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#DIRITTODICRITICA: «Pupo di Zucchero», le recensioni degli studenti

Nuovo appuntamento con la stagione 'Cibo per mente anima cuore corpo' del Ponchielli

La Provincia Redazione

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21 Aprile 2022 - 10:48

#DIRITTODICRITICA: «Pupo di Zucchero», le recensioni degli studenti

CREMONA - Nuovo appuntamento con Diritto di critica, l'iniziativa organizzata dal giornale La Provincia e da Fondazione Teatro Amilcare Ponchielli, che offre agli studenti delle scuole cremonesi la possibilità di esprimere il loro giudizio motivato e argomentato sugli spettacoli in cartellone al Ponchielli. Si prosegue con «Pupo di Zucchero»: leggi le recensioni qui sotto.

 

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BASSINI LETIZIA – 4 LICEO CLASSICO MANIN

Lunedì 11 aprile il Ponchielli ritorna nella fredda serata invernale del 2 novembre, in un tempo sospeso nel sogno, che accoglie Carmine Maringola nei panni di un vecchio siciliano immerso nei suoi ricordi più intimi, legati tra loro dall’impasto del pupo di zucchero. Il silenzio viene subito riempito dal canto delle tre defunte sorelle, Viola, Rosa e Primula, che, in piedi dietro all’anziano fratello, vegliano su di lui durante la lievitazione problematica del dolce tradizionale della festa dei morti. Nella penombra di un palcoscenico spoglio ritornano in vita tutti i suoi cari, come se non se ne fossero mai andati, e vengono rievocati tutti gli episodi più significativi della sua esistenza. Nonostante l’intero spettacolo si sviluppi in un’atmosfera cupa e buia, in cui pesa la certezza della morte, il talento di Emma Dante riesce a trasformarlo in un toccante inno alla vita in tutti i suoi aspetti: la dichiarazione d’amore del padre disperso in mare, la fedeltà incondizionata della madre e il suo affetto per Pasqualino, l’allegria delle sorelle, che sbocciano come fiori a primavera dal suolo arido della morte, la passione di Pedro dalla Spagna per la bella Viola e la violenza bestiale di zio Antonio verso Zia Rita. La morte diventa una preziosa occasione per immergersi con nostalgia nei ricordi e la sua presenza viene quasi annullata dall’umanità di cui tutti i personaggi sono impregnati. Emma Dante, consapevole di questa contraddizione, costruisce tutte le sue scene sul binomio vita-morte. Lo spettatore non rimane indifferente davanti al forte contrasto tra il dolore che la morte provoca nell’unico sopravvissuto e la vivacità con cui i morti scandiscono la preparazione del dolce con suoni diversi. I momenti cupi vengono animati dalla risata gioiosa delle tre sorelle e i ricordi felici, come il primo ballo dei genitori, vengono accompagnati da una musica dai toni gravi e minacciosi. La morte non viene però mai dimenticata e pian piano torna ad insinuarsi tra le poltrone del teatro. Al termine dello spettacolo tutti i personaggi tornano sul palco sorreggendo il loro cadavere consumato dal tempo, che appendono ad una grata posta alle spalle del protagonista. Maringola rimane al centro del palco, circondato dalle sculture di Cesare Inzerillo, che ricordano allo spettatore il vero volto della morte, lasciandolo con il dubbio di aver assistito solo a un vago e indefinito sogno.

CONTINI LETIZIA – 5 EINAUDI

Lunedì 11 Aprile, attraverso il suono d'un campanello l’attenzione del pubblico è stata indirizzata verso il palco del teatro Ponchielli dove è andata in scena la favola di Pupo di Zucchero nonché l’ultimo spettacolo di Emma Dante. È la notte del 2 novembre, la notte dei morti, c'è un vecchio al centro di una stanza cupa che fissa un impasto, quello che poi utilizzerà per da forma al pupo di zucchero (tipico dolce siculo utilizzato per rendere omaggio ai morti). Una matassa di pasta diventa quindi il collegamento tra l’uomo e i suoi cari defunti, e noi da spettatori assistiamo al racconto della vicenda in maniera volutamente caotica quasi a volerci dimostrare le innumerevoli scene che questa notte insonne vagano all’interno della mente ma soprattutto nel ricordo del protagonista. Gli attori che interpretano i morti sono nove, ognuno rappresenta un familiare o chi ad essi caro, ma non solo; infatti, lo sforzo fisico a dir poco ammirevole e l’energia impiegata nel danzare, cantare, volteggiare in continuazione contribuirà poi al completamento del pupo. Appare evidente che l’accoglienza che l’uomo rivolge ai morti è per lo più egoistica, spinta da un logorante senso di solitudine che fin troppo spesso va a braccetto con lo scorrere inesorabile degli anni, che lascia un sentimento di compassione per il dolore a cui è sottoposto in quanto “vivo”. Il linguaggio utilizzato è dialetto stretto, di sicuro non immediato per chi non lo conosce ma appare fin da subito marginale, le movenze e le azioni degli attori bastano a coinvolgere e trasmettere al pubblico i pensieri ed i concetti più profondi esaltati da una scenografia essenziale. Lo spettacolo si chiude con l’immagine di ogni anima che riporta il proprio burattino andando a creare una fila di impiccagioni dalla visione a dir poco cruda, simbolo della morte e del loro ritorno nelle rispettive tombe.

DE CECILIA GAIA – 5 EINAUDI

E’ il 2 novembre, è il giorno dei morti e nello scenario iniziale vediamo la storia di un vecchio che, vuole sconfiggere la solitudine e per questo invita a cena, nella sua antichissima dimora, tutti i defunti che facevano parte della sua famiglia. Secondo le tradizioni meridionali è giusto che i parenti in vita creino questo “pupo”, cioè un bambino fatto di zucchero, farina e dolciumi da dare in dono ai defunti. E così il protagonista inizia a impastare questo “pupo”, ma nel mentre la casa si riempie di spiriti che saltano, corrono, gridano, cantano e ballano; compaiono le anime delle sorelle del vecchio ovvero Rosa, Viola e Primula, arriva successivamente l’anima di sua madre e di suo padre e infine si uniscono alcuni personaggi molto particolari che danno vita al palco con numerose scene d’amore, di violenza, di gioia e allegria. Lo spettacolo di per sé è stato molto piacevole, la scenografia semplicissima ma ho apprezzato particolarmente alcuni costumi di scena e senza alcun dubbio ho apprezzato molto le doti canore degli attori, voci profonde e bellissime che risuonavano in tutto il teatro. Ottima l’interpretazione degli attori, capaci di creare più scenari e raccontare più storie in un’unica. La musica scelta per il sottofondo devo dire che era veramente meravigliosa, scelta in modo efficiente per ogni scena; in particolare l’abbinata musica-scena che più mi ha colpita di questo spettacolo è stata la parte finale, dove le anime prendono i loro scheletri e li affissano in un punto, come se indicassero che devono ritornare da dove sono venuti, e al centro, mentre avviene tutto questo, si trova il protagonista, cioè il povero vecchio rimasto solo nel mondo dei vivi che inizialmente, è circondato dalla vitalità di queste anime ma pian piano finisce con lo spegnersi anche lui, lasciando morire il suo corpo nell’esatto punto in cui le anime lo abbandonano. Quindi concludo col dire che è stato uno spettacolo diverso dal solito, a tratti toccante e con ottimi interpreti.

GAETANI GIULIA – 3 LICEO SCIENTIFICO ASELLI

“Morti che camminano”. Un aforisma di questo tipo risulta essere l’epiteto perfetto per la rappresentazione teatrale Il pupo di zucchero, opera che ha preso vita, un po’ come i defunti protagonisti, al Teatro Ponchielli nella serata di lunedì 11 aprile. Il pubblico cremonese si è trovato a stretto contatto con un’insolita commedia all’insegna dell’inquietudine e della curiosità, in grado di destare vivace interesse per un argomento così delicato. Defunti e vita. Un’accoppiata insolita, sebbene affrontata senz’ombra di macabro, quella delineata dalla regia di Emma Dante, in grado di modellare abilmente un vero e proprio tentativo di connessione con il mondo dell’aldilà. Nell’atmosfera del meridione italiano, un uomo prepara un dolce tipico in occasione della festa dei morti. Il 2 novembre, dunque, la combinazione di acqua, farina e zucchero, non plasma solamente una dolce creazione antropomorfe, ma consente di evocare i cari defunti della propria famiglia. La vita, allora, diviene la vera protagonista della vicenda. I personaggi invadono il palco sprigionando i colori della propria personalità in un tripudio di canto, danza e luci, arginando la condizione di defunti ad un’altra dimensione. Ognuno sente la necessità di raccontare qualcosa di sé, esprimere l’essenza di ciascuno, scardinare con estrema libertà la propria natura; tutto ciò tramite la linguistica del mezzogiorno, all’altezza di coinvolgere perfettamente lo spettatore nell’ambiente familiare. Luci e melodie giocano poi un ruolo cardine nella vicenda, costituendo un perfetto accompagnamento al racconto dei personaggi, a braccetto con le sfumature che questi assumono. Da chi è resa allora la condizione di defunto, in un contesto così inadatto alla presenza della morte? Semplice, nient’altro che da burattini. Le sculture di Cesare Inzerillo, con le sembianze dei protagonisti ormai deceduti, si inseriscono sul palcoscenico portando con sé l’alone della fine e generando tra gli occhi vigili del pubblico un certo stupore per la presenza “senza vita” a cui si trovano di fronte. Una schiera di marionette conclude allora l’opera, circondando l’unica figura realmente viva, forse ormai quasi trascinata da vere catene nel mondo dei morti, dopo 75 minuti di genuina oscillazione tra i due emisferi dell’esistenza umana.

GHISOLFI GIOVANNI – 3 LICEO SCIENTIFICO ASELLI

Durante la serata dell’undici aprile è andato in scena, per la prima volta al teatro Ponchielli di Cremona, lo spettacolo intitolato “Pupo di zucchero”, scritto e diretto da Emma Dante e liberamente ispirato a “Lo cunto de li cunti” di Gianbattista Basile. Sin dal primo istante in cui il sipario si è aperto, rivelando un piccolo quadretto di visi che attorniavano un uomo, che si rivelerà poi essere il protagonista interpretato da Carmine Maringola, la mente dello spettatore non poteva far altro che cercare, per tutta la durata del dramma, di immaginare quali altri sorprendenti sviluppi potesse prendere la vicenda. Sebbene, di fatto, tutto lo spettacolo fosse incentrato sul tema della morte (l'ambientazione è il 2 novembre, il Giorno dei Morti, e il protagonista è intento a prepare una pietanza tradizionale, il pupo di zucchero, per celebrare la festività), contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, è la vita a predominare in questa storia. E così mentre l’uomo era intento a far lievitare l’impasto di acqua, zucchero e farina, all’interno della stanza, ritornano in vita i suoi cari: le tre sorelle, Viola, Primula e Rosa, la madre, il padre, disperso in mare, Pedro dalla Spagna, zio Antonio e zia Rita e, infine, Pasqualino; e tutti insieme iniziano a dar vita alla vicenda, presentata dal protagonista che diventa una sorta di narratore interno, il quale ci concede di entrare nella sua memoria, attraverso una serie di scene movimentate che ci lascia quasi esterrefatti di fronte all’antitesi che si instaura fra questa immortale vivacità e la dimensione di morte dalla quale essa proviene ma dalla quale ci si sta allontanando. Tuttavia, è il finale a rompere questo schema e a riportarci, con un ultimo sorprendente sviluppo, nel quale compaiono anche delle inaspettate sculture di legno, alla realtà. In fin dei conti, tutto ciò a cui si è appena assistito è il frutto della memoria del protagonista e questi suoi dolci ricordi che prendono vita sono ľultimo filo che mantiene che lo lega ai suoi cari. Uno spettacolo a dir poco curioso, nel quale tradizioni popolari ed emozioni si mescolano per dar vita a un prodotto che merita di essere assistito, nonostante vi sia un ostacolo linguistico considerevole che comunque contribuisce ad aggiungere una nota esotica a un’opera che lascia lo spettatore meravigliato ad ogni scena. 

LONOCE SOFIA – 3 LICEO SCIENTIFICO ASELLI

La sera del 11 aprile, il Teatro Ponchielli ha ospitato la compagnia siciliana Sud Costa Occidentale, fondata nel 1999 da Emma Dante, la regista che ha allestito la rappresentazione de Pupo di zucchero, ispirato a Lo cunto de li cunti di Gianbattista Basile. Tale spettacolo teatrale è il frutto di intense ore di lavoro, ciò lo si può comprendere, per esempio, nella scena in cui volteggia per aria il pupo di zucchero, un dolce tipico siciliano, durante la quale si crea un affascinante gioco di contrasti fra lo zucchero bianco e lo sfondo nero. In questa scena si può ammirare, inoltre, l’armoniosa compenetrazione fra la musica e le movenze degli attori, i quali, mentre danzano, sembrano perdere tutta la loro fisicità e fluttuare sul palcoscenico. A tratti uno spettacolo dai toni tragici che coinvolge lo spettatore, il quale si trova travolto dalle drammatiche storie narrate, mentre in altri momenti il pubblico viene intrattenuto dalla tipica ilarità delle famiglie numerose. Viene narrata, infatti, la storia di un nucleo famigliare del meridione, i cui membri sono morti e vengono evocati dall’unico parente rimasto ancora in vita, il protagonista, il quale riporta, durante la preparazione del pupo di zucchero, le storie dei suoi cari, passati a miglior vita. Nello spettacolo viene rappresentato un unico evento, durante il quale, però, vengono narrate vicende della vita quotidiana di diversi personaggi, che mostrano la società dell’epoca. Ammirabile l’uso delle luci, curate da Cristian Zucaro, che conferiscono allo spettacolo un’atmosfera intima, raccolta, realizzata da un’unica luce centrale che illumina tutti gli attori, mentre in altri momenti, si assiste a un clima più tenebroso, caratterizzato da luci soffuse. L’ultima scena è caratterizzata da un’atmosfera a dir poco spettrale, tale inquietudine è data dal dubbio che i burattini, realizzati con estrema perizia da Cesare Inzerillo, siano delle persone vere. Andando alla rappresentazione teatrale de Pupo di zucchero si può, dunque, assistere a vivaci dialoghi, canti coinvolgenti e dinamiche coreografie, che conferiscono al palco un’ atmosfera magica.

PASINI ANDREA – 4 LICEO CLASSICO MANIN

Un capolavoro di delicatezza e nostalgia, allegro ma estremamente malinconico e capace di emozionare l’intero pubblico con scene struggenti, tutto questo senza mai strafare: sono poche le persone che potrebbero dirsi deluse dopo aver assistito a "Pupo di zucchero", opera scritta e diretta da Emma Dante andata in scena la sera dell'undici aprile al teatro Ponchielli di Cremona. Certo è che risulta impossibile rimanere indifferenti a quanto portato sul palco dalla compagnia Sud Costa Occidentale, fondata dalla stessa Dante, i cui membri hanno dato prova di grande talento e abilità riuscendo, con un’ottima e potente interpretazione, a trasmettere al meglio il carattere dei personaggi da loro impersonati creando nel pubblico l'illusione di conoscerli da sempre, di essere un ulteriore membro della famiglia. Il tema trattato è quello del rapporto con la morte, nei confronti del quale nessun uomo può dirsi estraneo e viene raccontato in quest’opera a partire da una tradizione, quella siciliana del pupo di zucchero, che alla morte è molto legata: infatti nell'atto di preparare il dolce antropomorfo il protagonista, interpretato dall'ottimo Carmine Maringola, torna con la mente a ricordi legati alla sua stravagante famiglia, che vengono raccontati con estrema delicatezza e malinconia con l'aiuto di luci, musiche (come nel caso dei canti del "piccolo coro" formato dalle tre sorelle) ed elementi scenografici sempre ben pensati e capaci di destare meraviglia nello spettatore. Non è possibile però vivere per sempre nei ricordi: dopo averci trasportati in un mondo che non c'è più ed averci fatto conoscere a fondo i suoi abitanti con le loro storie, i loro vizi e le loro virtù è l'opera stessa, con una scena dai toni macabri, a riportarci alla realtà, ricordandoci che il passato è passato e che ciò che è stato non tornerà più. 

BERTOLINI RICCARDO – 4 LICEO VIDA

Pupo di zucchero è uno spettacolo teatrale recitato in dialetto siciliano, dove il protagonista nel giorno del 2 novembre commemora i propri defunti con la creazione del rinomato pupo di zucchero, nell’attesa della lievitazione richiama alla memoria i defunti della sua famiglia e la casa si riempie di ricordi e vita. Le prime ad essere ricordate sono le tre sorelle del protagonista, le quali ebbero una vita sempre molto coesa l’un l’altra, una delle quali perdutamente innamorata del secondo personaggio introdotto, cioè il cugino acquisito di origine spagnola, molto famoso per le proprie doti da Don Giovanni; figura che nel racconto mi è sembrata molto marginale e che non ho apprezzato molto, seppur molto divertente e festosa. Seguendo lo spettacolo sono state introdotte le due figure che ho apprezzato maggiormente di tutto il percorso, gli zii del protagonista, persone che si contraddistinguono per il proprio amore passionale, un amore comunque tormentato dal carattere bipolare dei due, ad essere ricordati poi sono i genitori, lui marinaio italiano che trova l’amore a Marsiglia con una donna molto semplice, un po' lo specchio della società dell’epoca capace di trovare felicità nella semplicità, ultimo ad essere ricordato è il figlio adottivo della madre, sempre sorridente e molto bravo a sdrammatizzare nel momento del bisogno. Io ho davvero apprezzato quest’opera perché è stata capace di portarmi a riflettere su più fronti, partendo da quello emotivo cioè il concetto di fermare la propria vita per qualche istante, pensare da dove si arriva, ricordare quello che è il proprio passato (come nel caso del protagonista verso la propria famiglia di cui lui non può averne che ricordo), per poi da quelle basi provare a costruire un futuro; quest’opera è stata anche capace però nel momento del bisogno a sdrammatizzare il tutto al fine di riuscire a strappare un sorriso ad ogni spettatore in sala.

SPINONI GIULIA – 2 LICEO CLASSICO MANIN

Quando cala il buio e il sonno non arriva, ci sono soltanto i ricordi a far compagnia a chi è rimasto sveglio. C’è la luce fioca di una stanza e un dolce che non lievita come dovrebbe sul tavolo. C’è un vecchio seduto su una sedia, solo, che, nel tentativo di preparare qualcosa da mangiare per il Giorno dei Morti, rievoca le figure dei suoi cari ormai defunti, parla di loro e con loro, li rianima di nuovo, per una notte. È così che prende vita sul palco del Teatro Ponchielli di Cremona, nella serata di lunedì 11 aprile, “Pupo di zucchero”, spettacolo che vede testo, costumi e regia di Emma Dante, liberamente ispirato a “Lo cunto de li cunti” di Gianbattista Basile. La storia di una notte e di una vita. Il vecchio protagonista ci fa conoscere la sua famiglia delineando dei ritratti gioiosi e spensierati dei suoi componenti: le tre belle sorelle, Rosa, Primula e Viola, la mamma, il padre marinaio, zia Rita e zio Antonio con le loro litigate violente, Pedro dalla Spagna che si presentava sempre per cena, il figlio adottivo Pasqualino. Tutto ruota attorno alla preparazione del pupo di zucchero, il dolce tradizionale della festa del 2 novembre, che sembra non voler lievitare, finché gli stessi morti evocati dal protagonista non mettono mano all’impasto: ecco che tutti insieme lo decorano fino a farlo diventare il pupo più bello e più grande che abbiano mai preparato. Terminata la notte, però, le anime devono andarsene; compaiono in scena per l’ultima volta portando i propri corpi morti, ricreati in dieci bellissime statue di Cesare Inzerillo. La festa è finita e a far compagnia al vecchio resta un altare freddo e scuro. La Morte ci viene presentata nella sua forma più cruda e vera, ma con la naturalezza di chi, consapevole del proprio destino, la accetta e la accoglie in casa sua, anche se per una sola notte. E questa sera, ad accogliere “Pupo di zucchero” c’è un applauso di cinque minuti per un messaggio che arriva chiaro al pubblico in sala: si può dare amore anche con il ricordo perché persino nella solitudine c’è qualcuno che ci fa compagnia.

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