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Giovedì 01 Ottobre 2020

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L'INTERVENTO

La retorica della didattica in aula e il rischio di un ritorno al passato

La retorica della didattica in aula e il rischio di un ritorno al passato

CREMONA (18 luglio 2020) - Fino al mese di febbraio del 2020 i ricercatori impegnati come me da anni nel mondo della scuola, in dialogo con gli insegnanti, ascoltavano un solo, ininterrotto discorso: la fatica quotidiana della gestione della classe, la difficoltà nell’avere a che fare con generazioni sempre più impermeabili alla trasmissione del sapere (direi al significato stesso della trasmissione del sapere), il senso di solitudine nel portare avanti la riflessività e il pensiero critico in un mondo che sembra andare in altra direzione. Insomma, abbiamo ascoltato e fatto formazione in una scuola stanca, consapevole di essere in una crisi profonda e tuttavia incapace di avviare un processo di rinnovamento spontaneo. Oggi, dopo che l’emergenza Coronavirus ha portato alla sospensione delle lezioni in aula per metà anno scolastico, e all’improvvisazione necessaria di una nuova forma di didattica «a distanza», attraverso l’utilizzo dei nuovi media digitali (la cosiddetta dad) una nuova retorica si sta lentamente diffondendo: è una retorica che guarda con nostalgia al passato, all’aula (quell’aula fino a pochi mesi fa definita dai più faticosa se non ingestibile), come se senza la fisicità dei corpi e dell’aula non fosse possibile un’autentica relazione educativa. Didattica a distanza appare ai più un ossimoro: la vera didattica, si dice, può essere solo in presenza; nello scambio degli sguardi, nella condivisione degli spazi e dei tempi, nella socialità costruita giorno dopo giorno nell’interazione. Questo discorso - che ha una sua parte di verità di cui nei prossimi mesi faremo, spero, tesoro - rischia di omettere un aspetto significativo: quella relazione in presenza tra docente e discenti, cui oggi si guarda con rimpianto, da anni non funzionava più; non era più soddisfacente né per gli studenti, né per i docenti. Quello stare insieme in aula era carico di fatica, insoddisfazione, talvolta malessere; quella sintonia profonda, quella sensazione di condivisione con la classe e i colleghi di una progettualità sono state forse ancora da alcuni ricercate ma esperite in rarissime occasioni. La retorica della bellezza della didattica in aula rischia di farci guardare al passato come se il ritorno al passato fosse oggi un traguardo. Si desidera tornare in aula come prima, il prima possibile. L’emergenza e la paura ci stanno facendo dimenticare che quel prima non funzionava e quel prima non deve essere la meta a cui tendere. Piuttosto, siamo oggi in una situazione liminale – potenzialmente creatrice e innovativa come ci insegnano gli antropologi - che ci prospetta una grande opportunità di rinnovamento nel modo di fare didattica e di pensare la responsabilità educativa. L’emergenza Covid-19 ci ha permesso di vedere chiaramente che la scuola italiana si assesta perlopiù su una modalità frontale, trasmissiva (il docente parla, lo studente ascolta in silenzio), basata sul controllo e sul disciplinamento dei corpi; una modalità che è strutturalmente incompatibile con l’utilizzo degli strumenti digitali e con la loro logica di funzionamento e a cui gli studenti oppongono sempre più una passiva resistenza. Questa didattica frontale unidirezionale - contestata da cinquant’anni di letteratura pedagogica e tuttavia ancora straordinariamente persistente nella scuola italiana - non può essere trasferita pie pari dall’aula alla piattaforma digitale, come molti pensano e fanno, perché è incompatibile con il linguaggio e le potenzialità delle nuove tecnologie. Le nuove tecnologie, infatti, incoraggiano e richiedono il brainstorming, la condivisione delle esperienze, il cooperative learning, la valorizzazione dei diversi stili di apprendimento, la personalizzazione dei percorsi di apprendimento, lo sviluppo del pensiero divergente – forme e modi del conoscere della nuova società globale che oggi, ancora, non trovano spazio nelle nostre aule, ma delle quali la nostra scuola ha un grande bisogno per riallacciare il confronto, interrotto, con le nuove generazioni. È quindi più che mai indispensabile che anziché parlare il linguaggio dell’emergenza (e dell’auspicato ritorno alla normalità) e rifugiarsi nella retorica della relazione umana (quale è stata, sinceramente, la qualità di questa relazione negli ultimi anni?), i docenti abbiamo la capacità e il coraggio di rivedere radicalmente il loro modo di stare in aula e fare didattica, reale o virtuale che esse siano. Gli eventi storici ci offrono oggi un’inaspettata, straordinaria, opportunità di rinnovamento.

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18 Luglio 2020