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TEATRO. L'INTERVISTA

Giacomo (senza Aldo e Giovanni) all’auditorium di Sospiro con Daniela Cristofori

L'attore del trio domenica pomeriggio in scena con «Litigar danzando»

Nicola Arrigoni

Email:

narrigoni@laprovinciacr.it

09 Ottobre 2021 - 05:55

Giacomo (senza Aldo e Giovanni) all’auditorium  di Sospiro con Daniela Cristofori

Giacomo Poretti e Daniela Cristofori

SOSPIRO - Un attore e una psicoterapeuta, un terreno comune di incontro: il litigio, l’attore è Giacomo Poretti, del trio Aldo, Giovanni e Giacomo, la psicoterapeuta Daniela Cristofori, protagonisti di Litigar danzando, in scena per la rassegna Sospiro a teatro, domenica pomeriggio alle 17,30 all’auditorium comunale. «Lo spettacolo non ha nulla che fare con la situazione da cui veniamo, penso alla pandemia e alle ricerche che hanno messo in evidenza come il lockdown spesso abbia avuto effetti negativi sulle relazioni», afferma Giacomo Poretti.

giacomo

Giacomo Poretti

Per litigare non ci voleva il Covid?
«Litigar danzando nasce proprio da questa considerazione comune a tutti, indipendentemente dalle condizioni date. Metti due individui insieme, uomo o donna, ma anche due amici: la probabilità di litigare è sempre dietro l’angolo. In particolare, in Litigar danzando ci siamo occupati del litigio all’interno di una coppia».

Ma a stemperare l’aspetto terapeutico c’è il danzando del titolo?
«È un modo per concedersi un po’ di leggerezza all’interno di una riflessione che chiama in causa atteggiamenti, incomprensioni, divergenze che sono all’origine di ogni litigio e che non sempre hanno una riappacificazione. Il litigio di coppia vive di diverse temperature e soprattutto di esiti diversissimi».

Anche litigare in tre è possibile. È accaduto al trio?
«Litigare è sempre possibile, ma il litigio fra amici è diverso, anche se a volte non meno doloroso. Noi abbiamo litigato, magari per divergenze di idee e punti di vista, ma poi abbiamo ritrovato un nostro nuovo equilibrio ogni volta».

Come mai ha deciso di riprendere dal palcoscenico e non dal grande schermo?
«Si è trattato di una questione di opportunità. Litigar danzando è un lavoro nato prima della pandemia e che spesso mi richiedono. Alla riapertura dei teatri sono arrivate alcune richieste e allora io e Daniela ci siamo rimessi in gioco».

Che effetto fa essere di nuovo in scena?
«Strano, ma bello. Ne sentivo la mancanza. Il teatro è un rito e farvi ritorno dopo uno stop così improvviso ha un sapore tutto particolare. Credo che il rito del teatro sia mancato a noi artisti, ma anche al pubblico. Molti vengono in camerino e ci testimoniano questo piacere di essere di nuovo in sala».

E per quanto riguarda il trio?
«Se tutto andrà bene, situazione pandemica permettendo, lavoreremo a un nuovo film. Qualche idea c’è, ma per ora è prematuro parlarne».

È uscito cambiato dalla esperienza del lockdown e del Covid?
«Come attore non so, io ho avuto il Covid e ciò che ricordo è un grande, grandissimo spavento. Qualsiasi malattia può mettere a repentaglio la vita nel suo improvviso degenerare, ma del Covid non si sapeva nulla, soprattutto sullo sviluppo clinico del virus. Per questo, con l’esperienza di malato Covid, mi farei un vaccino ogni mese, farei un richiamo al mese, pur di non ribeccarlo. Ma questa è una mia opinione personalissima, nata dalla mia esperienza. Ci tengo a sottolinearlo perché sui vaccini stiamo assistendo a prese di posizione le più diverse».

Da attore si sarebbe mai immaginato lo stop del mondo dello spettacolo per pandemia?
«Molte altre attività hanno subito cancellazioni e interruzioni. Forse noi artisti dovremmo essere più preparati. Il successo, la fama, la gloria possono finire da un momento all’altro. Lo abbiamo sempre saputo, ma certamente vedersi interrotti per pandemia ha fatto effetto. Tuttavia la natura non stabile del nostro lavoro è cosa nota, o dovrebbe esserlo».

Che cosa la spaventa di questa ripresa?
«Non ho paure particolari. Andando in su con l’età ciò che mi preoccupa è non aver più idee, oppure dare vita a spettacoli o film che non incontrano più il favore del pubblico, ma questa è una paura di ogni artista e soprattutto indipendente dalla pandemia».

È il pubblico la cartina di tornasole?
«Lo è sempre sia in teatro che al cinema. Noi esistiamo per gli spettatori, la loro risposta è parte stessa del nostro lavoro».

A proposito di lavoro, lei per sette anni ha fatto l’infermiere… che riflessione ha fatto quando ha visto i suoi colleghi etichettati come eroi?
«Gli anni trascorsi lavorando come infermiere sono stati belli e intensi. Il lavoro è duro di per sé, è un lavoro impegnativo sempre, nella quotidianità. Figurarsi in un momento come quello della pandemia. Ho pensato che l’epiteto eroi poteva corrispondere al vero, ma stava a descrivere non una situazione di eccezionalità, ma la normalità di un lavoro che richiede sempre e comunque grande energia e dedizione. Per questo gli infermieri possono essere degli eroi, ma in realtà sono delle persone che fanno il loro lavoro, molto spesso con grande passione e dedizione. Non so se questo voglia dire essere eroi, per me l’esperienza di infermiere è stata importante, formativa, intensa, perché è un lavoro che non sopporta l’indifferenza».

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