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BIENNALE 2021

Warlikowski: "L’umanità è malata senza teatro"

Il regista polacco che ha ricevuto il Leone d'oro ha presentato We are Leaving, rivisitazione di Suitcase Packers

Nicola Arrigoni

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narrigoni@laprovinciacr.it

09 Luglio 2021 - 14:13

Warlikowski: "L’umanità è malata senza teatro"

VENEZIA - Che cos’è il teatro? A questa domanda Krzysztof Warlikowski, Leone d’oro alla Biennale 2021, ha risposto: «Non lo sappiamo esattamente, così come non sappiamo cosa succeda in scena, tutto è possibile in teatro, come nella vita. Il teatro è il luogo meno definito della vita, eppure è uno luogo dove possiamo capire il mondo. L’umanità è malata senza teatro». Bastano queste parole per comprendere come il Leone d’oro a Warlikowski sia un Leone d’oro alla forza urticante, scorticante non solo del teatro del regista polacco – come ha sottolineato Andrea Porcheddu nella conduzione dell’incontro dopo la premiazione -, ma rappresenti un segno poetico e politico nei confronti del teatro in questa delicata fase di ripartenza post-pandemica.

Il regista polacco ha ricevuto il prestigioso riconoscimento della Biennale dove ha presentato, We are Leaving, rivisitazione di Suitcase Packers, storia di una comunità e di otto funerali, dell’autore l’israeliano Hanoch Levin. La premiazione nella grande sala delle colonne di palazzo Giustinian che affaccia sul bacino di San Marco è stata aperta dal presidente della Biennale, Roberto Cicutto che ha ringraziato i due curatori della rassegna Stefano Ricci e Gianni Forte per il lavoro fatto e le segnalazioni dei Leoni per l’edizione 49esima della rassegna, oltre a Krzysztof Warlikowski, la Biennale premia Kate Tempest con Leone d’argento. L’apertura con Warlikowski ben rende l’obiettivo dei due curatori: pirandellianamente sfondare il fondale di carta e dimostrare con forza la potenza reale del teatro nel suo compiersi. E tutto questo è evidente, palpabile, potente in We are Leaving, un lavoro che – soprattutto nella prima parte – vive per apposizioni, per intrecci di situazioni che coinvolgono una comunità di madri e figli, mogli, mariti, amanti, una prostituta, una turista americana, un superdotato e un becchino. C’è voglia di partire, di andare in Svizzera, di cambiare vita, c’è la memoria dell’Olocausto, ci sono madri che condizionano i figli fino alla morte, figli che rivelano la loro omosessualità e ritrovano nuova vita, padri tardivi e amanti impenitenti. Ad andare in scena è una comunità ebraico/polacca che vive senza chiedersi il perché, che si lascia vivere a volte o che cerca una possibile reazione per realizzare sé stessa. A cadenzare gli accadimenti o non accadimenti sono le morti improvvise, cercate o indesiderate di tutti i personaggi, ad uno ad uno cadono, sotto lo sguardo di Angela, turista americana che con il suo smartphone e asta per i selfie filma tutto, ospite estraneo, regista interno di uno spettacolo che semplicemente si chiama vita. Krzysztof Warlikowski ci chiede di farci la domanda che è alla base dell’esistenza di ognuno di noi: che senso ha tutto questo, se il finale è sempre lo stesso, la morte? Ma alla fine il teatro – e solo il teatro può farlo – ci regala una dolcissima catarsi, mentre la turista americana filma, influencer mortifera, ovvero di colei che cercando la vita documenta la morte. E alla fine lo sfilare degli attori con un ghiacciolo in mano ha un che di liberatorio, è una resurrezione dolcissima e che il senso sia di godersi quel ghiaccioli fino all’ultimo, proprio come la vita

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