L'ANALISI
02 Febbraio 2026 - 05:25
I ragazzi che nel 1984 furono autori della beffa delle teste di Modigliani in occasione della grande mostra dedicata all’artista livornese
CREMOA - Il falso non è solo una truffa, ma una lente privilegiata per leggere la storia dell’arte. Parte da questa convinzione il corso «Il falso artistico dal Rinascimento al Novecento» che Andrea Di Lorenzo terrà all’interno della nuova laurea magistrale in Metodi e tecnologie per la storia dell’arte del Dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Pavia, corso coordinato dal professor Francesco Frangi. Una bella iniziativa nella terra d’elezione di Alceo Dossena.

Perché oggi ha senso dedicare un corso universitario al falso nell’arte?
«Perché il falso è stato a lungo un grande rimosso della storia dell’arte. Quando un’opera viene riconosciuta come falsa, di solito viene espulsa dal discorso critico: se è in un museo finisce nei depositi, se è sul mercato viene rimessa in circolazione o dimenticata. È un errore enorme. Il falso ha un valore storico straordinario, perché è una spia preziosissima del gusto, del collezionismo, del mercato e del modo in cui, in un determinato momento, si guardava al passato».
In che senso il falso aiuta a leggere la storia dell’arte?
«Un falso rinascimentale, per esempio, non ci dice tanto sul Rinascimento, quanto su come il Rinascimento veniva interpretato nell’Ottocento o nel primo Novecento, quando quel falso è stato realizzato. Dentro un falso ci sono condensati il gusto, le aspettative, le mode visive, le ossessioni culturali del suo tempo. Per questo studiarlo è fondamentale: spesso racconta meglio di un’opera autentica lo sguardo di un’epoca sul passato mitizzato o idealizzato».
Questa attenzione al falso ha anche una storia precisa nella disciplina?
«Assolutamente sì. Io stesso, da studente universitario, nel 1985, ho avuto la fortuna di seguire una lezione memorabile di Federico Zeri all’Università Cattolica di Milano, dedicata proprio al falso. All’epoca era qualcosa di completamente nuovo: Zeri ci mostrò che il falso poteva e doveva essere studiato con la stessa serietà riservata alle opere autentiche. Quella lezione mi ha segnato profondamente e in qualche modo è all’origine di questo corso».

Il falso, però, non è sempre nato come tale.
«Non tutti i falsi nascono con un’intenzione truffaldina. Molte opere nascono come copie legittime: copie da studio, repliche richieste da committenti, esercizi accademici. Il ‘falso’ spesso nasce in un secondo momento, quando quell’opera viene immessa sul mercato come antica. È una categoria instabile, che dipende dal contesto, dall’intenzione, dal modo in cui l’opera viene presentata e recepita».
Lei è stato conservatore delle opere del Museo Poldi Pezzoli. Anche lì il tema del falso si è rivelato decisivo?
«A un certo punto ho ripreso in mano tutte le opere catalogate come false e ho cominciato a studiarle davvero. Il risultato è stato sorprendente: molte non erano affatto false, ma semplicemente opere fuori contesto, fraintese, appartenenti a tipologie poco studiate all’epoca della catalogazione. Alcune erano autentiche e di grande qualità. Questo dimostra quanto sia pericoloso archiviare un’opera come ‘falsa’ e smettere di guardarla».
Il corso coprirà un arco cronologico molto ampio.
«Dal Rinascimento al Novecento, con alcune incursioni nell’antichità. Il falso artistico presuppone un mercato, una domanda collezionistica, e questo esplode soprattutto tra Ottocento e primo Novecento. È in quel periodo che assistiamo a un vero boom dei falsi di antichi, parallelo all’espansione del collezionismo europeo e americano».
Ed è qui che entra in scena Alceo Dossena.
«Dossena è una figura straordinaria. Non era un semplice copista, ma un artista di talento eccezionale. Era capace di interpretare stili diversissimi, dall’arte etrusca al Rinascimento, dalla scultura trecentesca toscana alla tradizione lombarda. I suoi falsi sono spesso ‘falsi creativi’: opere nuove, composte a partire da suggestioni diverse. Ed è proprio per questo che hanno avuto tanto successo».
Perché i falsi, spesso, piacciono più degli originali?
«Perché interpretano perfettamente il gusto del loro tempo. Il falso riesce a offrire l’opera che il pubblico desidera vedere. In questo senso è uno specchio straordinario della contemporaneità. A distanza di vent’anni ci chiediamo come sia stato possibile scambiare certe opere per autentiche, ma in quel momento erano perfettamente allineate alle aspettative visive e culturali del pubblico e degli stessi storici dell’arte».
Come nel celebre caso delle teste di Modigliani a Livorno.
«È un episodio divertente ma anche istruttivo: dimostra quanto il desiderio, l’attesa, il clima culturale possano condizionare il giudizio critico. Nessuno è immune, nemmeno gli specialisti. Anche per questo lo studio del falso è così importante: ci insegna a dubitare, a storicizzare il nostro sguardo».
In definitiva, che cosa insegna il falso?
«Che ogni opera d’arte, autentica o falsa che sia, è sempre un’opera del suo tempo. Il falso forse più di ogni altra cosa ci costringe a confrontarci con la relatività del gusto, con le mode, con i meccanismi del mercato e con le nostre proiezioni sul passato. Ed è per questo che studiarlo è non solo utile, ma affascinante».
Copyright La Provincia di Cremona © 2012 Tutti i diritti riservati
P.Iva 00111740197 - via delle Industrie, 2 - 26100 Cremona
Testata registrata presso il Tribunale di Cremona n. 469 - 23/02/2012
Server Provider: OVH s.r.l. Capo redattore responsabile: Paolo Gualandris