacolo trasforma la distopia di Fahrenheit 451 in un esperimento frenetico di 90 minuti.
Sul palco, l’azione si frammenta tra schermi e cuffie che mostrano come siamo sempre isolati e bombardati da notifiche: pur circondati da "amici digitali", restiamo soli. Spicca la scena del ballo dei pompieri: una coreografia ritmata che rappresenta una società intenta a divertirsi mentre distrugge la propria intelligenza, preferendo lo spettacolo alla fatica di capire.
Il titolo stesso è una provocazione amara: se pensare genera ansia, allora il "fuoco" dell'ignoranza diventa la cura perfetta per restare sereni. L'unico contrappunto è la sequenza dei "libri viventi": i performer imparano a memoria testi classici, ricordandoci che la cultura non è fatta di carta ma di persone. Salvare le storie a memoria è l'ultimo modo per sottrarle all'oblio quando tutto il resto viene cancellato.
Tra luci stroboscopiche e suoni martellanti che riproducono il nostro caos mediatico, l’opera svela che il vero rogo è la nostra distrazione quotidiana e ci spinge a chiederci cosa resti di umano in una società senza memoria. Vedere questo spettacolo oggi è fondamentale per risvegliare la nostra coscienza critica, ormai anestetizzata dall'iperconnessione. Ci ricorda che resistere all'oblio non è un atto nostalgico, ma un dovere civile: solo riappropriandoci del tempo e della profondità possiamo evitare di diventare spettatori passivi della nostra stessa scomparsa culturale.


BIANCA OGADRI - 2ª LICEO SCIENTIFICO ASELLI
La messa in scena di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, ideata dalla compagnia Sotterraneo e presentata al Teatro Ponchielli di Cremona, mostra una realtà frutto di fantasia oppure qualcosa che accade già oggi, ma a cui spesso non prestiamo attenzione?
Con giochi di luce, momenti di ballo, canto e di intrattenimento, ma anche di lettura e riflessione, la compagnia teatrale in 90 minuti è riuscita ad esporre la complessità e allo stesso tempo la frugalità di un mondo futuro, in cui leggere è proibito.
La scena si apre con l’ingresso degli attori, che in principio spiegano, nei ruoli dei ‘Book People’ la lettura che stanno cercando di memorizzare, e che successivamente assumono le parti dei personaggi del romanzo.
Il protagonista Guy Montag, un pompiere addetto alla eliminazione dei libri, si trova presto tra due fuochi: Beatty, il suo superiore, che trova l’uguaglianza nell’ignoranza, e Clarisse, una ragazza che pensa troppo in una società di schermi e tanta fretta. Particolarmente riuscita è stata l’interpretazione del personaggio di Beatty, capace di trasmettere con forza il cinismo e la sicurezza di chi difende quel sistema.
Ogni parte del libro viene interpretata con varie metodologie: letture, interpretazioni del film del 1966, dalla recita alla danza, momenti di riflessione su tematiche attuali ma che vengono spesso ritenute distanti. La decisione, però, di proiettare uno dei dialoghi chiave, quello tra Guy Montag e la moglie Mildred, invece di farlo interpretare dagli attori, ha attenuato il coinvolgimento del pubblico, in un momento che invece sarebbe potuto risultare più intenso se espresso direttamente sul palco.
La coscienza degli spettatori è stata punzecchiata da domande retoriche, affermazioni contrastanti e verità scomode, seguendo un ritmo scorrevole e coinvolgente: ogni tema è stato presentato senza soffermarsi troppo a lungo, ma abbastanza da imprimersi nella mente del pubblico. Lo spettacolo riesce così a rendere attuale il messaggio del romanzo, mostrando quanto il rapporto tra informazione, distrazione e libertà di pensiero sia ancora centrale nella società contemporanea.

LUDOVICA PREMI – 3ª LICEO SCIENTIFICO ASELLI
Tra accelerazioni frenetiche e cortocircuiti visivi, “Il fuoco era la cura” si manifesta sulla scena come un’anatomia spietata della nostra facoltà di ricordare. Il collettivo Sotterraneo non si limita a trasporre Fahrenheit 451 di Bradbury, il romanzo diventa materia viva da attraversare, smontare e interrogare, trasformando la distopia letteraria in un’indagine antropologica che interpella direttamente il collasso dell'attenzione contemporanea. Il teatro smette di essere narrazione per farsi dispositivo critico: un laboratorio in cui il tempo si flette e la parola, privata del suo supporto fisico, diventa un reperto archeologico di una specie in mutazione.
La scena si spoglia di ogni velleità descrittiva per farsi spazio mentale, 5 sedie e 2 schermi, un non-luogo scandito da ritmi sincopati e quadri che si compongono e scompongono con la rapidità di un algoritmo. Tra stimoli incessanti, aggirandosi sul palco da narratori, testimoni e solo infine attori, le figure sono condannate a rimanere un frammento in un discorso che li sommerge e supera. Un gioco scenico colto e pop al tempo stesso, dove l'ironia tagliente funge da anestetico prima di affondare il colpo su una verità scomoda: la semplificazione del pensiero è l'incendio più difficile da domare.
Il pubblico si ritrova a osservare il presente come se fosse già storia, emergendo in scena con la freddezza di un archivio postumo, in un cortocircuito tra passato e futuro. Il ritmo del racconto non è mai lineare: la scena subisce continue manipolazioni, strappi, rallentamenti, accelerazioni, descrizioni metateatrali che trasformano la visione in un processo di ricostruzione logica più che in semplice fruizione emotiva.
Nel romanzo la storia termina con una speranza: la comunità degli uomini che imparano i libri a memoria per salvarli si dirige verso una città in macerie per ricostruirla. Nel futuro che ci spetta secondo Sotterraneo non vi è chi custodisce la memoria, ma una società che preferisce dimenticare, dove il fuoco non è la cura necessaria: i libri sono eletti all’oblio in favore dell’intrattenimento continuo, incarnato dai “clown bianchi” che danzano sul palco del Ponchielli del 2051: è il teatro che mette in scena la propria fine.
Lo spettacolo non offre soluzioni né consolazioni, ma espone lo spettatore a una domanda scomoda: se la distruzione della cultura avvenisse davvero, sapremmo riconoscerla?

GINEVRA SANTINI - 2ª LICEO SCIENTIFICO ASELLI
IL FUOCO ERA LA CURA
Nella sera di Mercoledì 11 Marzo 2026, alle ore 20:30, nel Teatro Amilcare Ponchielli di Cremona si è svolto lo spettacolo Il fuoco era la cura. Lo spettacolo era liberamente ispirato al libro FAHRENHEIT 451 di Ray Bradbury, sottolinea come la sua visione distopica — ambientata proprio negli anni '20 del XXI secolo — non vada letta come una previsione fallita solo perché oggi continuiamo a leggere, ma come un monito perenne sul rischio di un'alienazione causata dalla tecnologia e dall'abbandono del pensiero critico. L'opera viene reinterpretata per esplorare le zone d'ombra del racconto originale e riflettere su un futuro in cui l'abbrutimento intellettuale diventa un rifugio dal peso del pensiero complesso. In ultima analisi, lo scritto invita a riflettere sulla responsabilità collettiva nel caso in cui la profezia di Bradbury, pur con qualche anno di scarto, dovesse drammaticamente concretizzarsi. Lo spettacolo è stato accompagnato da una colonna sonora che ha contribuito a renderlo più avvincente, trasmettendo efficacemente l’atmosfera distopica e inducendo il pubblico a prestare maggiore attenzione. Durante la serata i cinque protagonisti hanno trattato temi forti lasciando messaggi importanti a ognuno di noi. La rappresentazione ha come scopo quello di far riflettere il pubblico sui pericoli della perdita della cultura e del pensiero critico nella società quindi di stimolare una considerazione e di proteggere la cultura, la libertà di pensiero e la conoscenza. Personalmente ho trovato lo spettacolo molto interessante, gli attori sono stati molto bravi a variare il ritmo dei loro movimenti, passando da gesti rallentati a movimenti estremamente rapidi. Ho individuato una colonna sonora adeguata al genere dello spettacolo e l’ho trovata particolarmente efficace. Ho apprezzato molto anche le coreografie, che sono riuscite a trasmettere il messaggio in modo ancora più chiaro rispetto a quanto già emergesse dal contenuto stesso. I cinque attori si sono dimostrati molto bravi nel non rendere pesante uno spettacolo che affronta temi forti, anche grazie all’inserimento di un linguaggio talvolta scurrile e di alcune battute che hanno alleggerito la narrazione. Infine, lo spettacolo ha aperto molteplici riflessioni e ha segnato profondamente il pubblico, lasciando nell’aria una lieve ma persistente inquietudine.

SIBONI EVA – 5ª ISTITUTO TORRIANI
BRUCIARE… SENZA FUOCO
Un futuro in cui i libri vengono bruciati per “purificare” le menti: è il 2051 immaginato da “Il fuoco era la cura” della compagnia Soterraneo, spettacolo in scena al Ponchielli. Opera liberamente ispirata al romanzo “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury, scritto nel 1953, e all’omonimo film di François Truffaut del 1966, che mette in scena un confronto tra finzione e realtà.
Il romanzo è in realtà soprattutto narrato: gli attori Flavia Comi, Davide Fasano, Fabio Mascagni, Radu Murarasu e Cristina Tramparulo svolgono solo in parte il ruolo dei personaggi. Armati di microfoni arancioni dotati di un lungo cavo, si limitano spesso a raccontarne le vicende dall’esterno; il ruolo principale resta quello di loro stessi in questo immaginario futuro, in cui la distopia si è ormai realizzata. 
Si alternano momenti di venerazione delle fiamme, celebrate come una scoperta, alla brutalità di questo agente insaziabile che, pur restando invisibile per tutto lo spettacolo, prende vita e brucia tutte le nostre certezze. Questa contraddizione è cruciale anche nella scenografia. Essa è ridotta al minimo: sedie, l’immaginazione degli spettatori e due schermi, uno blu e uno arancione, che mostrano citazioni, canzoni, affermazioni contrastanti che affollano la mente ma non offrono risposte. 
Lo spettacolo si trasforma quindi in una vera analisi sociale: una critica, ma soprattutto un avvertimento. Gli attori sono consapevoli del loro ruolo che va lentamente degradando a quello di meri entertainer, e non artisti. Per questo, concludono l’opera nelle vesti di “clown bianchi” che si ridicolizzano per portare piacere temporaneo alla folla, che preferisce questo alla lettura di un libro. 
In Fahrenheit 451 i libri sono bruciati perché ci rendono consapevoli, tristi ma consapevoli delle molte opzioni offerte dalla realtà, raccontandoci vite possibili o perdute, ma pur sempre vite. Questo è anche l'obiettivo dello spettacolo, che tra sketch comici rimane profondamente tragico: non piacevole, ma necessario. Così, nel lampo di una bomba, lo spettacolo finisce ancora prima di iniziare, ed a rimanere atterrita non è la città, ma lo spettatore. Uno spettacolo che lascia spazio alla riflessione: è solo un’ipotesi provocatoria, o una previsione simile a quella di Bradbury? 

SIMONE TAMBÉ – 2ª LICEO SCIENTIFICO ASELLI.
L’interpretazione innovativa del romanzo "Fahrenheit 451” di Ray Bradbury, andata in scena la sera dell’11 marzo 2026 con la compagnia “Sotterraneo”al teatro Ponchielli, ci aiuta a riflettere sulle complesse questioni che attraversano la nostra società.
IUn veloce susseguirsi di battute compongono una scena incessantemente in corsa, riflessioni profonde che ci colpiscono nel profondo e ci servono su un piatto la realtà del nostro mondo. La realtà raccontata da 
Bradbury si interseca con la nostra, interrogandoci su quando dentro di noi muore la volontà di conoscere. 
In un mondo in cui ogni cosa corre, abbandonarsi a lunghi pensieri filosofici è una perdita di tempo. E forse é proprio l’obiettivo della compagnia teatrale quello di porre uno accanto all’altro due schermi, uno blu l’altro arancio, che “dibattono” sul presente, a dimostrazione del fatto che ogni questione non presenta un’unica via di pensiero. Un attacco agli ideali populisti? Certamente, ma anche una contestazione arguta del politicamente corretto, che ci dimostra quanto l’essere vaghi e paranoici porti ad un appiattimento del pensiero.
Viene messa in luce la condizione della felicità: quand'è che siamo veramente felici? E soprattutto, la felicità ha una forma che possiamo definire? Felicità e benessere economico vanno di pari passo? Evidentemente la felicità sta nel trovare le risposte al di fuori degli schemi imposti.
E poi, la caratteristica principale é l’alternanza dei toni: a scene in cui le parole lasciano spazio a sussurri brevi e diretti si alternano scene molto più libere e dinamiche, come quella dell’isolamento o dell’omicidio di Beatty. 
A volte l’interpretazione si fa cosí libera da superare i confini del libro e criticare la nostra stessa realtà, nella quale certe libertà vengono sminuite dimostrando quanto possa essere facile trasformare il nostro mondo in quello di Fahrenheit 451.
Momenti di fantasiosa astrazione e ingegno si alternano a scene più concrete e toccanti, come quando i due schermi ci mostrano le date dei grandi roghi di libri nella storia: in ogni epoca si è temuto che i libri rimanessero eterni di fronte alla mortalità dell'uomo.
Per il resto, emerge un efficace gioco di luci al neon e ombre, un’ottima costruzione delle parti e un’originale interpretazione di un tale capolavoro letterario.


ZETA ZENELI – 5ª LICEO SCIENTIFICO ASELLI
“Era una gioia appiccare il fuoco”. Con queste parole si apre l’omaggio della compagnia del Sotterraneo a Ray Bradbury, reso con un evidente affetto artistico e tradotto in un’efficace rivisitazione scenica del suo celebre capolavoro distopico.
Fin dai primi istanti si abbatte quella barriera che tradizionalmente separa spettatore e attore, portando così in primo piano uno dei nodi più significativi dell’opera: c’è ben poca finzione in ciò di cui si parla, e chi siede tra il pubblico non recita meno di chi sta sul palco.
Autore di un'impresa tanto delicata l’intero cast, capace di rapire agilmente l’attenzione degli spettatori e di destreggiarsi all’interno di una narrazione e di una scrittura scenica tanto essenziali da risultare a tratti parodiche, quasi come a voler imitare burlescamente un certo squallore futuribile.
A costituire la nota dominante di uno spettacolo tanto elaborato è senza dubbio il tentativo, pienamente riuscito, di estendere la distopia oltre i confini del sipario, nascondendo in piena vista, all’interno di una narrazione dichiaratamente fittizia, un tema mai così attuale: quello del pensiero critico e del bipensiero.
Il pubblico viene così catapultato nel Teatro Amilcare Ponchielli di un lontano 2051, subito accolto da una constatazione lapidaria: questo è un tempo di roghi. Un promemoria potente in quanto, forse, quel futuro catastrofico tanto temuto è già tra noi, in una forma ancor più perniciosa proprio perché infinitamente più subdola. Dopotutto, cos’è un racconto distopico se non la trasposizione nel futuro, resa solo più esplicita, di verità che appartengono già al presente? Un tema a cui ci siamo eccessivamente disabituati, quello della verità, al punto da diventare incapaci di coglierne la complessità.
Perché rovinare una bella storia con la verità? Perché rovinare la verità con una bella storia? Qui si colloca la sfida lanciata al pubblico dai due schermi che sovrastano la scena, elevati come un occhio divino, come un giudizio universale, ma, diversamente da quest’ultimo, portatori di contraddizioni evidenti.
Tra i molti temi evocati anche quello del silenzio, ultimamente a noi sempre più estraneo in un’epoca dominata dall’efficienza e dalla continua rumorosa informazione. Un silenzio scomodo e nocivo, lo stesso che ci spinge a riflettere. Nulla di più pericoloso di un pensiero libero.


EDOARDO ASSINI – 2ª LICEO SCIENTIFICO ASELLI
“Non è necessario bruciare i libri per distruggere una cultura. Basta convincere la gente a smettere di leggerli”, è la citazione con la quale è andato in scena la sera dell’undici marzo, di fronte una platea gremita di giovani energie, al teatro Ponchielli, “Il fuoco era la cura”, rappresentazione, tipica proprio del teatro civile di Bertolt Brecht, ispirata al celebre libro “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury, nella quale cinque performer ne ripercorrono la storia, identificandosi nei personaggi stessi, ma comunicando un messaggio ben preciso, che apre le porte a tematiche prettamente attuali.
Il romanzo, pubblicato nel 1953, descrive un futuro distopico, ambientato in una società americana, nella quale leggere dei libri è considerato reato. Ironicamente, infatti, il corpo dei pompieri non viene utilizzato come mezzo di soccorso o per spegnere incendi, ma per bruciare i libri e se, necessario, anche il suo possessore, incentrato proprio nella figura di Guy Montag, rappresentato dalla versatilità di Davide Fasano.
La storia del protagonista è davvero peculiare: infatti, all’inizio crede nel suo lavoro, ma dopo aver conosciuto la sua vicina, Clarisse, e aver visto morire un’anziana che difendeva la sua passione per la lettura, inizia a dubitare del sistema e a leggere libri, segretamente.
Il suo capitano Beatty cerca di farlo tornare alla ragione, mentre Montag chiede aiuto al vecchio Faber per opporsi al governo.
La moglie Miltred però lo denuncia: Beatty lo costringe a bruciare la propria casa e, quando minaccia Faber, Montag lo uccide e fugge. Inseguito dal Segugio Meccanico, riesce a scappare e incontra un gruppo di uomini che memorizzano libri antichi per salvarli.
Quando una bomba nucleare distrugge la città, egli e i suoi nuovi compagni si alleano per ricostruire una società migliore.
Interessante davvero il montaggio scenico, che ha visto l’utilizzo di due schermi sul palco, sul quale vi erano scritti alcuni passaggi tratti direttamente dal libro, che hanno contribuito ad un’interazione attiva con il pubblico; l’aspetto musicale, invece, è stato rilevante in quanto ha permesso un’ordinata disposizione di tutte le parti.
Peccato forse, per alcuni estratti, che non sono state recitati, ma proiettate sui visualizzatori, che hanno reso il tutto, a tratti, forse monotono e consueto.

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su La Provincia

Caratteri rimanenti: 400