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MONTEVERDI FESTIVAL

Il mito di Dioniso sposa i madrigali danzando la vita

Lucenti e Balletto Civile protagonisti al Ponchielli in prima assoluta

Nicola Arrigoni

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narrigoni@laprovinciacr.it

22 Giugno 2021 - 08:42

Il mito di Dioniso sposa i madrigali danzando la vita

CREMONA - Vuole essere una sorta di grande abbraccio, un concentrato di vite ai margini, un grande affresco di un’umanità degli ultimi, delle passioni, dei dolori attraverso il corpo agito dalla vita e la musica di Claudio Monteverdi. Stasera al Ponchielli (ore 20) la danza protagonista con Balletto Civile di Michela Lucenti e i Soliti dell’Orchestra Monteverdi festival Cremona Antiqua, diretta da Antonio Greco. Il titolo è bellissimo ed evocativo: Figli di un Dio Ubriaco.

Chi sono questi figli di un Dio ubriaco?
«Sono gli ultimi, sono coloro che la vita ha messo alla prova e posto ai margini, ma alla fin fine è ognuno di noi», spiega Michela Lucenti.

Chi è il Dio ubriaco del titolo?
«È Dioniso, il dio del teatro e della danza, sue adepte sono le baccanti».

In questo lavoro la cifra contemporanea è forte, come si sposa con i madrigali?
«È stato Antonio Greco che vedendo il nostro lavoro ci ha detto che dentro c’era tanto, tantissimo Monteverdi. Da qui abbiamo cominciato a lavorare ascoltando insieme i madrigali del divin Claudio e cercando la vita, le anime, le passioni e gli affetti che da essi trasudano senza tempo. Lo spettacolo è una coproduzione che unisce Balletto Civile, Fondazione Tpe,, Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano in collaborazione col Ponchielli. La collaborazione con Greco e il suo ensemble che sarà in scena con noi danzatori permettono di dare alla nostra creazione quel dialogo con la musica e i musicisti che è unico».

In tutto questo Balletto Civile come si inserisce?
«Balletto Civile è un cantiere sociale, sempre e comunque, è comunità di pensieri e corpi. Il barocco lavora sul corpo in trasformazione come la Dafne del Bernini… I nostri corpi sono in continuo divenire segnati dal tempo, dal sentire, dalle relazioni».

Ha parlato di comunità, una comunità danzante viene da pensare e da citare, tornando ad alcuni vostri lavori, Agenda di Seattle, Quartiere, Sagra della primavera, ma anche Brennero Crash e L’amore segreto di Ofelia….
«Ha citato tanti nostri lavori, di periodi differenti, più o meno recenti, ma è vero che l’aspetto civile e di provocazione etica attraverso la danza per noi è da sempre importante».

In Figli di un Dio ubriaco tutto ciò come si compie?
«Con un atto estetico ed uno politico».

Partiamo da quello estetico?
«In scena siamo in tanti, siamo in dodici, io, Maurizio Camilli, Loris De Luna, Maurizio Lucenti, Alessandro Pallecchi, Matteo Principi, Paolo Rosini, Emanuela Serra, Giulia Spattini, Elisa Spina, Demian Troiano e per la prima volta in scena Era Affini. L’età spazia da Era che ha 9 anni a mio padre che ne ha 76 e che da quando è in pensione mi segue e fa ormai parte della compagnia. Figli di un Dio ubriaco è un affresco di antieroi, pensato come un film dal montaggio serrato che ingloba la meravigliosa partitura dei Madrigali di Monteverdi come una terra antica e fertile sulla quale costruire un possibile fragile futuro. In scena Balletto Civile racconta, come sua abitudine, un’epopea per nulla epica, offriamo una radiografia delle esistenze e dell’esistenza. Raccontiamo la storia di una comunità attraversata da piccole e inesorabili avversità, si intrecciano le storie di personaggi alla ricerca di un proprio centro, con sullo sfondo il lavoro (tema caro anche a Monteverdi che ne parla in molte sue lettere) non alienante ed ostile ma un collante sociale necessario a confermare l’ineluttabilità della vita e del nostro istinto di sopravvivenza».

E l’aspetto politico, di cui diceva prima, dove lo ravvede?
«C’è nel condiviso sforzo di fare uno spettacolo corale, con un cast numeroso e non i due o tre danzatori per volta. La danza, cenerentola delle arti performative, deve avere il coraggio di proporre un narrare che sia ampio, che possa fare comunità, che sia ricco, importante. Questo cerchiamo di fare, costruire, ricostruire lo spazio e il tempo con l’incontro dei nostri corpi, corpi differenti per età e storie, corpi che non si limitano a raccontare la vita, ma vivono in scena. Da sempre questo fa Balletto Civile».

Certo che farlo con Monteverdi?
«Complice la passione di Antonio Greco, ci è stata data la possibilità di entrare nel laboratorio compositivo di Monteverdi, di condividere la sua grandezza e come per tutti i grandi geni la sua propensione a trascendere la sua epoca per raccontare l’uomo nella sua inafferrabile universalità. Non da ultimo l’idea di poter lavorare con i cantanti in scena e l’ensemble dal vivo è anche questa una provocazione poetica».

Perché?
«Lo spettacolo sarà a Montepulciano, poi a Torino, a Oriente e Occidente a Rovereto e al Piccolo Teatro di Milano per Tracce d’autore. In tanti ci chiedono come gireremo, se prevediamo una formula con musicisti dal vivo e una con basi registrate. Se ci sarà possibile, se i direttori artistici ci verranno incontro, se Antonio Greco e il suo ensemble ne avranno la possibilità, speriamo di poter girare con la versione con i musicisti presenti, costa di più ma mette in scena un altro respiro, segnala come la danza e la musica vivano di un dialogo vero e unico, sostenendosi l’una con l’altra. Anche questa volontà di non rinunciare alla presenza è un atto politico, un atto legato al lavoro».

Che arriva dopo un periodo difficile se non drammatico, soprattutto per voi danzatori…
«Per tutti, direi. A Balletto Civile in particolar modo è mancato riunirsi come comunità, non solo fare spettacolo, ma, come la nostra storia insegna, fare delle nostre azioni artistiche, momenti di condivisione sociale e di inclusione di corpi. Questo ci è mancato e di questo andiamo in cerca, proprio come figli di un Dio ubriaco».

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