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Che cosa rimane, oggi, dei giochi di Olimpia?

Milano-Cortina e le ‘ombre’ del mondo antico: dalle odi di Pindaro all’appello di Mattarella. L’atleta non è più un eroe solitario, ma l’agonismo sa ancora invocare la pace tra i popoli

Claudio Barcellari

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cbarcellari@laprovinciacr.it

10 Febbraio 2026 - 08:23

Che cosa rimane, oggi, dei giochi di Olimpia?

L'oro: vale «più d’ogni ricchezza», e risplende «come una fiamma nella notte». L’oro, che oggi brilla appeso al collo dei campioni sulla neve delle piste, annoda il presente ad un passato vestito di parole e simbologie rimaste, almeno nella forma, quasi immutate. ‘Oro’ è la parola che trionfa nel primo verso di un canto che, millenni fa, fu intonato proprio per celebrare il momento clou dei giochi ellenici: «Mio cuore – così prosegue il testo – se brami cantare gli agoni, perché cerchi un astro più ardente del sole? Perché cerchi un agone più celebre di quello d’Olimpia?». È la prima delle odi olimpiche di Pindaro: inni con cui il poeta (strapagato, peraltro) esaltava su commissione i vincitori dei giochi. Tutt’altro che un’esagerazione, all’epoca, tenendo conto che avere la meglio nelle competizioni era l’unico obiettivo di tutti coloro che partecipavano. Il ‘secondo classificato’ era semplicemente il primo dei perdenti. Il vincitore, al contrario, dopo aver sconfitto tutti gli altri atleti – anche allora esistevano più specialità, dalla lotta, alla corsa, al pugilato – si avvicinava un po’ di più agli Dei. Diventava, in un certo senso, uno di loro, perché i giochi stessi rappresentavano un evento sacro. E come le statue che oggi emergono dal sottosuolo raffigurano i volti e i corpi di Apollo, Afrodite, Zeus e Poseidone, non è strano pensare che lo stesso tributo fosse offerto a chi trionfava nei giochi. Pindaro, da parte sua, preferiva le parole al marmo: «Una statua può essere vista solo da chi se la trova davanti – avrebbe detto – mentre i miei canti viaggiano sulla bocca di tutti, di voce in voce, in ogni luogo della terra».

Eccellenza, competizione, fama e sacralità. Questi i valori che hanno ispirato i giochi che anticamente si svolgevano a Olimpia. Almeno, per quanto ne possiamo conoscere. Viene da chiedersi che cosa sia rimasto di quelle ombre. Senza nostalgia, però: lo show inaugurale delle olimpiadi ‘diffuse’ tra Milano e Cortina, che ha incantato oltre 2 miliardi di spettatori in tutto il mondo, parla da sé. Una sfilata di eccellenze italiane che ha celebrato l’avvio dei giochi invernali, che ha stregato gli utenti del web e tenuto incollati alla diretta milioni di italiani. Un tributo alla tradizione musicale (con Verdi, Puccini, Rossini), alla cultura del design, alla cucina italiana, fresca di incoronazione. E alla moda, in un inverno un po’ amaro: sfilata tricolore firmata re Giorgio. Vittoria Ceretti, la bandiera, e l’abito che – ma forse è un abbaglio? – sembra strizzare l’occhio alla Nike di Samotracia. C’è tutto un sistema di cultura che fa da contorno e ‘consacra’ un’occasione descritta dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, come «l’evento sportivo universale».

Ma la frattura con il passato si sente, eccome. I ‘nuovi’ giochi, rinati grazie all’impulso di Pierre de Coubertin, sono ispirati a valori molto diversi da quelli che caratterizzarono gli agoni antichi. Stesso nome, due cose distinte. Se per i greci l’agone era sinonimo di competizione ad ogni costo, con in palio il trofeo immateriale della gloria eterna, basta riprendere, ancora una volta, il discorso inaugurale di Mattarella per capire quanta acqua sia passata sotto i ponti. «Lo sport accoglie – ha detto -, produce gioia, passione, speranza. È rispetto per l’altro. Sfida ai propri limiti: è libertà di progredire». L’unico avversario con cui l’atleta compete davvero è il sé stesso di ieri, e il suo principale obiettivo è quello di migliorarsi giorno per giorno. Nel nostro nuovo mondo, il secondo non è più il primo degli ultimi: è il quasi-vincitore. Tant’è vero che il semplice fatto di poter partecipare alle gare è considerato un onore: lo confermano i sorrisi di chi, venerdì sera, ha sfilato a san Siro tenendo alta la propria bandiera. Ai valori di protagonismo e gloria individuale, così cari al mondo antico, si sostituiscono quelli di «lealtà, inclusione, fraternità». In altri termini, come direbbero quelli bravi: all’idea individualistica dell’atleta-eroe è subentrata una completamente nuova.

E persino lo sguardo e le parole di chi assiste ai giochi sono cambiati, a cominciare dalla grammatica. «Abbiamo vinto l’oro!». Al plurale, anche se a vincerlo è stato un solo atleta, o una squadra ristretta. E d’altra parte non stupisce che, nei giochi Milano-Cortina, al posto dei carmi di Pindaro, si intonino gli inni nazionali.

Qualcosa, però, è rimasto, ed è la capacità dello sport (l’agonismo dei Greci) di gridare alla pace. La tregua olimpica invocata dall’Onu, in effetti, non è una nostra invenzione. Anche nel mondo antico, infatti, Olimpia diventava il pretesto per sospendere temporaneamente le guerre in atto, in qualche modo per non offendere la sacralità dei giochi. Persino la guerra, infatti, doveva avere dei confini: l’agonismo, inteso come competizione pacifica, era uno di questi. E chi violava la tregua, proseguendo nelle ostilità, veniva categoricamente escluso. Oggi come allora, dunque, «le Olimpiadi sono opportunità di incontro e di conoscenza – come ha puntualizzato il presidente della Repubblica -. Che gli atleti, i tecnici, i dirigenti di oltre novanta Paesi si ritrovino insieme è circostanza che non si limita alla dimensione sportiva. È un grande evento globale che lancia un messaggio al nostro tempo così difficile. Le guerre, le lacerazioni alla serenità della vita internazionale, gli squilibri, le sofferenze recano oscurità e feriscono le coscienze dei popoli».

Nel nuovo mondo come nel vecchio, dunque, «lo sport è incontro in pace. Testimonia fraternità nella lealtà della competizione con altri. È il contrario di un mondo dove prevalgono barriere e incomunicabilità. Si contrappone alla violenza che, da chiunque praticata, genera altra violenza, calpesta la dignità umana, opprime i popoli e ne fa arretrare la qualità di vita». Un messaggio ritenuto ancor più urgente nel contesto geopolitico che si è delineato a livello internazionale. «Chiediamo — questo l’appello rinnovato dal presidente — con ostinata determinazione che la tregua olimpica venga ovunque rispettata. Che la forza disarmata dello sport faccia tacere le armi. I giochi sono uno strumento coinvolgente per invocare pace e comprensione reciproca». Lo sguardo si posa – e giustamente – sui protagonisti di questo messaggio: «Il sogno degli atleti è contagioso e benefico – ha concluso il presidente della Repubblica -. Sono esempio per milioni di giovani in tutto il mondo. Tante ragazze e tanti ragazzi, dopo aver seguito i giochi, si avvieranno alla pratica dello sport. Un grande contributo allo sviluppo dei popoli».

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