L'ANALISI
LA CITTA' DELLA MUSICA
15 Marzo 2026 - 09:40
CREMONA - La voce di montagna come eco della voce del violino. Dalla foresta di Paneveggio, in Trentino, da quattrocento anni i liutai cremonesi (forse perfino Stradivari) prendono il legno degli abeti rossi di risonanza per costruire i loro strumenti.
Viene proprio da quelle valli il Coro Vanoi di Canal San Bovo, ospite ieri all’Auditorium del Museo del Violino per un concerto promosso da Fondazione Arvedi Buschini e fortemente voluto da Giovanni Arvedi, che da sempre frequenta e ama quelle montagne.

Il coro diretto da Paolo Scalet (nella foto qui sopra), così disposto a semicerchio al centro dell’Auditorium, in effetti, ha le fattezze di un ensemble d’archi. Anche le voci, come gli archi, vanno accordate. Anche le voci, come gli archi, hanno colori diversi. Anche le voci, come gli archi, costruiscono dal nulla architetture imprevedibili.
Mimano il vento che attraversa i boschi e scavalca le montagne, come in Le Dolomiti di Camillo Moser o Cant de not en montagna di Fernando Mingozzi, in cui le voci imitano i suoni del bosco, dai grilli ai gufi. Oppure narrano la storia d’Italia, come nell’Inno al Trentino di Aldo Pedrotti, censurato a inizio Novecento dagli austriaci.
Altre canzoni raccontano la guerra. Chi parte ed è certo di tornare, come in E col cifolo del vapore di Luigi Pigarelli. Chi torna a casa e vede le aspettative sgretolarsi, come ne Il ritorno di Bepi De Marzi.
E poi lo spopolamento: la piaga dei piccoli paesi nelle valli. Quante le serrande chiuse per sempre, quelle delle piccole botteghe di montagna. L’artigiano di Me sento sol non è triste, ma ricorda con nostalgia un mondo che non esiste più, che ha avuto però la fortuna di conoscere.
Storie di montagne, storie di valli. Storie di uomini, per privilegio di altitudine, più vicini al cielo. Non poteva mancare Vecchio scarpone di Carlo Dorrida, che arrivò terzo a Sanremo nel ’53.
Tra italiano, provenzale e dialetti locali, il coro (composto tra l’altro da diversi giovani) canta una storia che ha il marchio dell’identità, della conservazione del fuoco antico, di valori senza data di scadenza e di vite che non restano travolte dalla dimenticanza. Tra gli applausi, il coro bissa con grandi canti come la Montanara e Signore delle cime.
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