L'ANALISI
29 Gennaio 2026 - 14:57
CREMONA - Torna l'appuntamento con #DIRITTODICRITICA, l'iniziativa organizzata dal giornale La Provincia e da Fondazione Teatro Amilcare Ponchielli, che offre agli studenti delle scuole cremonesi la possibilità di esprimere il loro giudizio motivato e argomentato sugli spettacoli in cartellone al Ponchielli. Protagonista di questo appuntamento è ‘Don Quichotte’, comédie-héroïque in cinque atti musicata da Jules Massenet.
RONCHI MATTEO – 4ª LICEO CLASSICO MANIN
L’onore di concludere la stagione operistica 25/26 del Teatro Ponchielli è stato conferito, venerdì sera e domenica pomeriggio, al Don Quichotte, l’ultima introvabile opera di un compositore, Jules Massenet, altrettanto raro e poco esplorato in Italia. Guidati dalla direzione di Jacopo Brusa, veniamo catapultati in un mondo assurdo e onirico, dove Don Quichotte è un colto settuagenario in casa di riposo, segnato dai gravi squilibri della demenza. Assecondato nella sua follia dall’infermiere Sancho, egli si immagina di vivere le avventure lette in gioventù (non a caso, all’inizio di ogni atto, scorgiamo frammenti della sua fanciullezza), in sella al suo destriero, la sedia a rotelle, armato di bastone e catafratto di vestaglia e scodella in testa. Questa dimensione fantastica tocca il suo apice in due snodi chiave: quando carica all’attacco contro le minacciose pale eoliche (i famosi mulini narrati da Cervantes) e durante l’intero terzo atto, in cui si comprende che la malattia proietta nella sua realtà il lato puerile che ancora alberga in lui.
La rilettura si adatta con straordinaria efficacia alla trama originale e, anzi, la inserisce in un’ottica molto più godibile e attuale. Pertanto è encomiabile la regia di Kristian Frédric, sostenuta dai costumi di Margherita Platé e dalle scene di Marilène Bastien, i quali, con grande inventiva e precisione, hanno saputo fare breccia nell’animo della platea.
A rendere ancor più memorabile la messinscena ha contribuito senza dubbio l’eccellenza canora del protagonista, il basso Nicola Ulivieri, capace di esprimere il dualismo dell’Alto Cavaliere, un fragile e commiserevole vecchietto, che, traendo dalla sua stessa follia la linfa vitale, si tramuta in un hidalgo ancora energico e nobile. Lode anche per la Dulcinea di Chiara Tirotta, dotata di una splendida e amabile delicatezza timbrica, pienamente degna del plauso generale. È tuttavia con il Sancho di Giorgio Caoduro che la commozione trova il suo sublime compimento. Nell’aria “Riez, allez, riez” del quarto atto, infatti, egli rimprovera aspramente il coro per aver schernito senza pietà Don Quichotte, un uomo malato colpevole soltanto di sognare e di predicare amore e bontà.
Così, infine, tra giocoso sogno e folle realtà, quest’opera resterà impressa a lungo nella memoria di noi spettatori, suggellando con solenne dignità la stagione del nostro teatro.
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