Cerca

Eventi

Tutti gli appuntamenti

Eventi

LA STORIA

L'amore in tempo di guerra: lettere dal fronte

Ritrovate in una valigia oltre cinquanta missive scritte da due innamorati: Erchinto, aviere di Sabbioneta, e Rosa Maria di Rivarolo del Re

Email:

bcaffi@laprovinciacr.it

09 Agosto 2021 - 05:56

L'amore in tempo di guerra: lettere dal fronte

CREMONA - «Si dice che l’amore è la più semplice e umana delle manifestazioni, il più bel dono della vita»: era il 19 maggio del 1944, Erchinto aveva poco più di vent’anni - era nato a Sabbioneta il 17 dicembre 1922 - ed era un aviere di stanza a Lavino, nel bolognese. Ma più forte della guerra, della Repubblica di Salò che si stava sgretolando, della Linea Gustav sfondata il giorno prima, più forte di tutto era l’amore per la sua Rosa Maria, una ragazza di Rivarolo del Re.

Erchinto e Maria si sono scritti per mesi, per anni, inseguendosi tra gli spostamenti del fronte e le bombe, la fame e la paura, con il mondo che intorno a loro andava in pezzi. La loro è una storia a lieto fine: a guerra finita si sposano, con tanto di benedizione apostolica firmata da Giovanni Battista Montini, allora sostituto alla Segreteria di Stato vaticana e futuro Papa.

Il loro amore in bianco e nero riemerge da una valigia di pelle consunta, rivestita internamente con una stoffa bianca e rossa. Valore commerciale, 5 euro, più o meno il prezzo di un pacchetto di sigarette. Ma con il valore intrinseco di una memoria strappata all’oblio, destinata a essere cancellata per sempre. È una vicenda privata che rientra in un momento collettivo, una piccola storia che contribuisce a conoscere e a comprendere la Storia, quella con la maiuscola.

«La storia siamo noi, siamo noi che scriviamo le lettere», cantava De Gregori, e l'ha citato anche il Presidente Mattarella all’ultima festa della Repubblica.

È saltata fuori, svuotando una cantina e chi l’ha comprata era in cerca di fotografie d’epoca di Cremona. In realtà, ha trovato poche immagini, ma oltre cinquanta lettere d’amore scritte tra la fine del ‘43 e il ‘47, quando Erchinto e Maria convolano a nozze. Una fotografia di qualche decennio più tardi ritrae lui in un negozio di alimentari, tra scaffali per il pane, una pubblicità della mozzarella Invernizzi, budini confezionati e il telefono grigio della Sip che accende i ricordi di chiunque abbia attraversato gli anni Settanta.

«Credo che i documenti siano stati raccolti e conservati da lui - ipotizza l’acquirente della valigia -, perché ci sono più lettere e fotografie di Rosa Maria che non di Erchinto, mentre di lui ci sono più certificati. Lo immagino come una persona romantica, che ha messo via le cose più care. La loro è una storia privata, forse neppure eccezionale, ma da queste lettere si può capire quale fosse la condizione di due ragazzi innamorati in tempo di guerra, quando scriversi era l’unico modo per stare vicini e tenersi informati».

Dall’epistolario si intuisce qualcosa della vita di Erchinto e di Maria. «Mi giungono a proposito le tue lettere, animatrici di ogni forza e di ogni sentimento a darmi fiducia e speranza per l’avvenire contro l’oscura pena che ora mi afferra e mi turba per la nostra Patria - le scrive il 9 settembre del ’43, poche ore dopo l’armistizio -. È pur vero che il punto morto è stato superato suscitando se non letizia ma generale sollievo; ma uno spettro terribile è ancora davanti a me: quali saranno le conseguenze? L’Italia è per me un che di alto, di astratto, e l’Italia sei anche tu, mio amore».

Il giovane aviere sceglie di restare con l’esercito repubblichino. Prima geniere e poi aviere, è mandato in varie zone del nord Italia e per un breve periodo è di stanza a Monaco di Baviera.

Lei cita ogni tanto qualcuno, ha un amico o un cugino che le procura i francobolli, racconta piccoli episodi di paese, spiega che quando arriva una lettera di Erchinto, tutti la chiamano e la voce corre: «Che gridare. Maria, Maria hai posta! Che fortunata! E tutte addosso ad invidiarmi».

Già, perché l’arrivo di una lettera o di una cartolina dà la certezza che almeno fino a qualche giorno prima il mittente era vivo, e in ogni paese ci sono madri, mogli, sorelle e fidanzate che aspettano notizie.
Una curiosità: Erchinto indirizza le lettere alla signorina Rosa Maria - Rivarolo del Re - Cremona e va bene così, senza il cognome, tanto i messaggi arrivano lo stesso.

Quasi tutte le lettere sono state esaminate dalla censura - e la striscia rosa del visto lo conferma -, qualcuna però è sfuggita al controllo. La gente è depressa, non è più felice come un tempo, scrive l’aviere alla sua innamorata. Entrambi hanno una scrittura chiara, regolare, comune a quelle generazioni nate negli anni Venti-Trenta e cresciute a suon di aste. E scrivono bene, tutti e due, seppure lei inciampi ogni tanto in qualche frase fatta (manda i saluti «sulle ali del pensiero»), mentre lui ha una scrittura vivace, impreziosita da uno spirito d’osservazione non comune. Della caserma di Verona, descrive «l’angusto cortile»: «Fuori dev’essere una splendida giornata, ma chiuso qui dentro invece...» e poi aggiunge: il sole «perfino a mezzogiorno, quando è alto nel cielo, deve limitarsi a indorare la parte superiore dell’interno del fabbricato», rallegrandosi per un paio di fili d’erba spuntati nella fenditura del muro e per «il loro sorriso primaverile».

Sono molto religiosi, animati da un fervore sincero. Nei momenti di crisi, lui sente la vicinanza di Dio «Presenza arcana, onniveggente, onnipotente». Lei prega per lui, affida a Cristo il ritorno dal fronte del suo aviere. Cita anche Virgilio, Maria: «Omnia vincit amor et nos cedamus amori», l’amore vince tutto, arrendiamoci anche noi all’amore. Anche così si può sopravivere a una guerra.

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su La Provincia

Caratteri rimanenti: 400