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CREMONA

L'anima dell'Ottocento

Domani sera al Ponchielli il violoncellista Gautier Capuçon e la pianista Mirabelle Kajenjeri suonano pagine di Debussy, Mendelssohn, Schumann e Brahms in un viaggio di note che attraversa il XIX secolo

Giulio Solzi Gaboardi

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16 Febbraio 2026 - 19:25

L'anima dell'Ottocento

Gautier Capuçon

CREMONA - Il violoncello di Gautier Capuçon, che torna Cremona dopo un applauditissimo concerto nel 2004, e il pianoforte della giovanissima Mirabelle Kajenjeri si incontrano domani sera alle 20.30 al teatro Ponchielli in un recital che esplora l’anima dell’Ottocento europeo e il suo crepuscolo novecentesco. Un percorso che arretra dal Novecento inquieto verso il cuore dell’Ottocento romantico, come se la serata procedesse a ritroso dentro la memoria della forma-sonata fino alla sua massima espansione brahmsiana.

Ad aprire il concerto è la Sonata n. 1 in re minore di Claude Debussy, pagina estrema e nervosa scritta durante la guerra. È musica di sottrazione, quasi anti-romantica: Debussy smonta dall’interno la retorica ottocentesca e restituisce al violoncello una voce frammentata, fatta di gesti improvvisi, ironie, ombre. I tre movimenti si susseguono senza consolazione: un Prologo teso come un recitativo tragico, una Sérénade allucinata e un Finale che sembra dissolversi mentre prende forma. In apertura, questa sonata funziona come una soglia: non invita all’ascolto, lo impone.

La Sonata n. 2 op. 58 di Felix Mendelssohn riporta improvvisamente alla luce. Mendelssohn costruisce una forma limpida, quasi classica, ma attraversata da un’energia febbrile che esplode nello Scherzo — uno dei più vertiginosi dell’intero repertorio cameristico — e nel Finale, dove il pianoforte assume un ruolo propulsivo, al limite dell’orchestrale.

I Phantasiestücke op. 73 di Robert Schumann spostano di nuovo il baricentro verso l’interiorità. Tre pezzi brevi, originariamente per clarinetto ma entrati stabilmente nel repertorio violoncellistico. Schumann vi concentra la propria poetica del frammento: slanci lirici subito incrinati, ripiegamenti improvvisi, fragile cantabilità.

La conclusione con la Sonata n. 2 op. 99 di Johannes Brahms è un approdo monumentale. Brahms porta la forma a una densità quasi sinfonica: il pianoforte non accompagna, costruisce lo spazio sonoro entro cui il violoncello deve affermarsi come voce umana. Il movimento lento distilla una malinconia trattenuta, mentre il Finale in forma di fuga appare come un gesto di lucidità dopo la tempesta emotiva precedente — la ragione che tenta di rimettere ordine nel caos romantico.

Capuçon, allievo della scuola francese del violoncello e presenza stabile nelle principali sale e con le maggiori orchestre, ha costruito una carriera fondata su un suono riconoscibileampio, vellutato, ma capace di durezza quando la partitura lo impone — e su un’idea della musica da camera come spazio di confronto, non di esibizione.

Pianista formatasi anche grazie al sostegno dello stesso Capuçon, Kajenjeri appartiene a quella generazione che si muove con naturalezza tra tradizione e presente, senza deferenza ma senza provocazione.

Due giganti della musica da camera alle prese con l’apice del repertorio per i rispettivi strumenti in una serata che dimostrerà come la produzione cameristica — anche quella di grandi nomi del repertorio sinfonico — sia stata una delle più felici valvole di sfogo dell’interiorità dei maggiori compositori dell’Ottocento (e non solo).

https://www.laprovinciacr.it/news/cultura-e-spettacoli/567125/danza-applausi-allndt-2-il-gesto-diventa-bellezza.html

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