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IL COMMENTO AL VANGELO

Se conoscessi l’acqua viva

L’incontro tra Gesù e la donna samaritana racconta la sete di senso, la fragilità umana e la scoperta di ciò che disseta lo spirito

Don Paolo Arienti

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08 Marzo 2026 - 05:05

Se conoscessi l’acqua viva

In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani.
Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?».
Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero».
Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».
In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui.
Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Voi non dite forse: ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica».
Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

Gv 4,5-42

Lasciamo per qualche domenica la lettura di Matteo e sfogliamo alcune tra le pagine più affascinanti e misteriose di Giovanni: nella Quaresima che stiamo attraversando tocca ai suoi personaggi più tipici, nel loro incontro con Gesù, darci spunti e provocazioni perché domande e speranze rimbalzino su di noi; e ci sia riconsegnato lo spessore dell’identità battesimale.

Ma come sempre anche le pagine di Vangelo che ci stanno dinanzi possono parlare a tutti, anche ai non credenti: perché partono sempre dalla condizione dell’umano, dalla sua sete e dalla sua precarietà, come pure dalla sua straordinaria capacità di attaccarsi alla vita, cercarla, soffrirla.

Oggi tocca al primo incontro, uno dei più famosi: Gesù approda ad un antico pozzo ed ingaggia con una donna samaritana – forse, diremmo, dai facili costumi – un dialogo giocato su equivoci e rimandi. Al centro alcune cose concretissime: un pozzo profondo, la mancanza di un secchio per attingere, il bisogno dell’acqua nelle ore centrali di un soleggiato giorno vicino orientale. Gesù abita la scena, come se fosse in cattedra. Ci immaginiamo il suo tono pacato, ma deciso, mentre fa scivolare il discorso dall’acqua del pozzo all’acqua spirituale che serve per vivere: un’acqua che tutti cerchiamo oltre ogni sete materiale. Gesù la definisce “viva”: ovvero feconda, capace di garantire all’umano che non è solo, non è un errore o un frutto del caso, ma che qualcuno lo disseta e che quell’acqua c’è davvero. Sarà per Giovanni l’acqua della fede, della salvezza, della relazione con l’amore fedele di Dio che per i cristiani fa capolino, sfonda nella vita terrena con le ricche simbologie del battesimo. Essere battezzati, al di là delle appartenenze sociologiche o dei passati più o meno identitari, significa avere contatto con quest’acqua, sapere che ci si può abbeverare ad una parola che è promettente e degna di fede e che lungo il cammino non si dovrà morire disidratati.

Dove possiamo bere?

Chi di noi, se interroga il suo profondo, non cerca di attingere ad un pozzo come questo? Chi di noi può onestamente fondare la propria vita solo su se stesso? Nel dialogo tra Gesù e la Samaritana si intrecciano due biografie: quella del Santo di Dio che si fa prossimo, e quella di una peccatrice che riconosce la sua fragilità, ma prima ancora la sua ricerca di qualcosa, all’inizio non ben definito, che possa davvero risolvere le sue fatiche, renderle più umane. Un vero pozzo… un vero secchio… un’acqua viva, appunto. Per il Vangelo di Giovanni e per le comunità che ascoltano questo brano, l’incontro con Gesù è quest’acqua. Ed il battesimo è sì un rito, magari compiuto su bimbi ignari, ma è soprattutto una condizione, una sete che viene appagata, un desiderio di comunione che apre la porta al dono di Dio. Sempre nel mistero, sempre nella precarietà della vita, dove c’è posto per tutti e nessuno è più bravo di un altro. Per questo Gesù dice alla donna “Se conoscessi il dono”…

Ma qual è questo dono? È un’appartenenza retorica e vuota ad una organizzazione religiosa, con le sue regole e i suoi riti? È un timbro o una vaccinazione che possano scongiurare le scene dantesche dell’inferno? È offerta di vita; è ingaggio dell’unica battaglia che oggi vale la pena combattere, mentre altre guerre devastanti ci sovrastano: quella di Gesù nel deserto del male che coinvolge anche noi, che ci fa suo corpo oggi, sue mani e sua voce; è proposta di sguardo e approccio alla storia, secondo una “scorta di speranza” che sa attingere all’amore di Dio, dentro e oltre l’enigma della sofferenza.

Nella terza tappa quaresimale, dopo le domeniche della affidabilità (seguire Gesù è cosa seria e ne vale la pena?) e della promessa (dove ci starebbe portando?), si spalancano le conseguenze di un dono, esplode il contatto con un’offerta da scoprire, la vita di Dio in noi.

Seguiranno altre due grandissime scene: l’incontro con il cieco e la risurrezione di Lazzaro. Poi sarà ancora una volta Pasqua. Se riusciremo a mettere un po’ in fila queste tessere di un mosaico spirituale, quale senso acquisterà dirsi “Buona Pasqua”?

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