L'ANALISI
05 Marzo 2026 - 05:20
Una sea de l'Angelo del focolare di Emma Dante
CREMONA - Una danza onirica e leggera si scioglie nel buio sulle note della Fiera dell’Est di Branduardi e chiude L’angelo del focolare di Emma Dante, facendo scoppiare l’applauso liberatorio del Ponchielli, martedì sera tutto esaurito. Un applauso che scarica la tensione emotiva accumulata durante l’ultimo, metaforico lavoro della regista siciliana, Leone d’Oro alla carriera.
La leggerezza oltremondana della moglie (Leonarda Saffi) contrasta con l’immagine iniziale: giace morta, il volto insanguinato. La suocera (Giulia Perriera), seduta sulla sua poltrona – lo spazio delle nonne, testimoni silenziose del tran tran familiare, spettatrici e complici insieme – la fissa parlando una lingua solo fonetica.
Pian piano, attorno a quel corpo, si compone l’ambiente domestico: un tavolo; il marito in mutande (Ivano Picciallo), in attesa di essere servito; il figlio (Davide Leone), rifugiato sotto le coperte. È una figura esile, androgina, lontana dal maschio seduttore che il padre vorrebbe.
Eppure quel corpo morto torna a rivestire il ruolo di angelo del focolare, destinato a essere ucciso più volte dall’uomo violento che l’ha sedotta e abusata alla sua prima uscita di adolescente gravida di sogni. Il figlio canta bene, ma il padre lo vuole virile e conquistatore. Si presenta invece vestito da donna, con ballerine argentate e una coroncina in testa: un femminiello che scatena la furia del genitore.
Insopportabile la scena in cui il marito colpisce la moglie con il ferro da stiro. Lei pulisce, sopporta angherie e insulti, protegge il figlio. Arriva perfino a sentirsi in colpa: per non averlo svezzato in tempo, per averlo difeso troppo, per averlo reso – agli occhi del marito – fragile ed effeminato.
Ne L’angelo del focolare sembra che Emma Dante porti a sintesi la sua poetica e la sua riflessione antropologica sull’inferno familiare. I personaggi diventano funzioni rituali. Il tempo lineare si annulla, sostituito da quello circolare della natura che rinasce da sé stessa e perpetua il proprio agire.
In questa coazione a ripetere sta l’insopportabile persistenza della violenza, che si rigenera e riaffiora anche nei sogni: nella danza in cui la moglie balla con il suo uomo come in una festa, come in una favola. Ma alla fine la violenza riemerge, e l’angelo della morte è destinato ad abbracciare l’angelo del focolare, in cerca di resurrezioni impossibili.
I quattro interpreti sono intensi, perfetti nel loro agire scenico. Anche il linguaggio verbale si fa suono: parola smozzicata per ordinare, insultare, disprezzare; urlo per un’impossibile richiesta d’aiuto.
Lo spettatore viene risucchiato in un lavoro che parla attraverso i codici cari a Emma Dante e attraverso una chiara presa di responsabilità di fronte alla violenza cieca di un uomo su una donna, di un marito sulla moglie.
Uno spettacolo opportunamente programmato a ridosso della Festa della donna. Una riflessione estetica che solo il teatro può offrire.
Il teatro performativo tornerà sabato sera con Duse di Opus Ballet, preceduto nel pomeriggio da una mise en espace di storie di donne cremonesi a cura di Fabrizio Superti. Domenica sera, infine, Vorrei una voce di e con Tindaro Granata: uno spettacolo da vedere, non solo perché parla di donne e rende omaggio a Mina
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