L'ANALISI
PONCHIELLI
23 Febbraio 2026 - 08:31
Stefano Mancuso e Matteo Caccia
CREMONA - I confini non esistono e, in tempi di rigurgiti nazionalisti, c’è di che riflettere e interrogarsi. È ciò che faranno giovedì al Ponchielli (ore 20.30) Stefano Mancuso e Matteo Caccia, intrecciando competenze e specializzazioni individuali nel segno della narrazione. Storie di piante e di uomini, storie di condivisione non troppo distanti le une dalle altre: questo promette di essere ‘I confini non esistono’, in cui Stefano Mancuso, noto botanico e saggista, docente di arboricoltura generale ed etologia all’Università di Firenze, dialogherà con Matteo Caccia, autore e conduttore radiofonico, instancabile cacciatore di storie.
È proprio Caccia a raccontare la genesi dello spettacolo: «Tutto è nato in maniera casuale. Avevo invitato Mancuso al Festival Come Acqua, rassegna di narrazione che ho il piacere di dirigere. Da cosa è nata cosa, ci siamo intesi e abbiamo deciso di fare qualcosa insieme. Ed eccoci in scena con un lavoro che ha come tema i confini, declinati da Mancuso attraverso la sua conoscenza scientifico-botanica e da me attraverso le storie che amo narrare e raccogliere dalle persone che incontro e con cui entro in dialogo».
Matteo Caccia arriva dal teatro: ha lavorato nei primi spettacoli di Antonio Latella ed è di formazione attore, poi folgorato dalla radio e dal piacere di raccontare storie di vita ai suoi ascoltatori. «A un certo punto ho capito che non mi interessava più impersonare qualcun altro, ma raccontare storie di uomini, di viaggi. Tutto è accaduto durante l’anno di servizio civile: facevo qualcosa che non mi piaceva, in un luogo che non mi apparteneva. Ascoltando la radio mi sono reso conto che, in quello spazio fatto di parole, trovavo una via di fuga e ritrovavo me stesso. Mi sono detto: voglio fare questo. È iniziato tutto così, con la complicità di un amico di Radio Popolare. La prima cosa che ho fatto in radio è stata Amnesia, la storia di un uomo che ha perso la memoria».
In questo gioco di parole recuperate dal deserto della memoria, Caccia racconta di aver scoperto il rapporto solitario con il microfono: «Sei davanti al microfono e vivi un’esperienza intima, quasi solipsistica. Sei tu che racconti, che dai voce a storie e vicende umane raccolte dagli ascoltatori. Diventi uno strumento: le fai tue per donarle agli altri. Parlare in scena è diverso. Davanti al microfono c’è maggiore intimità; se reciti si sente e rischi di sembrare finto».
Al Ponchielli, le storie di uomini e donne narrate da Caccia si intrecceranno con quelle di Mancuso, entrambi impegnati a riflettere sulla natura artificiale e simbolica — umana, o meglio disumana — dei confini. «I nostri racconti dialogano tra loro. E, dopotutto, una storia tira l’altra: nella mia esperienza ho notato che se racconti una storia, chi ti ascolta è portato a donarti la propria. Io e Mancuso ci scambiamo storie che poi offriamo al pubblico».
Alla fine viene da pensare che Matteo Caccia sia stato di nuovo sedotto dal palcoscenico. Il diretto interessato ride: «Ci è voluto un po’ prima di tornare in scena, ma ora lo faccio con la consapevolezza di non dover recitare o essere un’altra persona. Sono un tramite vocale tra le storie e il pubblico. Mi piacerebbe lavorare sui grandi classici della letteratura. Durante le vacanze di Natale, in un locale di un amico a Milano, ho letto Canto di Natale di Dickens: è successo qualcosa di speciale. Le persone, lì per bere o festeggiare, si sono fatte silenziose e hanno ascoltato. Si è creata un’atmosfera magica grazie alle parole di Dickens. Vorrei proseguire anche in questa direzione: restituire il racconto letterario al piacere dell’ascolto».
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