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Strehler: un secolo fa la nascita del regista genio

Quel ragazzo di Trieste che ha rivoluzionato la scena del secondo '900

Nicola Arrigoni

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narrigoni@laprovinciacr.it

11 Agosto 2021 - 09:19

Strehler: un secolo fa la nascita del regista genio

CREMONA - «Ad un nuovo teatro, a un nuovo testo, ad una nuova mentalità, a un nuovo pubblico (se esiste) occorre un nuovo metro di rapporti e di legami tra pubblico e palcoscenico (vedi scene, luci e recitazione) e che soltanto accettando le nuove esigenze create dalle nuove conquiste si avvererà un teatro tecnicamente in aderenza con i tempi che stiamo vivendo senza riserve».

Chi scrive è un giovanissimo Giorgio Strehler, autore dell’articolo Limiti di una platea, pubblicato sul numero di «Eccoci!» del 1° giugno 1943. Cento anni fa - il 14 agosto del 1921 - nasceva a Trieste il regista che più di altri ha condizionato e caratterizzato, in Italia, l’estetica e la politica teatrale della seconda metà del Novecento, condividendo con Paolo Grassi l’invenzione del Piccolo Teatro il 14 maggio 1947, il primo stabile italiano.

Strehler è insieme a Grassi fra i giovani autori e intellettuali che scrivono sul quindicinale dei Guf cremonesi «Eccoci!», nella fase ultima del quindicinale che nel numero del 1°gennaio 1943 assume il sottotitolo: Politica – lettere -arte. Se pure la prima pagina si mantiene come vetrina di argomenti prettamente politici e propagandistici, il corpus del giornale – sotto la guida del caporedattore Cesare Bergamaschi – assume un’impronta culturale, aprendosi a collaboratori esterni al gruppo, spesso non ortodossi al regime fascista. Sempre più marginali appaiono le cronache delle attività teatrali cremonesi in senso stretto e del tessuto associativo e dopolavoristico del Ventennio, mentre assurgono a un ruolo di primo piano interventi affidati ad autori che contribuiranno allo sviluppo culturale del secondo dopoguerra. Fu questo il caso di Grassi e Strehler che contribuiscono nei numeri di aprile e giugno ’43 a sollecitare l’urgenza di rinnovamento del teatro italiano.

Il futuro regista e fondatore del Piccolo Teatro di Milano firma due articoli. Oltre a Limiti di una platea del giugno ’43, aveva firmato in aprile Disumano e teatro. In entrambi i pezzi, Strehler – come d’altronde Paolo Grassi – mostrano la volontà programmatica di agire per dare respiro all’arte scenica e liberarla dall’autarchia drammaturgica e di pratica di palcoscenico voluta dal regime. In Disumano e teatro il regista cerca di esprimere la sua idea di teatro, un teatro che «vuole decisamente rompere i vincoli della logica costruita, del ragionamento quadrato, della sicurezza di un’atmosfera comune e constatata, gettarsi nel mondo dei possibili e degli impossibili alla ricerca delle ‘radici’ dei sentimenti, delle azioni per trascinare parole e gesti, gridi ad una essenzialità senza limiti, ad una nudità primitiva ed eterna».

Sempre nello stesso articolo, Strehler indica esempi da imitare e il riferimento va a Luigi Pirandello e ai suoi testi metateatrali: Sei personaggi in cerca d’autore e I giganti della montagna, il primo messo in scena al Piccolo nel 1952 il secondo fin dalla prima stagione del 1947. L’obiettivo del teatro disumano teorizzato da Giorgio Strehler è quello di un teatro «che nulla lasci intatto in noi, ma investa, al contrario, ogni nostra fibra, ogni nostro larvato sentimento tracciando nella nostra anima un solco, non facilmente cancellabile».
innovatore culturale

In questa militanza cremonese del patron del Piccolo Teatro sulle colonne del quindicinale sembra di poter individuare i prodromi dello Strehler maturo, del regista e innovatore culturale, di quel giovane che con l’amico Grassi immaginava all’interno del sistema scenico italiano «un movimento di immissione di un teatro ‘in mezzo’ non più ‘davanti’ al pubblico, la distruzione del rigido quadro scenico con ribalte, quinte, fondali, tentativi di ‘verità’ ed il suo trasporto in tutta l’atmosfera creata, attorno al pubblico che assiste. Poiché più di ogni altra cosa, proprio d’avvicinamento del pubblico all’azione drammatica si tratta, da accettare e risolvere per intime ragioni di tempo e sensibilità – scrive Strehler nell’articolo Limiti di una platea -. Forse una parte dei dubbi e delle incertezze che ci soccorrono per la nascita di un nuovo teatro capace di investirci senza riserve di gusto e di stile, si consegna a questo limite delle platee, creato per un palcoscenico che non soddisfa le esigenze rappresentative di un’arte aderente ai nostri bisogni».
lazzari e nina vinchi

A raccontare Giorgio Strehler innovatore, regista in dialogo con il pubblico e la società in cui il suo teatro accade e aspira ad essere teatro d’arte e non mero intrattenimento, è il cremonese Arturo Lazzari, critico teatrale de «L’Unità», compagno di Nina Vinchi, anima del Piccolo Teatro di Milano, né più né meno di Strehler e di Grassi di cui ricorrono quest’anno i quarant’anni della morte.

Nella lettera a Giorgio Strehler dal titolo Per un teatro con la «t» maiuscola, Lazzari sintetizza con estrema efficacia l’intervento del regista al Centro delle Arti e del Costume nel 1954 e scrive: «Hai parlato per farti capire da tutti, così, come quando fai una regia, pensi sempre al pubblico cui il tuo spettacolo è destinato. Hai parlato di quelle che sono a tuo avviso le tre componenti del teatro: il testo poetico, l’attore e il pubblico; hai senza esitazioni denunciato la crisi della nostra società, terminando con un commosso invito alla gente di teatro, affinché anch’essa dia le proprie forze a modificare questa società, a farne una nuova».

Il testo di Lazzari è contenuto nel volume del 1977 «L’età di Brecht» in cui il critico teatrale cremonese, improvvisamente scomparso nel 1975 e di cui recentemente la Biblioteca Statale ha riordinato il fondo librario, ripercorre l’idea di un teatro come testimonianza di impegno civile e politico. Nella prefazione, Paolo Grassi racconta con fare diretto e senza fronzoli l’accaduto: «Alle 7,20 del 21 giugno 1975, la voce disperata di Nina mi svegliava dall’ospedale in cui Arturo era stato ricoverato per un non difficile intervento e mi dava la tragica notizia che Arturo era morto, in pochi minuti, per infarto – si legge -. Ho conosciuto Arturo nel ’47, subito dopo aver incontrato quella straordinaria creatura che è stata ed è Nina Vinchi, senza la quale Giorgio Strehler e io non avremmo né saputo, né potuto ideare, fondare, dirigere il Piccolo Teatro di Milano, in cui Nina è ancora, a trent’anni dalla fondazione, insostituibile Segretaria generale».

Nina Vinchi è scomparsa nel 2007, sopravvivendo dieci anni al suo maestro. E così Grassi racconta il legame fra Lazzari e Nina Vinchi: «Arturo scoprì in Nina la donna, la donna giusta per lui, tanto discreto, tanto tenero, tanto civile, tanto pudico, legando queste sue caratteristiche al rigore morale, alla fiducia nel lavoro, alla perenne tensione ideale della sua compagna». Parole queste che raccontano non solo un legame amoroso e professionale. Nelle critiche di Lazzari agli spettacoli non solo di Strehler ci si confronta con il teatro che «comincia quando lo spettacolo termina, che non comincia se non per completarsi nella vita».

Tutto ciò ben rende quello stretto legame fra teatro e vita che fu un tratto distintivo della biografia di Giorgio Strehler, della concezione del teatro, inteso come teatro d’arte, ma anche spazio di comunità, luogo aperto alla città come volle che fosse la sala di via Rovello Paolo Grassi con le esperienze del Teatro quartiere, con le attività di decentramento, con l’attenzione al mondo della scuola e dei giovani. E in questo viene da pensare alla declinazione che ha assunto la gestione del Ponchielli, sotto la guida di quasi quarant’anni di Angela Cauzzi che dall’esperienza del San Gerolamo a quella del Salone Pier Lombardo, ebbe sempre in Nina Vinchi e nel Piccolo Teatro punti di riferimento e di ispirazione.

A lavorare con Giorgio Strehler sarà l’attore cremonese d’adozione, Piero Sammataro che su queste colonne raccontò: «A Strehler mi segnalò Paolo Grassi. Fu un incontro fantastico. Ho lavorato al Piccolo Teatro dal 1974 al 1984, prendendo parte a Il Giardino dei ciliegi di Cechov e interpretando il ruolo di Calibano ne La tempesta di Shakespeare. Lavorare con Giorgio Strehler era come venire a conoscenza di parti segrete di te stesso. Il mio rapporto si interruppe negli anni in cui Strehler decise di mettere in scena il Faust. Ho poi lavorato ancora per il Piccolo, ma a chiamata, ne Il conte di Carmagnola e ne La donna del mare di Ibsen».

Nel ricordare – a un secolo dalla nascita – Strehler ciò che conta non è tanto chi cremonese lavorò con lui, non sono tanto gli spettacoli che passarono per il territorio cremonese: Milva col recital Non sempre splende la luna. Milva canta un nuovo Brecht nella stagione 1996/1997, oppure il Temporale di Strindberg nella ripresa del 2006 o ancora Giorni felici con Giulia Lazzarini nella stagione 2004/2005 al Comunale di Casalmaggiore o l’Arlecchino servitore di due padroni di scena a Soresina e a Casalmaggiore nella stagione 2007/2008. Non sono tanti i passaggi di spettacoli di Strehler a Cremona e provincia, ma ciò che preme in questo ricordo è sottolineare l’impronta, il legame di pensiero e pratica teatrale che anche nella provinciale Cremona ha trovato un suo sviluppo nella gestione del Ponchielli in primis: teatro aperto alla città, luogo di comunità che si compie sotto il segno del teatro d’arte.

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