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CREMONA: L'ULTIMA CATECHESI

Monsignor Alberto Franzini, «Una meravigliosa avventura»

A due anni dalla scomparsa, il raffinato teologo sarà ricordato domenica prossima in Cattedrale

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30 Marzo 2022 - 09:47

Monsignor Alberto Franzini, «Una meravigliosa avventura»

Don Alberto Franzini fotografato al sito archeologico di Masada in Israele

CREMONA -  La musica di Mozart, diceva, è una prova dell’esistenza di Dio. Teologo raffinato, laureato in Dogmatica, mente vivace, don Alberto Franzini è morto il 3 aprile di due anni fa, alla vigilia del settantatreesimo compleanno. Il gruppo catechesi della Cattedrale lo ricorderà domenica prossima in duomo, alle 16. È previsto un momento musica con le Voci Virili dirette da don Graziano Ghisolfi e Fausto Caporali all’organo, poi alcuni attori della Compagnia dei piccoli si alterneranno nella lettura di testi dello stesso don Alberto. Per l’occasione sarà anche distribuito un libriccino dedicato a L’ultima catechesi (stampato con generosità da Fantigrafica) i cui proventi saranno devoluti alla San Vincenzo. Sarà Giuliana Chiti a introdurre l’incontro con un breve intervento.

«Una delle cose che più colpiva di don Alberto - spiega Chiti - erano la profondità della sua fede e l’importanza della ricerca e dell’approfondimento. Quando abbiamo sgomberato il suo studio, abbiamo trovato oltre tremila volumi per lo più di opere teologiche appuntate e sottolineate. E poi i centoquaranta quaderni con le sue omelie, le pubblicazioni, le conferenze, gli articoli su giornali e riviste, il diario quotidiano scritto a partire dai giorni in seminario». Un tesoro prezioso e in parte inesplorato, oggi custodito presso l’Archivio diocesano. Da quella mole di testi e riflessioni è nata L’ultima catechesi. «Abbiamo voluto rileggere e approfondire la sua esperienza di uomo e di credente attraverso le sue parole e attraverso il suo testamento spirituale», dice monsignor Attilio Cibolini, rettore della Cattedrale.

Il protiro della Cattedrale di Cremona dove don Alberto fu parroco dal 2014 al 2020, anno della morte


È morto solo, don Alberto, come tutti i malati di Covid, lontano dagli affetti e dagli amici. «Una disumana maniera di morire», l’aveva definita - in una lettera inviata a don Franzini dopo la morte - il vescovo Antonio Napolioni. «Mi affido alla volontà del Signore», aveva scritto don Franzini nell’ultimo messaggio agli amici, a testimonianza di una fede autentica, rafforzata da studi mai interrotti. Tra i suoi punti di riferimento, molti teologi di scuola francese e tedesca (tra cui Hans Urs von Balthasar, Yves Congar, Henri-Marie de Lubac, Jean Daniélou, Karl Rahner), Romano Guardini, che è stato tra i più importanti pensatori del Novecento, e papa Paolo VI. E, naturalmente, don Primo Mazzolari. Nato a Bozzolo, don Alberto aveva fatto da chierichetto alla «tromba dello Spirito santo in terra padana» e da seminarista ne aveva letto di nascosto i libri, allora mal tollerati. Domenica in cattedrale sarà fatta ascoltare l’intervista rilasciata da don Franzini a Radio Vaticana nel 2017, in occasione della visita di papa Francesco a Bozzolo, sulla tomba di don Primo, «la chiusura del cerchio, nel senso che finalmente la massima autorità della Chiesa (...) porta a compimento una stima verso questo sacerdote, travagliato in vita».


«Era un uomo di fede profonda, ma non era clericale e cercava il dialogo con tutti. Posso dire che fosse piuttosto laico - ricorda don Attilio -. Anche per questo gli incontri del gruppo di catechesi li facevamo alla Camera di commercio, aveva

Sì, la vita parrocchiale ti costringe ad aprire il cuore e la mente alla fede

raccolto una cinquantina di persone». L’incontro e il confronto con le persone erano parte integrante del suo essere parroco. Lo era stato a lungo a Casalmaggiore e, negli ultimi anni, in Cattedrale a Cremona, dove era anche canonico. «Ho imparato sul campo ad essere parroco, ad incontrare le persone, a predicare il Vangelo, a condividere le gioie e le tribolazioni delle famiglie e vivere di fede. Sì, la vita parrocchiale ti costringe ad aprire il cuore e la mente alla fede», aveva detto dopo l’esperienza casalese. Non si può poi dimenticare l’amore di don Alberto per i viaggi, la poesia, l’arte. Amava Leopardi e Ungaretti, Dostoevskij, il canto gregoriano e Mozart. Andava al Ponchielli, quando un concerto lo attirava. Viaggiare era per lui un modo per sentirsi «un appassionato cittadino della terra, nella continua tensione alla ‘città futura’». Era una gioia che voleva condividere e i suoi parrocchiani li ha portati in giro dappertutto, organizzatore infaticabile di gite, pellegrinaggi, visite a mostre. «Di tutti e di tutto voglio ringraziare il Signore, anche per la passione allo studio, all’arte, alla liturgia, alla letteratura, alla poesia», scrive don Alberto nel suo testamento spirituale, facendo propria non solo l’affermazione di Dostoevskij sulla bellezza che salverà il mondo, ma anche ciò che disse papa Giovanni Paolo II: «La bellezza è cifra del mistero e richiamo al trascendente». E sempre nel testamento spirituale si legge: «La vita è stata anche per me un’avventura meravigliosa».

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