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CREMONA: IL RESTAURO

San Vincenzo ritrovata: «Dimenticare il passato non potrà darci futuro»

L’appello di Barucca e le parole di storici e restauratori all’inaugurazione della chiesa di via Palestro

Mariagrazia Teschi

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mteschi@laprovinciacr.it

28 Giugno 2021 - 11:49

San Vincenzo ritrovata: «Dimenticare il passato  non potrà darci futuro»

La chiesa restaurata di San Vincenzo in via Palestro a Cremona

CREMONA - «Non ci può essere un futuro migliore se ci dimentichiamo di un passato glorioso. Ecco perché rivolgo questo appello da una chiesa che amo in modo particolare e che oggi viene restituita alla città e ai fedeli: tutti noi, nei nostri luoghi, cerchiamo di stimolare una presa di coscienza forte affinché il patrimonio che la storia ci ha lasciato non vada perduto. Vale per le chiese e i luoghi di culto, vale per i patrimoni pubblici e privati che, per mancanza di sensibilità o oggettive difficoltà, si fatica a tutelare, conservare e valorizzare in una prospettiva futura». È accorato e appassionato l’appello di Gabriele Barucca, Soprintendente archeologia, belle arti e paesaggio di Cremona-Lodi-Mantova intervenuto nella chiesa di San Vincenzo in via Palestro inaugurata dopo tre anni di lavori che hanno interessato la bella facciata barocca, la controfacciata, la copertura, le decorazioni plastiche e gli affreschi. Un intervento consistente — circa 300 mila euro grazie ai fondi di Fondazione Comunitaria, dell’8 per mille e dell’Unità pastorale di Sant’Agata e Sant’Ilario, di cui San Vincenzo è sussidiaria — che va a sanare una ferita aperta da almeno 80 anni proprio sull’elegante via Palestro, dove trovarono casa le antiche famiglie dell’aristocrazia cremonese — Barbò, Araldi, Stanga, Somaglia, Trecchi — biglietto da visita per chi dalla stazione percorre via Palestro per raggiungere il centro città.

E con le sue porte aperte di primo mattino, ancora di salvezza per generazioni di studenti che, negli anni, ne hanno varcato il portone per una preghiera non sempre disinteressata. Hanno preso la parola davanti a un folto pubblico di fedeli don Irvano Maglia, parroco dell’unità pastorale Cittanova, formata dalle parrocchie di S. Ilario, S. Agostino e Sant’Agata, di cui la chiesa di S. Vincenzo è sussidiaria, don Gianluca Gaiardi, incaricato diocesano per i Beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto, Mariella Morandi storica dell’arte, i restauratori Paolo Gaudenzi e Alberta Carena, Franco Verdi in rappresentanza di Fondazione Cariplo, Giovanni Musoni dell’omonima impresa edile che ha condotto il cantiere e il soprintendente Gabriele Barucca.

Un po’ di storia

Edificata nel 1120 sotto il vescovo Pietro Stanga, ingrandita e restaurata a partire dal 1584 su progetto dell’architetto barnabita Lorenzo Binago, per oltre due secoli chiesa e convento dei Barnabiti prima del loro trasferimento a San Pietro — ha spiegato Morandi — poi nel 1789 destinata a ospedale militare per le truppe austriache fino alla riconsacrazione nel 1806 come sussidiaria di Sant’Agata e trasformata in ricovero per anziani inabili al lavoro, dal 1939 al 1954 San Vincenzo diventò caserma. A seguito delle diverse destinazioni d’uso a cui fu adibita per secoli, la chiesa ha avuto vita difficile soffrendo numerose manomissioni artistiche e architettoniche. Dei dipinti di cui pareti e arcate si abbellivano a testimoniare gli antichi fasti — opere di Boccaccio Boccaccino, Antonio Campi, Malosso, Massarotti — non c’è quasi più traccia, migrati verso altre chiese, musei o privati.

Restauri e colori

Di San Vincenzo i cremonesi non si presero mai particolare cura e mai è stata oggetto di studi o ricerche. È solamente nel 1939 che si realizzarono i primi importanti lavori di restauro esterno e interno con la liberazione delle absidi e la scoperta dell’affresco realizzato da Cesare Secchi sulla parte più alta della facciata, oggi purtroppo illeggibile, pagato con il «nobile e generoso concorso dei fedeli». Poi più nulla, tanto che ci eravamo abituati ai ponteggi che ne tutelavano la stabilità e le erbacce a insidiarne gli intonaci. Sulla facciata, particolarmente articolata che mostra chiaramente il passaggio dagli elementi formali cinquecenteschi a quelli barocchi, si è incentrato l’intervento che ha richiesto tempo e attenzione anche nei rapporti con la Soprintendenza con la quale sono stati condivisi tutti gli interventi — come ha ben spiegato Gaudenzi che ha firmato il progetto con il collega Michele Saladino —. Si è trattato di decidere cosa e come conservare, quali materiali utilizzare, mantenere o ricostruire. Sono state fatte indagini, studi, rilievi, progetti, scelte operative. Anche per la coloritura della facciata, assai compromessa e di difficile lettura, si è discusso molto. Non è quella originale. Mancando di dati sensibilmente significativi rispetto al colore originario, si parla di pochi centimetri su una superficie di 300 metri quadrati ha aggiunto Carena — si è deciso di non affidarsi a prove così ridotte che avrebbero stravolto l’abitudine visiva di questi ultimi 80 anni. la facciata non ha restituito indizi utili. L’unico dato veramente certo a cui riferirsi risaliva appunto al 1939, data dell’ultimo ultimo intervento importante. Da questo si è deciso di non discostarsi, piuttosto che inserire un colore nuovo privo di appigli». «Un intervento guidato dalla cautela — ha sottolineato Barucca — perchè la ricerca storica ci aiuta, ma quando non si riesce a trovare il cosiddetto originario splendore, dobbiamo accontentarci di proporre ciò che la storia ha lasciato come ultima testimonianza».

«La facciata oggi restaurata e restituita allo sguardo dei fedeli e dei passanti rappresenta lo sguardo all’esterno, lo sguardo sul mondo. Un simbolo — ha ricordato Franco Verdi intervenuto a nome di Fondazione Cariplo che con Fondazione Comunitaria ha interagito in questi percorso virtuoso che si chiama San Vincenzo —. Costruire la collettività in modo che antico e moderno abbiano continuità, ecco in sintesi la missione di entrambe». Ai ricordi di quando era studente si è voluto riagganciare non senza emozione Giovanni Musoni: «Quante volte sono entrato qui pieno di ansia e paura, ora mi sono ritrovato a distanza di tanto tempo a prendermi cura di questi muri. Un onore per me». Tutela, conservazione, valorizzazione: ha citato papa Francesco e Paolo VI Gianluca Gaiardi che si è soffermato a lungo sulla difficoltà di riutilizzo dei beni ecclesiastici, testimonianza di fede e uno degli strumenti di evangelizzazione, oggi frequentemente ridotti a documenti nella storia dell’arte piuttosto che a missione continua, come vorrebbe papa Bergoglio.

All’incaricato diocesano per i Beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto anche il compito di guidare l’incontro e presentare via via i relatori. «Se oggi lo spoglio dei beni in questa chiesa si legge nella storia e negli archivi — ha detto — possiamo ancora godere del bellissimo organo, un Ottavino Antegnati, che Maurizio Isabella, ha attribuito all’importante bottega rinascimentale bresciana». Il momento culturale ha quindi lasciato spazio al momento di spiritualità con la celebrazione della Messa presieduta dal vescovo Antonio Napolioni e accompagnata dal coro Voci virili diretto da don Graziano Ghisolfi.

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