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Da Grontardo a Parigi per farsi curare da Pasteur

Il viaggio di Pietro contro la rabbia: una ricerca storica di Fabrizio Superti svela una storia accaduta nel 1886

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29 Luglio 2021 - 06:20

Da Grontardo a Parigi per farsi curare da Pasteur

GRONTARDO - Fare la diagnosi non fu difficile: il giorno di Pasqua del 1886, Pietro Cocchetti era stato morsicato da un cane rabbioso. Era un contadino di 17 anni di Costa Santa Caterina, frazione di Tredossi, oggi aggregato a Castelverde. La cattura e l’abbattimento dell’animale, visto vagare nei pressi di Casalsigone, avevano confermato l’ipotesi del medico condotto, Ercolano Cappi. Più difficile accettare il decorso di una malattia che avrebbe portato il ragazzo a una morte certa e dolorosissima. C’era solo una soluzione: portare Pietro a Parigi dal dottor Louis Pasteur che da un anno stava sperimentando con successo un vaccino contro l’idrofobia.

È Fabrizio Superti, ex sindaco di Persico Dosimo e appassionato studioso di storia locale, a recuperare grazie a documenti d’archivio questa storia di oltre un secolo fa. Colpiscono i possibili raffronti con i giorni nostri a cominciare dalla fiducia (o dalla sfiducia) nella scienza. E pensando al costo dei viaggi della speranza, impossibili da sostenere per i meno abbienti, non possono non venire in mente i Paesi poveri del mondo, attualmente in difficoltà con l’approvvigionamento e la somministrazione dei vaccini antiCovid.

Torniamo a Pietro, alla sua paura e al suo dolore. E al dottor Cappi, che non può e non vuole rassegnarsi a perdere un paziente così giovane. Il medico scrive «una nota all’amministrazione comunale prospettando l’opportunità e l’urgenza di inviare il malcapitato presso l’Istituto Pasteur. Lo stesso Cappi si dichiarava disponibile ad accompagnare il giovane nel soggiorno parigino la cui permanenza era preventivata in due settimane. Il costo dell’operazione era stato calcolato attorno alle seicento lire, somma assai ingente per l’epoca, da coprire grazie ai contributi della famiglia, del comune e dei privati», ricorda Superti. La situazione non è semplice, e poi c’era da fare in fretta perché il virus dell’idrofobia non aspettava le lungaggini burocratiche: l’amministrazione comunale si rivolge al governo centrale, che respinge la richiesta perché la cura dei malati poveri era a carico degli enti locali.

«L’unica disponibilità era relativa a coprire il costo del biglietto del treno (in terza classe) per il solo bisognoso di cure. Una raccolta di fondi indetta fra privati cittadini, con primo sottoscrittore lo stesso Cappi, riusciva a racimolare una cifra pari ad un terzo dell’importo totale», scrive Superti.

La raccolta fondi è infatti aperta dallo stesso Cappi, che offre 40 lire. Bertoldo Vigolini di Marzalengo dà quel che può: 50 centesimi, mentre Giovanni Seghizzi di Costa Santa Caterina offre una lira. Cocchetti e Cappi riescono comunque a partire il 4 maggio del 1886, una decina di giorni dopo l’aggressione del cane. Il viaggio in treno è lungo, con cambi a Milano, Chiasso e Basilea. Finalmente, l’arrivo a Parigi e l’inizio della cura.

«La progressiva somministrazione del vaccino avveniva sotto l’attenta guida dello stesso Pasteur - scrive Superti - , rimasto poi per due mesi in contatto epistolare con Cappi, dimostrando la piena efficacia del vaccino. La vita del giovane poteva dirsi salva grazie soprattutto alla coraggiosa e tempestiva scelta operata dal medico condotto. I costi della trasferta risultarono addirittura inferiori alle stime originarie nonostante ‘gli alimenti forniti in via straordinaria al giovane il cui appetito non sapeva adattarsi ai due pasti giornalieri fissati dall’albergato’». Possiamo immaginarlo, Pietro, con la sua fame di ragazzo povero e il suo sguardo di giovane di pianura - l’orizzonte piatto dei campi interrotto da qualche campanile - che scopre quanto può essere immensa una grande città. Anche se molto probabilmente né Cocchetti né Cappi hanno avuto modo di andare alla scoperta di Parigi perché la cura di Pasteur era fissata in più tappe.

La sua terapia era stata sperimentata per la prima volta sull’uomo il 6 luglio 1885, dopo alcuni tentativi fatti con successo sui cani. Jakob Meister aveva 9 anni, era stato morsicato da un cane rabbioso e un medico collaboratore di Pasteur gli praticò «la prima iniezione di un virus, prelevato in precedenza da un tessuto celebrale infetto, lasciato invecchiare per dodici giorni. Nei giorni successivi si procedeva ad inoculare un virus sempre più fresco finché al dodicesimo giorno veniva iniettato virus attivo. Dopo due settimane il giovane dimostrava la piena guarigione; era la prima persona immunizzata contro la rabbia», ricorda ancora Superti.

In meno di un anno «le somministrazioni del vaccino nella capitale francese avevano superato le settecento unità; circa cinquecento risultavano cittadini francesi, quaranta algerini, sessantacinque russi, venticinque inglesi nonché ventiquattro italiani. La speranza di guarigione, legata al nuovo metodo approntato dall’anziano scienziato francese, rendeva ancor più struggente e paradossale la situazione degli sventurati colpiti dalla rabbia. La terapia antirabbica veniva, infatti, applicata esclusivamente a Parigi nel centro diretto dallo stesso Pasteur», scrive Superti.

È l’altra faccia della medaglia: malgrado le perplessità di parte della comunità scientifica, il vaccino funzionava. Ma non tutti potevano permettersi il viaggio a Parigi e un lungo soggiorno nella capitale della Belle Époque. Erano in molti a chiedere che la cura si potesse esportare, anche perché la rabbia era diffusa e incurabile. «Nella stessa città di Cremona - sostiene lo storico - si iniziava a valutare l’ipotesi di istituire un comitato, sulle orme di quanto già approntato nella vicina Bergamo, in grado di raccogliere risorse economiche per rendere praticabile anche ai non abbienti il viaggio a Parigi. Sul giornale La Provincia appariva l’appello lanciato dall’ingegner Francesco Meroni che perorava l’avvio di una sottoscrizione popolare ponendo a disposizione le prime cento lire». Pochi mesi dopo l’avventura a lieto fine di Cocchetti, Pasteur autorizzò gli Uffici d’Igiene di Milano e di Torino a somministrare direttamente il suo vaccino: un passo importante per curare le persone e per contribuire a debellare la malattia.

Come riporta Superti, un medico cremonese - Archimede Mazzoleni - descrisse realisticamente lo stadio finale di un idrofobo: «La rabbia muove le sue prime avvisaglie con dolori lancinanti, pizzicori e prurito. Il povero martire comincia col cambiare umore, si fa tetro, taciturno ed è colto da una profonda malinconia. Il sonno è turbato da sogni paurosi; quindi ha orrore dei liquidi ed è perso da convulsioni. In alcuni casi la morte avviene per soffocazione, in mezzo all’accesso convulsivo. Ma la fine più comune dell’uomo rabbioso è questa: abbattimento generale delle forze, polso esile, irregolare e celerissimo. La pelle è madida di un sudore gelido e vischioso ed un’abbondante saliva biancastra cola, senza pause, dalle labbra. Subentra il collasso come se una paralisi generale avesse indotto la morte».

Non c’era cura, se non palliativi nel tentativo di attenuare il dolore: ghiaccio, bromuro di potassio per bocca, inalazioni di cloroformio e iniezioni di narcotici. I cani idrofobi, o presunti tali, erano inseguiti, catturati e per lo più uccisi a bastonate nelle campagne ma anche in città. In caso di potenziale pericolo, le autorità cittadine provvedevano a far presidiare le scuole in modo che l’ingresso e l’uscita dalle aule potessero essere relativamente tranquilli. La cura di Pasteur rese il mondo un po’ più libero.

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