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Voce rimasta intatta

A San Sigismondo presentazione de L’organo Maineri-Acerbis per l’800° anniversario della morte di San Domenico

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03 Agosto 2021 - 21:21

Voce rimasta intatta

CREMONA - Le vicende storico-artistiche della chiesa di San Sigismondo, voluta da Bianca Maria Visconti per ricordare il luogo del matrimonio con Francesco Sforza, sono note. Meno conosciuta è la storia dell’organo, realizzato inizialmente nel 1567 da Gian Francesco Maineri e successivamente ricostruito da Luigi Vincenzo Acerbis nel 1860. Supplisce a questa lacuna un bel libro di Antonio Disingrini, organista che da anni accompagna le principali celebrazioni della chiesa. Il volume L’organo Maineri-Acerbis, edito dall’Associazione Giuseppe Serassi - che da anni valorizza l’arte organaria in ogni sua forma -, sarà presentato domenica prossima alle 10,30. Interverranno l’autore e alcuni rappresentanti dell’Associazione Serassi.

Nel corso della messa, celebrata alle 11 da don Daniele Piazzi, si potrà sentire la voce del Maineri Acerbis, con Camillo Fiorentini in cantoria e l’accompagnamento della Schola Sant’Antonio Maria Zaccaria.

Al pomeriggio (ore 17), invece, insieme alla comunità monastica, si potrà partecipare alla celebrazione dei Secondi Vespri cantati. La data dell’8 agosto infatti non è casuale: è il giorno di San Domenico, il fondatore dell’Ordine dei Frati predicatori cui appartengono le monache di clausura da anni ospitate in San Sigismondo. Di lui quest’anno ricorre l’800° anniversario della morte.

Il libro quindi colma un vuoto e lo stesso autore coltivava il progetto da anni. I primi monaci a risiedere nel complesso monastico alle porte di Cremona sono i Gerolamini riformati della Stretta Osservanza. Ricorda Disingrini che «Fra’ Costanzo Cazaniga primo priore, tre suoi confratelli, Bartolomeo, Giorgio ed Eustachio e il converso Luca vengono ad abitare a Cremona in un monastero che ancora non c’è»: la prima pietra verrà posata solo il 20 giugno 1463.

Dopo circa un secolo si arriverà alla realizzazione dell’organo. In una chiesa così ricca di opere d’arte - vi hanno lavorato tra gli altri Camillo Boccaccino, Giulio Campi, Bernardino Campi, Bernardino Gatti con il nipote Gervasio, Antonio Campi, Tommaso Aleni, autore dell’Ultima cena del refettorio - non poteva non esserci un organo all’altezza: «la conferma - scrive Disingrini - giunge con sicurezza dalla sua imponente mole, dalla bellezza del suo suono e dalla magnifica architettura, che lo pone in posizione predominante nel transetto della chiesa».

Alla realizzazione dello strumento vengono chiamati a collaborare Bernardino Campi, che progetta la cassa, gli artisti falegnami Paolo Maltempi e Girolamo Mori e il ‘piccapreda’ Sebastiano Nani, il pittore e decoratore Pietro Martire Pesenti, e soprattutto Giovan Francesco Maineri, organista e organaro della Cattedrale. Il suo contratto prevede un compenso complessivo di 3.000 lire, pagate a rate, la prima delle quali liquidata solo dopo che il monastero avrà saldato i conti con Giulio e Antonio Campi. A Maineri viene chiesto uno strumento perfetto e così è, al punto che, nel 1860, Luigi Vincenzo Acerbis ricostruisce l’organo per adattarlo alle nuove esigenze musicali e liturgiche, impiegando buona parte del materiale originario, a cominciare dalle canne antiche. Lo strumento ha subito diverse modifiche, gli sono stati aggiunti alcuni registri e nel 1995 è stato oggetto di restauro da parte della ditta Pedrini Poisa, ma il suono originale non è stato intaccato, sopravvivendo ai secoli e alle varie vicessitudini che hanno accompagnato la storia dell’organo.

Il volume raccoglie i contributi di Oscar Mischiati, Giuliano Pedrini, Marco Fracassi e della Casa organaria Arturo Pedrini. È dedicato alla memoria di Oscar Mischiati e Giuliano Pedrini e di don Giuseppe Boroni Grazioli.

Antonio Disingrini (a cura di), L’organo Maineri-Acerbis della chiesa di San Sigismondo, Associazione culturale Giuseppe Serassi, pagine 152, 25 euro.

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