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#DIRITTODICRITICA: «La Bayadère», le recensioni degli studenti

Nuovo appuntamento con la stagione 'Cibo per mente anima cuore corpo' del Ponchielli

La Provincia Redazione

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19 Marzo 2022 - 16:23

#DIRITTODICRITICA: «La Bayadère»,  le recensioni degli studenti

CREMONA - Nuovo appuntamento con Diritto di critica, l'iniziativa organizzata dal giornale La Provincia e da Fondazione Teatro Amilcare Ponchielli, che offre agli studenti delle scuole cremonesi la possibilità di esprimere il loro giudizio motivato e argomentato sugli spettacoli in cartellone al Ponchielli. Gli aspiranti critici proseguono con «La Bayadère». Leggete e votate la recensione che preferite.

 

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CASELANI SARA – 5 LICEO SCIENZE UMANE

Undici giovani danzatori, undici ombre nere si alternano sul palco del Ponchielli. Non c’è scenario, solo un velo trasparente che si abbassa due volte durante lo spettacolo per isolare verso il pubblico un ballerino, separandolo dal resto del gruppo che continua a danzare. Il velo che copre la nostra anima, l’unico elemento della scenografia, poco illuminata e molto oscura. Le undici entità che occupano il palcoscenico a primo impatto risultano sganciate tra di loro. Per gran parte del balletto ognuno si muove da solo, compiendo gesti e rituali veloci e precisi. L’inizio è nell’assoluto silenzio, senza una colonna sonora. Si sentono poi tuoni, un calpestio di piedi, il rumore del vento: suoni inquietanti che accompagnano i ballerini nella loro esibizione. I loro movimenti sono eleganti e delicati quanto potenti ed energici. Riproducono il moto caotico, confusionale e continuo del vento, della tormenta e della tempesta. Nessuno è mai completamente fermo e sempre presente, tutti i ballerini si scambiano entrando ed uscendo dal palco ininterrottamente. Il loro non è mai un toccarsi, ma sempre uno sfiorarsi di sfuggita, anche nei momenti di ballo in coppia. Da un inizio tormentato, si potrà percepire un evolversi più armonioso e spensierato nel momento centrale dello spettacolo: il corpo di ballo si muove all’unisono in modo perfettamente coordinato e teatrale, a tal punto da esprimersi anche attraverso le espressioni del viso… per poi tornare ad un ballo più frenetico su una musica tribale che ricorda la pioggia iniziale. Tutte le fasi dell’acquazzone sono state simbolicamente descritte! Un’esperienza quasi angosciante capace di sussurrare agli animi del pubblico, incantato dai movimenti instancabili dei danzatori. La compagnia di ballo ha saputo coinvolgere senza stancare, rapire senza infastidire, creare scompiglio con un atteggiamento misterioso e inquieto.

POLI BEATRICE - V Liceo Classico Manin


L’ossimoro è la figura retorica perfetta per descrivere l’essenza di Bayadere. Il regno delle ombre del Nuovo Balletto di Toscana, uno spettacolo all’insegna di contrasti espressi nell’armonia e di fatti irrazionali spiegati attraverso la razionalità. Buio e quiete dominano il palco anche se solo in modo apparente. Che cosa si nasconde dietro a questo silenzio quasi irreale? La natura: il teatro viene subito pervaso da tutti quei suoni caratteristici della natura che possono generare sia tranquillità sia turbamento: pioggia, vento, fruscii, scrosci d’acqua, tuoni.  L’intera rappresentazione è in crescendo e il tutto viene scandito dalla musica (di Ludwing Minkus) in modo estremamente schematico e dinamico allo stesso tempo: i primi suoni naturali si tramutano in melodie classiche che diventano ritmiche, quasi psichedeliche, le quali, a loro volta, tornano ad essere classiche, poi nuovamente ritmiche, fino a diventare un’armoniosa sovrapposizione tra suoni classici e naturali. Questo iter musicale è seguito e accompagnato dalle coreografie di Michele di Stefano: sul palco si alternano i danzatori attraverso movimenti caratterizzati ora da un preciso schematismo ora da fluidità, solo apparentemente, incontrollata: questi effetti vengono resi dalla profonda unione e complicità dimostrate da tutti i 12 danzatori, protagonisti di momenti d’insieme, di passi a due, di sequenze in gruppi di tre o assoli. Le armonie classiche accompagnano gli unici momenti d’ensemble: i passi sono estremamente statici e in contrasto con la dinamicità degli archi. Armoniose opposizioni, poi, dominano il resto dello spettacolo accostando la ritmicità e la regolarità della musica con l’inarrestabile scioltezza dei passi: anche nei movimenti che racchiudono in sé un’intenzione quasi violenta viene delineata una leggera, ma evidentissima, delicatezza; il palco è dominato da un profondo caos, un disordine che è tale in virtù del kosmos dimostrato da quello specifico ed insolito equilibrio che, paradossalmente, è radicato unicamente in tutto ciò che è scompiglio, confusione, ossimoro. La semplicità come espressione della complessità, la tranquillità in virtù della confusione: sono queste le caratteristiche che hanno permesso al pubblico, di accedere e divenire un tutt’uno con il misterioso Regno delle ombre.

HILITANU ALEXANDRA BRUMA - 3 LICEO SCIENTIFICO ASELLI

La citazione della delicatezza del balletto ottocentesco di Marius Petipa, sporcata di fango, i valori e la delicatezza di un passato svanito o meglio assassinato dal modernismo che respiriamo ogni giorno, una distopia che forse oggi è più realtà. Ecco cosa porta Michele di Stefano sul palco del teatro Ponchielli. Lo spettacolo avvolto in un austero ed esagerato ermetismo riesce a far vivere al pubblico il sentimento dell’innaturale. I corpi, sotto al titolo di uno dei più leggiadri balletti di classica, si contorcono associando alla tecnica passi di contemporanea nodosi e discontinui. E forse è proprio “contemporaneità” la parola chiave di ciò che il coreografo desidera comunicarci, un aldilà che non è più quello del passato, ma cupo, coinvolgente e umano, un aldilà che ha perduto la magia della sua spettralità, ma che rimane intriso di cruda realtà, un aldilà senza più fantasmi ma colmo di ombre. Il coreografo gioca sugli spazi e i movimenti di simmetria simultanei ma specchiati ad angolo in modo da rendere la sensazione di distorsione temporale e sfasamento del costante, che è per noi riferimento e sicurezza. Le musiche metalliche e dai suoni improvvisi vestono l’atmosfera di modernismo e declino, tenendo l’osservatore in allerta. Tutto è metafora dell’odierno, tutto è confuso. Il corpo di ballo appare come un gomitolo arduo da sbrogliare di storie e allegorie. Sesso, divinità, follia. La presenza dei tratti costituenti dell’uomo è forte ma scomposta. Di significato ambiguo sono anche le lettere e i numeri che i ballerini espongono, chi sopra, chi nascoste sotto le vesti, che tra movimenti e ombre paiono suggerire falsi messaggi e false parole: un 7 può sembrare una “I”, un 5 diventa “S”, ogni elemento tutto o nulla, precario. Uno spettacolo incomprensibile quanto magnifico, un elogio alla confusione come metafora di noi stessi.

 

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