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PONCHIELLI LIFE

Formidabili Anni ‘60 fra storia e memoria

Veltroni protagonista del monologo-testimonianza ‘Le emozioni che abbiamo vissuto’

Nicola Arrigoni

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narrigoni@laprovinciacr.it

28 Gennaio 2026 - 11:25

 Formidabili Anni ‘60 fra storia e memoria

CREMONA - 

Le emozioni che abbiamo vissuto di e con Walter Veltroni, accompagnato al pianoforte da Gabriele Rossi, in scena domani sera alle 20,30 nell’ambito della rassegna Ponchielli Life, è un atto di testimonianza, un racconto civile e intimo insieme, nato — come ha spiegato Walter Veltroni in occasione della replica andata in scena a novembre al Bellini di Casalbuttano — da un vero e proprio “dovere di raccontare”.

“Il racconto per me è un dovere. In fondo è l’anima e l’essenza della vita.” Siamo figli del racconto, da quello dei nostri genitori a quello dei libri, dei film o degli amici. Raccontare per non dimenticare, raccontare per restituire emozioni, raccontare per ritrovare una luce in tempi che appaiono oscuri.

Veltroni accompagna lo spettatore in un viaggio negli anni Sessanta, un decennio che ha cambiato il volto dell’Italia e che lui ha vissuto da bambino, ma che ricorda con una lucidità e una forza emotiva sorprendente: scolarizzazione di massa, televisione, Autostrada del Sole, Olimpiadi di Roma, Concilio Vaticano II, Kennedy, Beatles, don Milani, Che Guevara.

“Era un tempo emozionante — c’era sempre qualcosa che ti faceva sentire che il mondo stava cambiando”. La scena è quella di un salotto domestico ‘antico’, caldo e familiare: una poltrona, una lampada, un televisore con il centrino delle nonne. È da qui che prendono forma i ricordi personali, intrecciati alla grande storia.

Veltroni parla del padre mai conosciuto, Vittorio Veltroni, radiocronista e dirigente Rai, del nonno morto dopo la prigionia in via Tasso, di un’infanzia segnata dall’assenza, ma anche dalla forza di una madre capace di crescere due figli nell’Italia della rinascita. Le memorie private diventano il controcanto umano agli eventi collettivi, rendendo la Storia più vicina, più vera.

Accanto a lui, al pianoforte, c’è Gabriele Rossi, ventiquattro anni, un talento musicale che non ha vissuto gli anni Sessanta ma li ha studiati e interiorizzati. Veltroni fa da “Virgilio”, Rossi restituisce il DNA musicale di un’epoca con arrangiamenti intensi e mai nostalgici.

Le canzoni — da “Il cielo in una stanza” ai Beatles, dai Rolling Stones a “Tintarella di luna”, fino al dolore per la morte di Luigi Tenco — attraversano lo spettacolo come una colonna sonora dell’anima, capace di far cantare, commuovere, sorridere il pubblico.

Il racconto non elude le ferite: gli assassinii di John e Robert Kennedy, di Martin Luther King, la bomba di piazza Fontana che chiude brutalmente quella stagione di speranze. Eppure il tono non scivola mai nella malinconia fine a sé stessa: Veltroni insiste su un’idea di speranza legata all’impegno, alla curiosità, al sentirsi parte di una comunità.

“Anche quando si sta nel tunnel — alla fine c’è la luce”.

Da giornalista e uomo delle istituzioni, Veltroni intreccia il passato con il presente, riflettendo sulla solitudine del nostro tempo, sul dominio dei telefonini, sulla perdita dei luoghi fisici della condivisione. Ed è anche per questo che sceglie il teatro: uno spazio di relazione viva, di fisicità, di ascolto reciproco, dove le parole possono ancora “rompere le catene”. “Io temo che la società digitale, la società dei social ci stia costruendo una specie di armatura di solitudine e vorrei che trovassimo il modo di romperla”. In teatro puoi intessere una relazione con le persone che ti sentono vicino; oggi si vendono meno dischi ma si va molto ai concerti perché nella società digitale c’è un bisogno di fisicità. Il teatro e la musica restituiscono questa fisicità.

Le emozioni che abbiamo vissuto è uno spettacolo, o meglio un incontro fra generazioni che colpisce al cuore e mette in moto il pensiero. Evita la retorica e la nostalgia facile, unisce racconto personale e memoria collettiva con misura ed eleganza, e riesce a parlare anche a chi quegli anni non li ha vissuti. Ciò che resta allo spettatore è il senso di una storia possibile, la forza gentile di chi racconta senza alzare la voce e la convinzione, mai gridata ma profondamente sentita, che dopo ogni buio può esserci ancora una luce. Un augurio, forse, per il nostro presente, per questo vale la pena partecipare.

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