L'ANALISI
05 Gennaio 2026 - 09:14
CREMONA - Il tempo degli scrutini s’avvicina e il conto alla rovescia parte con la fine delle vacanze di Natale. L’attesa per la pagella del primo quadrimestre rischia di essere ansiogena, fra recuperi, verifiche dell’ultima ora e una pioggia di voti che cade sui volti dei ragazzi e nei registri elettronici che impietosamente fanno la media matematica.
Il voto è la cesura, è il premio e castigo di un sapere o non sapere, è la misura della prestazione e oggi, forse più che mai, rischia per molti adolescenti di essere il voto non su una materia o su un apprendimento, ma un giudizio sulla persona. Attenti professori che dispensate 2 e 3, così come i 10 che trasformano tutti in piccoli geni. A cercare di capire come si sia evoluta la storia del voto scolastico è ora un libro colto e documentatissimo, frutto di anni di lavoro, firmato da Matteo Morandi, docente di storia della pedagogia e dell’educazione all’Università degli studi di Pavia, che ha redatto una «Storia critica del voto», pubblicata da Scholé.
Ed in merito alla genesi di questo lavoro di ricerca illuminante e documentato l’autore afferma: «L’idea di ricostruire l’evolversi dei processi attraverso cui la scuola ha generalmente valutato le prestazioni degli studenti, con finalità nel tempo diverse: certificative, premiali, selettive, formative, è nata, come spesso accade, nell’ambito dell’attività didattica.

Da anni, per esigenze universitarie, mi trovo infatti a tenere corsi attinenti alla valutazione del profitto, ed essendo uno storico mi sono chiesto, da subito, quale fosse la storia della pratica su cui andavo ragionando in aula. Da qui deriva anche la prospettiva critica che compare nel titolo: più studiavo il fenomeno e più mi accorgevo che quel dispositivo complesso al quale diamo di solito il nome di voto ha origini piuttosto recenti e che, in quanto prodotto della storia, può in fondo essere messo in discussione più di quanto osiamo credere».
Quando emerge l’esigenza di assegnare un voto ai processi di apprendimento?
«Già nel Medioevo, in ambito universitario, il processo di apprendimento coronato dalla laurea comportava un voto. Tuttavia, non si trattava di un congegno classificatorio, ma di un meccanismo che procedeva in modo dicotomico: sì/no, approvato/respinto. È questa l’origine del termine ‘voto’ come espressione di un giudizio, lo stesso che si usa ad esempio in ambito politico: esprimo preferenza per un candidato piuttosto che per un altro, ritengo quel partito degno della mia fiducia oppure no… Le cose cominciarono a cambiare con i Gesuiti, alla fine del Cinquecento: sono loro gl’inventori della forma scolastica moderna, loro a introdurre il voto come dispositivo conformante basato sulla competizione».
Quando si parla di scuola, il voto sembra essere l’elemento più importante. È così necessario valutare quantitativamente gli apprendimenti raggiunti?
«Per nulla! Ciò non significa che la valutazione non sia necessaria, se intesa come feedback di quanto e come si apprende. Anzi, chiunque abbia a cuore la preparazione dei propri allievi o dei propri figli sa che ricevere riscontri circa il loro apprendimento è fondamentale. Ma una cosa è la verifica, l’altra il giudizio classificatorio: la tua preparazione è da otto, il che vuol dire soltanto che stai un passo avanti a chi ha preso sette e uno indietro a chi ha preso nove. Cosa significa quell’otto, che valore gli diamo? E ancora, a quale criterio s’ispira tale scala di merito? Con chi o con che cosa si confronta? Siamo certi che ci sia sempre la stessa distanza fra un otto e un nove, o fra un cinque e un sei?».

Negli ultimi anni, abbiamo assistito a un vero e proprio balletto docimologico: prima i numeri, poi i giudizi, poi ancora i numeri: perché?
«Alla fine degli anni Settanta del Novecento, al termine di una lunga stagione di battaglie culminate nel Sessantotto, si è cominciato a mettere in discussione la logica del voto-paga. Alla pagella si è sostituita la scheda di valutazione, con i giudizi descrittivi in forma discorsiva che molti di noi ricorderanno. Poi è arrivata la didattica delle competenze, e la critica a un modello ritenuto poco sostenibile per i docenti. Certo è che la questione appare oggi – tanto più oggi! – carica d’ideologia».
Cosa ne pensa dei tanti esperimenti di ‘scuola senza voti’ diffusi in tutt’Italia?
«Interessanti, direi doverosi! Peraltro in linea con la normativa, che a differenza di quanto si creda, fissa l’obbligo di un voto solo al termine di un percorso (quadrimestrale, annuale, pluriennale), non in itinere. È quel che fanno queste scuole, purtroppo giudicate poco serie, in primis dagli stessi studenti e dalle loro famiglie.
Oggi più che mai i ragazzi sembrano soffrire ansia da voto? È un fenomeno tipico di questa sola generazione o ci sono riscontri storici?
«La domanda è difficile. Per sbilanciarsi, lo storico ha bisogno di fonti, e una storia delle emozioni, a scuola ma non solo, aspetta ancora di essere scritta. Il libro tenta però una prima risposta sulla scorta delle fonti letterarie, anche fictional, di cui disponiamo. È un tema centrale, non sganciato da una parallela storia della competizione in ambito educativo, sulla quale mi riprometto in futuro di lavorare».
Matteo Morandi, Storia critica del voto scolastico, Brescia, Scholé, pp. 267, euro 24
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