L'ANALISI
06 Febbraio 2026 - 07:46
La cremonese Cristiana Mainardi, regista e sceneggiatrice
CREMONA - «Conosco il musicista Mauro Pagani da tutta la vita. Nella prima infanzia, in una cascina della Bassa Padana appoggiata nel nulla di una distesa di campi, mia madre suonava il 45 giri di Impressioni di settembre e sulle note di quella musica ipnotica il mio sguardo fuori dalla finestra vedeva la bruma del primo mattino appoggiata sulla terra, unʼimmagine straniante e indelebile. Lʼincontro personale accade per lavoro molti anni più in là, a Milano, dove fare musica e cinema non può prescindere dalla conoscenza del Maestro e di quel luogo sui Navigli che ha creato, le Officine Meccaniche, crocevia di talenti»:
lo ha detto Cristiana Mainardi, cremonese, già giornalista e da alcuni anni votata al cinema come sceneggiatrice e regista. Proprio come regista ha girato il film documentario ‘Andando dove non so. Mauro Pagani, una vita da fuggiasco’, dedicato a una leggenda della musica italiana e non solo.
«Unʼesistenza votata alla musica, la sua, dove ogni scelta è un atto dʼamore, perfino le fratture, per colmare unʼinfanzia solitaria e per il bisogno di sognare un mondo migliore, migliore per tutti. Fino al momento in cui Mauro Pagani, uno dei più grandi talenti della musica italiana dagli Anni Settanta ad oggi, subisce una perdita temporanea della memoria. Allʼimprovviso, tutto quello che ha incarnato, nella sua mente non esiste più. Ma sa di essere un musicista, e ricorda i suoi strumenti. È salvo. Il Maestro, per ricostruire la sua vita, riascolta dischi e chiama amici, artisti e colleghi. Lʼesito è una biografia schietta e poetica, profonda e divertente, svincolata dal filo cronologico, dove si leva insieme a quella di Pagani anche la voce del Fuggiasco, immaginario compagno di una vita. E, senza meta, si apre un nuovo viaggio nel profondo dellʼanima e attraverso decenni di musica straordinaria, tra successi e impegno sociale. Con la gratitudine e la saggezza di chi è ‘vivo per caso’, e ha uno sguardo sullʼoggi denso di desiderio, oltre a nuova musica da creare».
Spiegano le note del film: Prodotto da Lionello Cerri, il film sarà nelle sale il 16, il 17 e il 18 febbraio ed è impreziosito da contributi e testimonianze dello stesso Pagani e di Manuel Agnelli, Arisa, Dori Ghezzi, Luciano Ligabue, Mahmood, Marco Mengoni, Silvia Posa, Giuliano Sangiorgi, Bardara Seck e Ornella Vanoni.
La carriera di Mauro Pagani inizia nel 1970: insieme ad altri quattro musicisti dellʼarea milanese fonda la Premiata Forneria Marconi, con cui lavora fino al 1977. Il bilancio è di quattro LP, innumerevoli esibizioni in Italia, cinque tournée europee, tre americane, e una in Giappone, al termine della quale il referendum annuale della rivista di settore Music Life colloca Mauro Pagani tra i dieci migliori musicisti al mondo.
Nel 1979 realizza il suo primo album solista che porta il suo stesso nome, al quale partecipano come ospiti gli Area, il Canzoniere del Lazio, Teresa De Sio e molti altri. Nel 1980 a questo gruppo di lavoro si uniscono i migliori jazzisti dellʼarea romana: Maurizio Giammarco, Danilo Rea, Roberto Della Grotta tra gli altri; nasce così il progetto Carnascialia, seguito da un disco e due tour. Dello stesso anno le collaborazioni con Roberto Vecchioni e Gianna Nannini.
Nel 1981 comincia a lavorare con Fabrizio De André del quale sarà produttore e arrangiatore per tredici anni. Nel 1984 insieme scrivono Crêuza de Mä, votato dalla critica Miglior disco italiano degli anni ’80 e segnalato da David Byrne tra i dieci dischi più importanti del decennio in tutto il mondo. Nel 1990 pubblica Nuvole, nel 1991 un doppio live Concerti votato Disco dellʼanno e con il brano Passa la bellezza vince il Premio Tenco. Poi di nuovo Fabrizio e la lunghissima tournée teatrale del 1993.
Nel 1998 Pagani rileva i gloriosi Studi Regson di Milano, e fonda Le Officine Meccaniche: studio di registrazione, etichetta discografica e vero e proprio laboratorio di ricerca tecnica e artistica che nel giro di poco tempo diventa uno dei più importanti punti di riferimento per la scena musicale italiana dellʼultimo decennio. Collaborazioni e produzioni, concerti, colonne sonore e concerti non si contano. Ora, il film che è una consacrazione non retorica di un mito. Un documentario in cui il materiale di repertorio si avvicina allʼoggi e viceversa.
«Tutto - dice ancora Mainardi - sarebbe stato messo alla prova in montaggio. Voglio e devo condividere lʼesito con Matteo Mossi, che ha accettato di avventurarsi in questa forma del film che allʼinizio era meramente teorica, e non ha mai dubitato anche quando ero abitata da mille dubbi, e che come me ha sempre cercato di farsi guidare dallʼanima di Mauro Pagani».
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