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TUTTI A TEATRO! L'INTERVISTA

Emma Dante e il suo «Misericordia»

Struggente ritratto di famiglia in un «inferno» nella pièce al Ponchielli scritta e diretta dalla regista siciliana

Nicola Arrigoni

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narrigoni@laprovinciacr.it

20 Ottobre 2021 - 19:14

Emma Dante e il suo «Misericordia»

CREMONA - «Sì, parliamo, ora va benissimo. Sto andando a fare la spesa», dice Emma Dante, regista di punta del teatro e del cinema italiano, colta nella quotidianità della vita di tutti i giorni. «Anche i registi e le registe fanno la spesa», ironizza e si ben predispone a raccontare del suo Misericordia che stasera (ore 20) sarà di scena al Ponchielli, la prima volta in città con un suo spettacolo, mentre in anni che furono è stata di casa al Comunale di Casalmaggiore lungo le sponde del Po all'interno del festival Il Grande fiume.

Misericordia ha debuttato a metà gennaio 2020, dopo un mese i teatri hanno chiuso. Che effetto fa riportarlo in scena?
«È una festa, ma soprattutto è un esercizio di pensiero, è un invito al pubblico a venire a teatro per interrogarsi sul senso del dolore, sulla morte, sulle relazioni familiari e infondo, perché no, sulla vita stessa».

E il pubblico come sta reagendo?
«Bene, bene».

C’è chi dice che ci sia bisogno di leggerezza…
«Leggerezza non vuol dire necessariamente svago, vacuità. Il protagonista di Misericordia è un Pinocchio leggerissimo, la sua è la danza della malattia che ci interroga tutti, è la danza della vita con le sue gioie e i suoi dolori, le sue scoperte e le sue delusioni».

Insomma andare a teatro è qualcosa di più di un passatempo…
«Per me lo è. Andare a teatro è un appuntamento importante per riflettere, stare lontano dal teatro equivale per me a non riflettere sulle cose della vita. A suo modo per me la lontananza del teatro diventa una malattia e non lo dico solo perché il teatro è il mio lavoro, ma lo dico da spettatrice, da persona che nell’incontro teatrale trova o va in cerca di pensieri, domande».
In Misericordia c’è una danza, una leggerezza che le sono propri ma che assumono una sorta di aspetto coreutico per certi versi inedito. È il bello dello sguardo dello spettatore. È vero che Simone Zambelli ha una formazione di danzatore, ma ciò che agisce in scena non è la mera esecuzione di una partitura coreografica, è l’esito del lavoro che faccio con gli attori e della presenza vibrante del corpo che credo sia una caratteristica del mio teatro».

È un periodo molto intenso per lei… dopo Misericordia, il successo di questa estate di Pupo di Zucchero e i premi che il film Le sorelle Macaluso stanno riscuotendo….
«Sì, ho cercato nei limiti di non fermarmi. Anche Misericordia diventerà un film, e il protagonista sarà sempre Simone Zambelli. Credo che Le sorelle Macaluso sia piaciuto perché è un film sincero che parla di un legame di amore, non è didascalico e racconta di una famiglia in cui gli assenti sono gli adulti, in cui le sorelle si prendono cura e non solo l’una dell’altra».

Che cos’è la misericordia per Emma Dante?
«Credo che la misericordia sia cercare di accettare la miseria che incontri negli altri. E quanto questo oggi sia importante lo si avverte».

A cosa si riferisce?
«Mi preoccupa il fastidio che oggi percepiamo nell’avere vicino le altre persone. È successo l’altra sera a teatro a una persona che conosco che si è vista maltrattata da un’abbonata, solamente perché le si era seduta vicino. La signora era arrabbiata perché le avevano promesso che vicino a lei non ci sarebbe stato nessuno e così non era. Forse le è sfuggito che ormai i teatri possono essere riempiti senza limitazioni, mantenendo la mascherina indossata. La gente ha paura, ma la cosa folle è che teme la vicinanza nei teatri e nei cinema, poi senza problemi affolla i centri commerciali o riempie gli aerei. Forse questo è l’atto di misericordia che dobbiamo mettere in pratica: ricominciare ad accettare l’altro, dopo un anno di distanziamento sociale e relazionale».

Una vocazione alla relazione, all’incontro con l’altro che nel suo teatro confina con l’incontro con la morte. Basti pensare a Pupo di zucchero che quest’estate l’ha incoronata papessa del festival di Avignone…
Sorride: «Sì, ad Avignone con Misericordia e Pupo di Zucchero abbiamo fatto il botto. Pupo di Zucchero recupera una novella di Basile e soprattutto la tradizione popolare dei morti che portano doni, molto sentita in tutto il Sud e in particolar modo in Sicilia. Ho immaginato la storia di un uomo che per non sentirsi solo impasta e costruisce il suo pupo di zucchero, dolce tipico della festa dei morti. L’uomo dialoga con le anime dei suoi cari defunti, è circondato dai fantasmi di quelle persone. Compaiono fin dall’inizio, sembrano vivi, ma non ci vuole molto a capire che sono fantasmi. Alla fine entrano in scene delle sagome che sono i morti, sono così come siamo, sono i cadaveri di quei cari come sono stati e come stanno diventando sotto lo scorrere del tempo. Quei cadaveri sono quello che noi saremo».

Dura da accettare…
«Ma è la vita e la morte è parte di essa, anche se continuiamo a dimenticarcene. Un amico mi ha raccontato che quando era nella pancia della madre suo fratello di sei anni morì a causa di una malformazione cardiaca. Mi ha detto che da piccolo sentiva parlare i genitori di quel bambino, lo facevano di nascosto. Poi ha scoperto che il padre andava al cimitero e si faceva aprire la bara del figlio per vedere in che stato era, se aveva ancora i capelli, come erano le manine. Questo racconto mi ha sconvolto e forse questo racconto è nella scena finale in cui il protagonista si circonda dei suoi morti, di così come sono, vivi nel loro deperire da morti».

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