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Lunedì 03 Agosto 2020

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L'INTERVISTA

Guardare all’altro con la distanza del «ri-spetto»

La filosofa Roberta De Monticelli propone una riflessione su distanziamento, cittadinanza e solidarietà sociale. «Agire per una causa comune poteva rappresentare uno scarto rispetto al passato, si è sprecata un’occasione»

Guardare all’altro con la distanza del «ri-spetto»

Roberta De Monticelli

CREMONA (13 giugno 2020) - Distanza, rispetto, cittadinanza e particolare sono alcuni termini su cui Roberta De Monticelli, docente di Filosofia della Persona, riflette legandoli alla recente situazione pandemica nel segno di una auspicabile azione comune che faccia della conoscenza il presupposto per la costruzione di un nuovo scenario politico e sociale. Il punto di vista della filosofa è un punto di vista che non fa sconti. Da Parigi De Monticelli guarda con disincanto, e non per questo con meno sofferenza, all’incertezza del presente, a un senso di cittadinanza sfiduciato e deresponsabilizzato.
«Come ricercatrice nonché insegnante, in questo periodo, mi sono chiesta che fine abbia fatto quell’età dei diritti, quel percorso di idee e politiche che possiamo far partire dal 1789 e arrivare al 1989, due secoli in cui hanno preso vita le Istituzioni che ancora oggi regolano la nostra parte di mondo. Due secoli, nel bene e nel male, preziosi, ma anche terribili se pensiamo ai conflitti mondiali, alla nascita dei totalitarismi, ma pur sempre due secoli fondanti».

Quale considerazione suggerisce questa consapevolezza storico-politica?
«Ecco la crisi che stiamo attraversando ha messo in evidenza la perfetta assenza nella classe politica o in chi ha un ruolo dirigenziale di un pensiero razionale, di un pensiero assiologico che sappia distinguere fra fine e mezzo. Questa crisi ha messo in luce un aspetto forse noto, ma lo ha ribadito con forza come non sia più possibile prendere decisioni senza la conoscenza, meglio senza conoscenze molteplici».

Cosa intende dire?
«Tutto oggi sembra far pensare che l’unica conoscenza possibile e credibile sia quella scientifica. Poi, durante questa emergenza, ci siamo stupiti, si è fatto polemica sulle liti e sui punti di vista degli scienziati. Ma la scienza in sé è frequentazione del dubbio, la scienza in sé dubita. Ma dato che ciò che passa dai media è che la scienza possa decretare verità assolute, c’è il rischio che resusciti un anti illuminismo preoccupante e mai sopito. E invece il punto vero è che la conoscenza scientifica non basta alle decisioni politiche. Ci vuole quella assiologica, la competenza sui valori, i mezzi e i fini. Per questo guardare alla grande tradizione culturale europea oggi è più che mai importante»

Un punto di riferimento non solo culturale…
«Mi ha colpito un’osservazione della scrittrice americana Marilynne Robinson, sulle nobili architetture delle antiche e meno antiche università europee, tutte archi e guglie: chi le progettava così voleva dare agli studenti un’alta opinione di se stessi, del loro futuro ruolo nella società. Una dignità per lo studente e anche per il ruolo docente che il sistema formativo italiano ha perso o messo in secondo piano».

Una velata critica alla didattica a distanza e alla reazione del mondo della scuola e dell’università alla pandemia?
«La didattica a distanza è stata una soluzione importante e di emergenza, ma non può sostituire la relazione fra docente e discente. Ma certo io che da un anno sono a Parigi ho potuto incontrare il mondo anche stando a casa mia, ho comunque intessuto relazioni e fatto lezione. Bisognerà approfondire le potenzialità di questo mezzo che ci rende comunità senza confini e allora ancora torniamo al respiro del sapere, dell’universitas che un tempo aveva nel latino la sua lingua comune, oggi sostituita dall’inglese».

Ma tutto non può esaurirsi davanti a un video…
«La didattica a distanza non può sostituire l’avventura dell’incontro personale, la sua casualità (quante scoperte nei caffè fuori dall’università! ) e la vita in ateneo fatta di confronti spesso non cercati, che non hanno bisogno di mail di invito».

In questo il distanziamento sociale che ci è richiesto è una barriera?
«Lo è, ma è anche un altro modo di rapportarsi all’altro, forse più rispettoso, autenticamente solidale».

Ovvero?
«La solidarietà non è necessariamente massificarsi in movimenti di piazza tutti insieme, è di più. La solidarietà di cui tanto si parla in questo momento è anche rapportarsi con l’altro, nel rispetto dell’altro. La distanza può aiutare a guardare l’altro da me con ri-spetto, guardandolo da una certa distanza, non per separatezza ma per coglierne le differenze, le similitudini e (per) agire di conseguenza conoscendo, avendo guardato con attenzione».

Insomma non tutti i mali vengono per nuocere?
«Diciamo che una certa distanza ci permette di guardare le cose in prospettive diverse. Certo nella concretezza il distanziamento sociale è un disastro per certe professioni. Penso ai lavoratori dello spettacolo, agli attori soprattutto. Come concepire il distanziamento in teatro dove il contatto e la relazione sono insiti nel linguaggio scenico».

In tutto questo ciò che balza all’occhio oggi è il progressivo sgretolarsi della fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni… almeno qui in Italia.
«Pur continuando ad avere rapporti con il mio paese, stare a Parigi per tanto tempo mi ha permesso – per tornare al termine distanza – di guardare ciò che accade in Italia con un certo distacco. Ho avuto l’impressione che in Italia si sia proceduto per grida manzoniane. Più parlo ad alta voce più c’è possibilità che mi si ascolti. Poco importa che le grida potessero essere contraddittorie e spesso confuse».

In Francia invece come si è agito?
«Nei fatti non molto meglio, nella forma e nella sostanza del rapporto coi cittadini, assai meglio. Credo che le strategie d’azione e reazione di un paese nascano da come è maturato nei secoli il rapporto fra la cittadinanza e i suoi decisori. La democrazia non è solo una questione di welfare, ma un aspetto altrettanto importante è quello del rapporto della cittadinanza con se stessa e con le istituzioni».

In questa consapevolezza reciproca l’Italia come ne esce?
«La situazione d’emergenza e di novità non poteva mettere al riparo da errori, inevitabili, come in tutte le situazioni nuove, ma ciò che è emerso è il livello, spesso non all’altezza della situazione, della dignità delle risposte. Non solo nei confronti della cittadinanza ma anche fra Istituzioni. In entrambi i casi si è assistito a una sorta di infantilizzazione della democrazia con comportamenti da asilo. Questo in Francia non è accaduto e torniamo alle nostre due parole: distanza e rispetto».

Nessuna speranza per l’Italia…
«Perché? È l’inconsapevolezza che spegne la speranza, non la critica. La lezione di paternalismo che ci è stata inflitta è stata qualcosa di mortificante. Abbiamo capito che stavamo attraversando una situazione grave e inedita, credo che gli italiani ne avessero la percezione… C’è stato un momento in cui ho avuto l’impressione che da questa condizione potesse nascere un rinnovamento dei rapporti fra cittadini e decisori. La consapevolezza di agire per una causa comune poteva rappresentare uno scarto rispetto al passato e invece mi sa che si sta buttando via tutto… Si parla molto di individualismo per stigmatizzare i comportamenti degli italiani. Ma io parlerei piuttosto di particolarismo, come ai tempi del Guicciardini, che convive benissimo con i gruppi di interesse, le consorterie. Spesso il noi in Italia rischia di diventare il particolarismo più basso, il noi mafioso. In questo è vero che il noi in Italia non corrisponde al senso di comunità».

La sua distanza regala una prospettiva impietosa…
«L’amarezza è data dalle recenti polemiche su una solidarietà europea intesa esclusivamente come trasferimenti monetari: questo mi fa pensare che gli italiani siano ancora al Franza o Spagna purché se magna. Tutto ciò cozza contro un’esigenza che sta fuoriuscendo dall’esperienza appena vissuta di una governance mondiale che sappia affrontare problemi complessi mettendo a frutto conoscenze scientifiche e umanistiche che aiutino a disegnare un futuro possibile fatto di ri-spetto, della capacità di guardare all’altro con la giusta distanza e di tener conto delle differenze e delle comuni aspirazioni. Questo presuppone una cittadinanza rispettosa di se stessa e delle istituzioni, ciò che manca al nostro Paese».

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13 Giugno 2020