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L'INTERVISTA

La famiglia Anguissola: da Sofonisba a Ferrante

Il cantautore, poeta e musicista dalla parentela illustre pubblica, a 90 anni, un nuovo Cd. L’infanzia in cascina, l’Europa in autostop, il lavoro nella musica, l’incontro con Flavio Caroli

Mariagrazia Teschi

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mteschi@laprovinciacr.it

14 Aprile 2022 - 10:38

Gli Anguissola: da Sofonisba a Ferrante

Ferrante Anguissola

CREMONA - Uno sguardo sulle vicende di una famiglia aristocratica cremonese-piacentina a cavallo del Po, amante dell’opera lirica, dell’arte, della musica classica e poi della bella canzone italiana, napoletana, francese. «Si stava in campagna, tutti in famiglia suonavano mamma in testa, fratelli, nonno. Così è nata una cultura musicale che prosegue anche oggi, con i nipoti». Ce lo offre, quello sguardo acuto e affettuoso Ferrante Anguissola d’Altoè, discendente di Sofonisba «pittrice e donna di gran valore», una vita avventurosa trascorsa a coniugare il lavoro con le sue due grandi passioni, la musica e l’elettronica suggellata, pochi giorni dopo il novantesimo compleanno, dall’uscita dell’ultimo album, «E la voce va», nove brani acustici (chitarra e voce) che raccontano le bellezze della vita, i ricordi e le gioie vissute. 

Sono nato in corso Campi, quasi all’angolo con via Anguissola e fino agli 8 anni ho vissuto in cascina tra mucche, cavalli, conigli, galline e maiali e ho corso per i campi

«Sono nato in corso Campi, quasi all’angolo con via Anguissola e fino agli 8 anni ho vissuto in cascina tra mucche, cavalli, conigli, galline e maiali e ho corso per i campi, raccolto violette e camomilla — racconta Ferrante — Poi ho avuto l’infelice idea di dire alla mamma in dialetto: «Me so sciupà li braghi!» e mi sono trovato catapultato in collegio a Firenze a «imparàa l’Italiàan!». Ricorderò sempre gli anni in campagna con grande piacere, e forse anche con nostalgia. Suonavo già un po’ di fisarmonica e così accompagnavo il canto di tutti insieme, voci intonate e voci stonate, un coro di persone serene. Durante gli anni più difficili della guerra il collegio era chiuso e quindi ho frequentato le scuole locali e poi le medie a Soresina. Andavamo tutti in gruppo, eravamo una trentina di ragazzi e ragazze tutti in bici con il nichel dei manubri dipinti per evitare che il solito Pippo ne vedesse il luccichio. Pedalavamo lungo i navigli a Mirabello Ciria e che ricorderò sempre come delle cattedrali tra file di gelsi, di platani nani, di platani grandi e di pioppi con quell’acqua che scorre lenta. Ma ricordo anche i mitragliamenti della stazione di Casalbuttano e poi la ricerca dei bossoli nella neve con gli altri «putei». Erano tragedie, ma vedevamo tutto con occhi meno consapevoli».

I suoi esordi musicali dunque sono stati in cascina?
«Suonavo il piano e cantavo accompagnandomi con la chitarra, e così i giovani morosi con un mazzetto di viole in mano mi volevano con loro a far le serenate alle ragazze. Avevo solo 12 anni. Lì ho capito che la passione per la musica mi aveva preso davvero, e mi ha spinto a scrivere a 17 anni una canzone sui fiumi di Lombardia che ho inserito nel mio ultimo disco».

anguissola

Ferrante Anguissola con la famiglia alla mostra di Madrid

Come vive (o convive) con Sofonisba, parentela illustre forse un po’ ingombrante?
«Ricordo con emozione quel magnifico concerto silenzioso che la ingegnosa Gabriella Benedini ha realizzato al Museo del Violino nel 2016 immaginando Sofonisba nella sua Cremona. Sapevo ben poco di lei, faceva parte dei lustri di famiglia, ma solo grazie a Flavio Caroli ho capito davvero chi fosse la mia antenata. Ne sono orgoglioso non solo perché è stata una delle prime pittrici donne conosciute nell’ambito europeo, ma anche per la capacità di essersi imposta in un ambiente maschile come era il ‘500, per non dire anche oggi. Era la dama di compagnia della regina di Spagna Isabella di Valois, alla quale insegnò a dipingere. Sofonisba a corte poteva anche dipingere, ma non poteva firmare i suoi lavori perché il protocollo lo vietava, ma non impediva che i pittori di corte potessero copiarli. Nel marzo 2008 organizzai a Palermo un Convegno nella chiesa dei Genovesi sulla pietra sepolcrale di Sofonisba per dare impulso alla ricerca: in quella occasione conobbi Alfio Nicotra, lo studioso che nel 1995 aveva attribuito a Sofonisba la pala della Madonna dell’Itria e con lui la ricerca ebbe un grande impulso. Sono stato venerdì scorso a Cremona per l’inaugurazione della mostra della Madonna dell’Itria, organizzata da Mario Marubbi nel Museo Ala Ponzone. Sofonisba è stata un esempio e lo è ancora oggi grazie ad una personalità forte e volitiva. Da parte mia ho cercato di inculcare alle mie figlie di essere persone prima di tutto!

È un musicista autodidatta?
«Ascoltavo ancora mezzo addormentato la mamma, che al mattino ci svegliava con gli esercizi di Czerny al pianoforte e poi con una serie di canzoni napoletane come Munasterio e Santa Chiara, francesi come La Mer di Charle Trenet, oppure Nilla Pizzi e Domenico Modugno. Sì, ero fondamentalmente autodidatta perché amavo strimpellare, cantare, sempre con ogni occasione. A sei anni è arrivato anche il maestro di pianoforte, veniva in bicicletta dal paese e ci insegnava a leggere e a creare piccole melodie. Questo era un piacere, ma i solfeggi lo erano molto meno. Tornato in collegio nel 1946 ho coinvolto subito alcuni amici per suonare insieme. Negli anni universitari a Firenze e a Bologna suonavo alle feste anche canzoni in dialetto, e poi son partito in autostop per l’Europa, con la chitarra a tracolla. Ero uno dei pochi autostoppisti italiani nel 1951 in Inghilterra, e poi per tre estati Scozia, Svezia, Danimarca, Germania. Ogni sera negli ostelli per la Gioventù ero richiesto per cantare e così ho imparato canzoni in altre lingue grazie anche al fatto che parlavo tedesco, francese, inglese. A Londra arrivai in una città mesta e con uno smog pari alla nebbia padana. La swinging London sarebbe arrivata molti anni dopo con i Beatles e i Rolling Stones».

Ha partecipato a otto Festival di Sanremo… ma dietro le quinte, da tecnico!
«Bei ricordi. L’azienda Exhibo che ho fondato e condotto per circa 60 anni dal 1958 e il lavoro che mi ero inventato mi ha portato a lavorare con Sennheiser, i suoi microfoni e il suo primo radiomicrofono al mondo che ovviamente mi ha messo in contatto con la RAI e Festival di Sanremo, cantautori e musicisti. Eravamo a metà degli anni Sessanta. Al Festival dovevo assistere i tecnici della radiofonia consigliando l’utilizzo di questo o quel microfono di caratteristiche tecniche differenti per superare i problemi acustici e arrivare al suono migliore. È stato un momento magico.
Il tempo però passa, sono diventato papà di quattro ragazze e assorbito dal lavoro. Anni dopo, in una momento di respiro, ecco sono riuscito infatti a pubblicare un primo LP Poligrafici, Pensionati, Trombai e Santi, un album critico e ironico sulle stramberie italiane».

Elettronica, altra grande passione...
«Mi aveva stregato fin da ragazzo. Da radioamatore e insieme agli altri appassionati lanciammo via radio nel mondo il nome di Cremona con il Contest Stradivari, credo nel 1952. Fu gran successo.
Qualche anno dopo, come dicevo, mi sono impegnato in Exhibo per farla crescere e sviluppare; tante esperienze e tantissimi viaggi in Europa, in USA, Giappone, Korea del Sud, HongKong e sempre con la musica in testa. Poi la nascita delle radio libere e la scuola che ho organizzato a Venezia nel 1979 per facilitare la comprensione e l’uso degli apparati di una radio, e poi le altre radio e TV. All’inizio ero impegnato su microfoni e suono, poi anche per altre importanti funzioni come i cavi coassiali e le antenne delle stazioni di base del GSM, i dissalatori, la sicurezza. Mi sono impegnato anche in diverse applicazioni tecniche. Con molte soddisfazioni»

Negli anni ‘70 pubblica un LP di denuncia sociale, tematiche che ricorrono anche in E la voce va. Vi ritrova la stessa energia di quegli anni o la maturità l’ha resa meno combattivo? 
«Sì, la denuncia sociale mi ha sempre molto motivato. Con il brano «Arca» del primo album ho avuto la faccia tosta di rammentare ai politici che alla fin fine abbiamo anche una faccia da non perdere. Sono ancora combattivo. La solitudine, l’incomunicabilità, l’intolleranza, la paura del diverso, l’amore negato sono messaggi di attualità che tocco sempre con garbata polemica».

Poi a 80 anni la pensione...
«La passione mai sopita mi ha suggerito di dedicarmi interamente alla musica dopo il mio ritiro a 80 anni dal lavoro. Ho dovuto imparare molto del mondo musicale, che è cambiato tanto, e di come arrivare a produrre le mie canzoni. Nel gennaio 2020 è uscito A Occhi Aperti e ora E la voce va. Sono curioso di vedere come questo ultimo CD andrà… È un progetto che ho cullato tutta la vita».

Progetti presenti e futuri?
«Altre canzoni più intime che ho già pronte. Mi permetto, qui, di rivolgere un messaggio ai giovani, di guardarsi dentro e vivere queste difficili giornate con serenità e spirito positivo e propositivo. A loro affidiamo le sorti di questo mondo, sempre più nero».

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