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Domenica 24 Gennaio 2021

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CREMONA

Grande guerra: la storia riemerge dal ghiaccio

Recuperata una baracca austriaca sul monte Scorluzzo, sopra il Passo dello Stelvio: a lavorare al recupero è stato lo staff del Museo della Guerra Bianca in Adamello di Temù e il cremonese John Ceruti, il responsabile della commissione tecnico-scientifica del museo e, dal luglio 2003, anche il direttore tecnico

Grande guerra: la storia riemerge dal ghiaccio

CREMONA (5 novembre 2020) - A oltre cent’anni di distanza, a oltre 3.000 metri di quota, il tempo si è fermato al 3 novembre 1918: quando l’ultimo soldato austriaco ha chiuso in tutta fretta la porta per precipitarsi a valle. La stessa sera alle ore 18 il capitano Fiocca, comandante degli avamposti al Filon del Mot, poco più in basso della cima dello Scorluzzo, che sovrasta il Passo dello Stelvio, riceveva l’ordine di occupare la vetta, ignaro che l’armistizio era già stato firmato e, in assetto di guerra, si impadroniva della posizione come egli stesso scrive nelle sue memorie: «Le pattuglie giunsero sulle posizioni nemiche di sorpresa, ma non trovarono uomini; gli alpini di punta però mi riferirono che al loro apparire videro dileguarsi nell’oscurità le ultime scorte nemiche. Infatti, nelle baracche erano ancora accesi i loro lumi a petrolio e una baracca incendiata ardeva sinistramente. Alle 21 la posizione nemica era occupata, le vedette a posto, le mitragliatrici in posizione: il rosso gagliardetto della 298ª Compagnia, che ci era stato gentilmente donato nel luglio precedente, issato sullo Scorluzzo».

La storia di uomini al fronte, la storia della Grande Guerra fatta di trincee, di freddo si presenta, letteralmente, congelata, fermata in quel giorno: il 3 novembre 1918 e nella sua matericità riemerge nel ricovero ipogeo, con all’interno la baracca in legno che è stata recuperata ai fini della sua salvaguardia, pochi metri al di sotto della cima del Monte Scorluzzo, a quota 3.094. A lavorare al recupero è stato lo staff del Museo della Guerra Bianca in Adamello di Temù e dal cremonese John Ceruti, il responsabile della commissione tecnico-scientifica del museo e, dal luglio 2003, anche il direttore tecnico.
«Dai rilievi effettuati è stato possibile constatare che il ricovero venne realizzato scavando una caverna nella cuspide rocciosa della cima dello Scorluzzo in modo da creare un ambiente ipogeo totalmente invisibile sia dall’osservazione diretta da parte italiana sia da una eventuale osservazione aerea, inoltre risulta essere fortemente protetto dai bombardamenti d’artiglieria dato il grande spessore di roccia in cui è scavato. All’interno di tale caverna venne quindi realizzata, secondo le consolidate tecniche di costruzione dei ricoveri campali, una costruzione in legno dalla pianta rettangolare – scrivono Walter Belotti, presidnete del museo, John Ceruti e Marco Ghizzoni, altro cremonese impegnato nel comitato scientifico dell’istituzione museale -. Tutta la struttura era foderata esternamente da un singolo strato di tavole in legno, a loro volta impermeabilizzate con uno o più strati di cartone catramato. Da diversi anni il Museo della Guerra Bianca in Adamello aveva individuato l’ingresso della grotta ancora quasi completamente sigillato dal ghiaccio e l’aveva costantemente monitorato. Nel 2017 il museo ha preparato il progetto di intervento per messa in protezione urgente del manufatto ai fini della sua successiva musealizzazione e valorizzazione. In collaborazione con ERSAF-Parco Nazionale dello Stelvio è stato deciso l’intervento di recupero integrale di questa struttura militare, iniziato nell’estate 2017 e proseguito nei successivi tre anni».

Il recupero della baracca si è realizzato grazie a un lavoro importante e delicato, reso possibile da uno scavo effettuato con metodologie di tipo archeologico. «Sono stati rimossi circa 60 metri cubi di ghiaccio per mezzo di idropulitrici ad acqua tiepida con getto a bassa pressione, per non danneggiare gli oggetti che man mano venivano alla luce – scrivono i curatori dell’intervento -. Infine, nello scorso agosto si è provveduto allo smontaggio e al recupero di tutta la struttura lignea che costituisce l’ossatura della baracca». A entrare nel merito della scoperta e dalla sua valorizzazione è Ceruti: «Si accedeva tramite una scala discendente, pochi gradini che portavano immediatamente nella grande cavità rocciosa dove fu realizzato il ricovero vero e proprio. Qui trovava posto un grande pianale per i letti dei soldati, circa 20/30 persone che si potevano stendere su due file sovrapposte una sull’altra. Il lavoro di scavo è stato eseguito partendo dall’ingresso e con una progressione frontale, levando man mano tutto il ghiaccio, fino ad arrivare alla seconda stanza, che per noi è stata una piccola sorpresa perché completamente celata; questa cavità è stata scavata tutta nel 2019 – spiega -. Il ritrovamento è interessante soprattutto per mettere in luce realmente le condizioni di vita dei soldati: addirittura vi si sono conservate due bilance fatte a mano dai soldati, con la stecchetta di legno e due punte ugualmente di legno sulle quali andavano a infilzare le fette di pane per pesare ogni dose (sullo stesso modello di quelle trovate nei campi di concentramento ad Auschwitz). Sono poi stati ritrovati materiali organici interessanti, a esempio vestiti fatti con fibra d’ortica, ossa di animali catturati. Inoltre, sono stati eseguiti dei carotaggi nel ghiaccio per cercare del DNA nella melma di fondo».

Il ghiaccio ha conservato, in molti casi in ottime condizioni, oltre 300 oggetti tra i quali una stufa, i pagliericci su cui riposavano i soldati, due bilancini per comparare al grammo le fette di pane così da distribuirle equamente (considerata negli ultimi mesi di guerra la penuria di viveri), pantaloni con diversi strati di toppe in fibre d’ortica, ossa d’animali svuotate al fine di recuperare il midollo, anch’esso nutrimento prezioso, noccioli d’albicocca schiusi per mangiare la parte molle del seme, monete, elmetti, munizioni, giornali. Dalla paglia presente sui letti a tavolato della baracca, tutta completamente recuperata e asciugata, sono spuntati alcuni germogli di geranio selvatico che dopo oltre cento anni hanno visto la luce: come dire il ciclo della vita che sconfigge lo scorrere del tempo. Un evento davvero eccezionale.

Il ghiaccio, come ha raccontato Claudio Smiraglia, si è formato all’interno della grotta in seguito alle abbondanti nevicate degli anni 1918-1922, indicati come piccola espansione glaciale, che unite alle copiose precipitazioni nevose degli anni della guerra, testimoniate anche dalle lettere dal fronte, hanno contribuito a creare accumuli negli strati superficiali.
«Questo importante recupero fa parte di un più vasto e coordinato progetto volto alla salvaguardia e alla valorizzazione dei segni del primo conflitto mondiale ancora presenti che ERSAF-Parco Nazionale dello Stelvio sta portando avanti in collaborazione con il Museo della Guerra Bianca in Adamello — scrivono Belotti, Ceruti e Ghizzoni —. L’intera struttura della baracca, con tutto il materiale ritrovato all’interno, verrà allestita all’interno della ex caserma Pedranzini di Bormio divenendo un nuovo polo espositivo del Museo della Guerra Bianca in Adamello la cui apertura è prevista nel 2022».

«L’intervento avrà un costo complessivo di 2,6 milioni di euro, finanziati per 1,7 milioni dalla Regione Lombardia, 400 mila euro dall’Unione Europea e per i restanti 500 mila tramite il Fondo Comuni Confinanti - proseguono -. L’interno del Museo di Bormio, sviluppato su tre piani dell’edificio, oltre all’esposizione integrale di questo straordinario manufatto e dei beni in esso contenuti, verrà arricchito di storia, archeologia, botanica, glaciologia, zoologia, palinologia, geologia, geomorfologia, entomologia, ecologia, epidemiologia relative al sito. Infatti diverse Università e istituti sono stati coinvolti, ognuno per gli aspetti di pertinenza, al fine di rendere un quadro esaustivo e completo: l’Università Statale e la Bicocca di Milano, il CNR, il Museo di Trento, il Museo Civico di Scienze Naturali di Verona, l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste, l’Università di Padova, l’Università di Parma, l’Università dell’Insubria, la Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige e l’Università della Svizzera Italiana.

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05 Novembre 2020