L'ANALISI
26 Gennaio 2026 - 09:36
Attilio Gardinali a Parma il 4 giugno del 1942
CREMONA - «Glielo devo. Parlare di lui e conoscere la sua storia è una sorta di impegno morale nei confronti di papà»: Luciana Gardinali racconta al telefono da Alba Adriatica, in provincia di Teramo, dove vive da diversi anni. Le sue radici sono tuttavia cremonesi e di Cremona era il padre. Ha rischiato di farsi inghiottire dalla Storia, Attilio Gardinali. «È stato un internato militare - ricorda Luciana -. In casa ne ha sempre parlato pochissimo. Accennava qualcosa solo in occasione delle celebrazioni del 25 Aprile, anche a mia mamma ha sempre detto poco. È morto nell’81, rimpiango di non aver parlato con lui della guerra. Ma ero giovane, non ci pensavo più di tanto e poi si capiva che lui non voleva raccontare ciò che aveva passato. Da qualche anno però ho deciso di fare ricerche per ricostruire quei mesi da internato.
Un’impresa non semplice, portata avanti con pari dosi di affetto e determinazione, a caccia di documenti d’archivio, inondando di mail (e spesso senza ricevere neppure una risposta) diverse associazioni di ex deportati, consultando la Croce rossa internazionale e i registri tedeschi. Mettendo insieme i frammenti, riportando all’indietro le lancette del tempo - i confini, per esempio: ciò che ottant’anni fa era Germania oggi è Polonia -, definendo la mappa di parte dell’universo concentrazionario nazista, affrontando tra gli altri anche l’ostacolo linguistico. Al disegno complessivo mancano ancora alcuni frammenti, nella storia di Attilio ci sono lacune che forse non verranno mai colmate e qualche discrepanza legata alle date.
Però lo scorso 20 settembre, in occasione della Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi, istituita proprio nel 2025 per ricordare una delle prime forme di Resistenza al fascismo, Luciana ha ricevuto a nome del papà la Medaglia d’onore concessa con Decreto del Presidente della Repubblica. La cerimonia si è svolta a Teramo, nella sede della prefettura cui fa riferimento Luciana. Per lei è stata un’emozione fortissima, e insieme è nato il desiderio di far conoscere anche a Cremona - dove è nato e vissuto - la storia di Attilio.

Nato il 25 agosto 1922, infanzia e giovinezza trascorse negli anni del regime fascista, poi il richiamo sotto le armi a meno di vent’anni, il 4 giugno del 1942. Stando al foglio matricolare, Gardinali è aviere nella Regia Aeronautica. Ha frequentato la scuola fino alla I avviamento professionale (corrisponde più o meno al primo anno delle medie), sa leggere e scrivere, ha i capelli ricci e neri, la bocca «giusta», il mento un po’ sporgente. Di mestiere fa il falegname.
Richiamato alle armi, l’addestramento lo fa a Parma, dove trascorre estate e autunno del secondo anno di guerra. Una fotografia ingiallita scattata proprio a Parma in quel periodo ci mostra un Attilio Gardinali più vecchio dei suoi vent’anni, con una divisa più grande della sua taglia e i pantaloni stretti dal ginocchio in giù dalle fasce mollettiere. Il brutto deve ancora arrivare. Nel gennaio del 1943, una tradotta lo porta a Mestre, base di smistamento per le truppe. Da lì, è trasferito alla base aerea di Suda all’isola di Creta per «operazioni di guerra nel Mediterraneo». Il 6 giugno del 1943, anno XX dell’era fascista, Attilio spedisce una foto-cartolina da Atene «alla mia cara sorella affinché si ricorda di suo fratello che combatte per la Patria e per la sua libertà».
Stessa divisa (ma senza fasce), stessa espressione seria: e del resto di cosa avrebbe potuto anche solo sorridere un ragazzo di vent’anni mandato a combattere su un fronte lontano? Per Gardinali quella del 1943 è un’estate di guerra, un’estate lontano da casa, dagli amici e dagli affetti. Fino all’8 settembre, giorno in cui viene firmato l’armistizio di Cassibile che sancisce la resa incondizionata dell’Italia agli Alleati. Come altre centinaia di migliaia di militari italiani divisi sui diversi fronti di guerra, Attilio Gardinali viene arrestato dai tedeschi, diventati nemici da un momento all’altro. Siamo ad Atene, ed è il 10 settembre oppure il 13 dello stesso mese secondo un altro documento.

Come altre centinaia di migliaia di militari italiani, Gardinali sceglie di non combattere al fianco dei tedeschi. E non aderirà alla Repubblica sociale italiana che sta per nascere. È un prigioniero di guerra, e tale resta fino al 20 settembre, quando i soldati italiani vengono declassati allo stato di ‘internati’. Non è una distinzione solo linguistica. Gli internati - saranno oltre seicentomila - non godono delle garanzie della Convenzione di Ginevra né possono godere delle tutele e degli aiuti della Croce rossa. Per gli internati si spalancano le porte dei campi di concentramento, si impone loro il lavoro coatto (nell’estate del 1944 vengono definiti ‘lavoratori civili’) nelle fabbriche e nei campi. Freddo, fame, vessazioni, violenze, malattie, pidocchi e umiliazioni continue saranno per tutti la quotidianità fino alla fine della guerra.
Per Attilio Gardinali comincia un peregrinare forzato tra campi e sottocampi nella Prussia orientale. Inizialmente è deportato nel Distretto Militare 1, nel campo di Wolkowysk (da dove manda una cartolina alla sede di Ginevra della Croce rossa il 28 novembre 1943), ovvero in un sottocampo dello Stalag IB Hohenstein. Dagli archivi tedeschi si sa che Attilio viene registrato il 9 gennaio del 1944 allo Stalag IV B Mühlberg, a un’ottantina di chilometri da Dresda, sulla riva orientale dell’Elba. Poi viene spostato allo Stalag IV D di Torgau, un sottocampo i cui deportati sono forzatamente costretti a lavorare in fabbriche, miniere, cantieri ferroviari e fattorie. Durante un bombardamento, ha l’istinto di uscire dalla baracca - contrariamente alla logica - e si salva la vita.
Attilio Gardinali resta nei campi intorno all’Elba fino alla fine della guerra: è liberato dall’Armata rossa l’8 maggio del 1945. I sovietici lo trattengono per un paio di mesi, il 3 settembre lo rimpatriano. Attilio ci metterà un mese per arrivare a Cremona. Della prigionia si porta dietro ricordi terribili - tra tanti, un amico che si era fermato durante una marcia e a cui un tedesco spara a bruciapelo -, un curioso orologio-sveglia e «un colbacco nero che per molto tempo ho visto girare per casa», ricorda la figlia Luciana. La vita va avanti, Attilio conosce Nella Manara e il loro sarà un bellissimo matrimonio anche se lei è riservata e lui invece è gioviale e si trova bene in compagnia. È impiegato all’Amministrazione provinciale, Attilio. Poi fa un corso, diventa infermiere e va a lavorare al manicomio, a Villa Salus. La vita non gli fa sconti: Attilio muore nell’81.
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