L'ANALISI
IL COMMENTO AL VANGELO
04 Gennaio 2026 - 05:10
In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.
Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
Giovanni gli dà testimonianza e proclama:
«Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me
è avanti a me,
perché era prima di me».
Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia.
Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato.
Il tempo di Natale è il più breve e, forse proprio per questo, il più intenso. È un continuo ritornare sui fondamentali della fede cristiana, ed in particolare sullo snodo decisivo della carne del figlio di Dio. Non solo in termini di dottrina pura (quello in cui si deve credere), ma soprattutto in ordine alle conseguenze del mistero natalizio: sui tanti martiri della storia, capeggiati da Santo Stefano e accresciuti dalle tante stragi di innocenti; su Giuseppe che mette in pratica il sogno della custodia del bambino; ancora sulle chiese cristiane che ricevono in consegna la cura per la Parola che da sola rischierebbe di venire soffocata dalla prepotenza della storia.
Ecco il tempo di Natale: una continua meditazione davanti al presepe, alle sue pretese e alle sue implicazioni più radicali. Anche la seconda domenica dopo Natale non si sottrae a questa logica, a costo di apparire ripetitiva nel suo riproporre lo splendido e difficilissimo inno cristologico che apre il quarto Vangelo. Serve ancora un ulteriore passaggio, un’altra sosta “forzata” davanti al mistero del Natale, perché è lì che si consuma lo straordinario ed il paradossale del cristianesimo. Bisogna ascoltare l’incredibile vicenda del Verbo, la Parola che era sin da principio presso il Padre e che si è fatta carne, intrecciando la sua storia con quella di Giovanni Battista, il precursore, colui che annuncia l’arrivo di uno più grande; e con quella di quanti avrebbero poi deciso di entrare nella logica dei figli di Dio. Proprio di una logica, di un metodo e di un percorso ci parla Giovanni, sottotraccia: il Logos (termine greco che designa la Parola, ma anche il Legame) genera una “logica”, ovvero offre la trasformazione dei cuori di quanti lo ascoltano e lo prendono sul serio. Mentre riveste la carne dell’umano, a sua volta viene indossato, assunto da chi nella storia è proclamato figlio di Dio. Com’è successo all’inizio… così continua succedere nella storia quotidiana dei credenti che praticano non solo il culto, ma la vita secondo il logos, secondo la Parola. Nel grande mistero natalizio la luce si confronta con le tenebre. E pare che queste ultime la sovrastino con l’indifferenza delle cose che non si distinguono. Nelle tenebre, si sa, abbiamo paura dell’ignoto, perdiamo i punti di riferimento… nelle tenebre si delinque, si imbroglia, si trama contro la vita. Eppure, la luce ha il potere di prevalere e rinascere, come vediamo con stupore ogni volta che un’alba ci sorprende con i suoi colori e la sua tenue potenza. A Giovanni non bastava aprire il Vangelo con un potentissimo cantico alla grandezza di Dio; né solo con la concreta profezia del Battista: occorreva tenere insieme alto e basso, cielo e terra, e lasciare che l’intreccio di entrambi i piani esprimesse la verità del Vangelo. Perché non c’è migliore grandezza e migliore potenza di Dio che l’amore che avvicina, si interessa, si prende a cuore.
Quella Parola non è solo un’informazione, una sequenza di cose da fare o da dire: è innanzitutto la prossimità di Dio che prende dimora e nasce, come noi e in mezzo a noi. Tutti sappiamo che la nascita è l’inaugurazione di una storia e la proclamazione di una solidarietà indiscutibile. Si nasce da questi genitori, in questa storia, dentro queste relazioni ed in questa epoca. Il Natale con il suo tempo è innanzitutto la sorpresa che Dio abbia parlato, ed abbia parlato così; si sia mostrato, reso disponibile in questo modo, generando ciò che l’umanità da sempre cerca, senza forse saperlo: la grazia. Cioè qualcuno che ci autorizzi a vivere nella nostra imperfezione, anche dentro lo scandalo delle nostre incapacità: poiché ora non siamo noi a risalire il vertiginoso spazio della dimora di Dio, ma è lui che scende in mezzo a noi e si fa, appunto, benevolenza, perdono, benedizione. È il trionfo di quanto per lo strapotere umano non conta nulla, troppo umile e semplice per determinare il corso degli eventi. La seconda domenica di Natale con la prima pagina di Giovanni ci vuole ancora lì, al Presepe, perché non scivoliamo inconsapevolmente nella magia delle Feste, ma restiamo ancorati alla gratitudine per un amore più grande.
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