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"La storia di mio nonno, ucciso per la libertà"

Al Torriani una mostra ricorda la figura del generale Guglielmo Barbò, protagonista della Resistenza e morto nel campo di Flossenbürg

Andrea Fiori

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13 Febbraio 2026 - 19:17

"La storia di mio nonno, ucciso per la libertà"

Silvia Rivetti Barbò con gli studenti del Torriani

CREMONA -  «Mio nonno ha dato la vita per il suo Paese, e sapere che, prima di morire per mano dei nazisti, ha potuto vedere una mia fotografia e ha quindi saputo che esistevo, mi commuove». È con la voce commossa che Silvia Rivetti Barbò, nipote del generale di Brigata Guglielmo Barbò, conte di Casalmorano, ha inaugurato ieri mattina la mostra «Una storia di coerenza e libertà», dedicata al suo avo, presso l’Iis Janello Torriani. Di mio nonno si conosceva bene la storia militare, dalla scuola militare di Roma fino alla promozione a generale di Brigata nel 1942, ma poco si sapeva di ciò che ha fatto per l’Italia dopo l’Armistizio, entrando a far parte dell’eroica lotta per la libertà della Resistenza, ha dichiarato.

Le ricerche sono iniziate quando, qualche anno fa, Rivetti Barbò ha voluto restaurare la targa presente nel campo di concentramento di Flossenbürg, vicino Norimberga, dove il generale trovò la morte nel 1944. «La lapide è stata voluta da mia nonna, la contessa Pia Fracassi, ma si era arrugginita e si stava deteriorando - ha spiegato Rivetti Barbò -. Così ho appreso che a Bolzano c’era un documento relativo a mio nonno, contenuto presso l’archivio di quello che era il campo di passaggio di Bolzano, dove i deportati transitavano prima di partire per la Germania».

È stato proprio in Alto Adige che Rivetti Barbò ha scoperto un manoscritto del cosiddetto ‘uomo dei morti’, un internato incaricato di identificare e contare i prigionieri deceduti ogni giorno. Il testo conteneva i dettagli degli ultimi giorni del generale: dopo una ferita al fianco, Barbò subì un brutale intervento da parte dei medici del campo che, di fatto, gli lacerarono il fianco prima di abbandonarlo nudo in uno stanzone. Prima di spirare, il giorno dopo, riconobbe l’«uomo dei morti» - che aveva già incontrato - e gli affidò il suo ultimo messaggio: «Addio. Se ritornerai in patria saluta mia moglie e mia figlia. Viva l’Italia». Era il 14 dicembre 1944.

«Quando si è anziani si ha la fortuna di avere del tempo da investire - ha spiegato Rivetti Barbò - e con la mia ricerca ho scoperto ciò che ha fatto come partigiano per la Resistenza, che oggi è riassunto in questa mostra fotografica. L’ho allestita pensando ai ragazzi, perché io, che sono un’insegnante, voglio che conoscano quella che è anche la loro storia».

«Penso che incontri come questo siano molto importanti - ha spiegato Chiara, 16 anni, della 3 B LSA -. Mi ha colpito molto il racconto della morte e delle atrocità subite dal generale Barbò, perché spesso ci dimentichiamo (o semplicemente non pensiamo) quello che è stato uno dei capitoli più bui della storia dell’umanità».

«Fa impressione sentire e vedere ciò che è successo - le fa eco Martina, 16 anni, della 3 A MEM -. Provare a immedesimarsi fa venire la pelle d’oca e per questo è importante tenere vivo il ricordo».

Attraverso il racconto della nipote, la vicenda del generale Barbò ci ricorda che la libertà non è un dono scontato, ma il frutto di scelte – spesso difficilissime – compiute in tempi bui. Far sì che i giovani conoscano questo sacrificio significa trasformare la memoria in una bussola per il futuro, affinché il monito «Viva l’Italia» continui a risuonare ancora oggi. La mostra è legata alle iniziative che preparano al Viaggio della Memoria.

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