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Mercoledì 23 Settembre 2020

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INIZIATIVA EDITORIALE

Lettera d'amore a Cremona. La lunga notte di Elena

Dalla fotografia simbolo dell’emergenza, il racconto-omaggio dello scrittore Andrea Cisi alla città ferita al cuore

Lettera d'amore a Cremona. La lunga notte di Elena

Andrea Cisi e la foto simbolo dell'emergenza Coronavirus con l'infermiera Elena Pagliarini stremata

CREMONA (27 maggio 2020) - Il racconto di Andrea Cisi, Lettera d’amore a Cremona, è inserito in un’antologia in formato e-book che esce oggi. Reboot. Lettera d’amore a Milano raccoglie le opere di ventidue tra scrittori, poeti, giornalisti e blogger di area milanese-lombarda. È anche un progetto editoriale benefico per raccogliere fondi a favore del capoluogo lombardo. L’antologia di racconti è edita da bookabook ed è ideata e curata da Annarita Briganti, giornalista e scrittrice. Pubblicato in formato ebook, il volume è disponibile sul sito di bookabook e su Amazon (4,99 euro) . I proventi saranno devoluti al Comune di Milano, destinati al Fondo di Mutuo Soccorso istituito dal sindaco Giuseppe Sala per aiutare chi è stato messo in ginocchio dalla pandemia. Oltre al racconto di Andrea Cisi, l’ebook raccoglie i contributi della stessa Briganti e di Lorenzo Beccati, Paolo Bianchi, Luisa Ciuni, Piero Colaprico, Isabella Fava, Felice Florio, Pierfrancesco Majorino, Lapo Mazza Fontana, Giorgia Messa, Eleonora Molisani, Montel, Elena Mora, Davide Mosca, Francesca Noè, Manuela Porta, Giulio Ravizza, Sara Recordati, Micol Sarfatti, Nicoletta Sipos e Jacopo Tondelli. Il racconto di Cisi è pubblicato sul giornale La Provincia di Cremona e Crema per desiderio dell’autore e per la disponibilità della casa editrice e dell’editore Tomaso Greco. «Ho sempre creduto che l’unione faccia la forza. Nel nuovo mondo abbiamo bisogno di un nuovo umanesimo», spiega la curatrice, Annarita Briganti, sottolineando anche l’intento solidaristico dell’iniziativa editoriale.

di ANDREA CISI

Le anatre percorrevano la ciclabile. I piccoli perfettamente in fila, la madre davanti. Indisturbate. Serene. Padrone del sentiero lungo il naviglio.
Elena dorme.
La testa poggiata sulla scrivania. Ore 6 del mattino.
I guanti in lattice ancora indossati, la mascherina sul viso, il camice stretto attorno al corpo stremato, abbandonato sulla sedia, dove pensava di fermarsi solo un istante, per riposare, e scrivere.
Elena aveva appena finito di piangere, a dirotto, come una bambina. Impotente, dopo l’ennesimo turno di dieci ore. Esausta, incapace di vedere una fine. Il sonno l’aveva colta lì, senza che potesse più evitarlo. A pochi centimetri dai suoi capelli raccolti, strumento di apertura verso il mondo, una tastiera. Non era riuscita a terminare la lettera. A metà testo era crollata.
Elena sta sognando, ora.
Di lei e di lui, in bicicletta sull’argine alto verso Bosco ex-Parmigiano, a raggiungere l’Osteria del Mento sotto il sole caldo di aprile, respirando l’odore di fango del fiume poco distante, incrociando Stefano e Monia e le loro bambine a passeggio fuori dal borgo, sfrecciando nel fumo che si alza dalle griglie nei giardini sotto il dosso.
Di quando in auto di sera, coi finestrini giù e Jovanotti a tutto volume, le amiche la portavano a ballare oltre il ponte di ferro, nella campagna piacentina, immersi nel profumo d’aglio dei campi e nel canto dei grilli nascosti nell’ortica fresca dei fossi, aspettando sedute sul muretto di pietre smosse che arrivassero gli altri amici.
Di piazza del Duomo gremita di gente a luglio, ad attendere l’inizio del concerto, sotto il grande palco e all’ombra della maestosità della cattedrale, tutti appiccicati a sudarsi addosso, spingendo le transenne col sorriso, che Cremona mica ancora s’è abituata a questo tipo di eventi, ma da qualche anno ci sono, da qualche anno a lei sembra di essere non più in un villaggio, ma in una metropoli piena di vita e di stranieri.
Delle traversate in barca con lui sul grande fiume, dentro un volo basso di rondini, lasciando la passeggiata delle società canottieri per deviare di taglio nella corrente, approdando su qualche spiaggione del lato destro per fare pic-nic al sole. Da lì ascoltare il ronzio basso dei natanti e il cigolio degli scalmi con un rosso frizzante in un bicchiere di plastica, sentendosi addosso lo sforzo delle pagaiate e gli ordini sbuffati fuori con grinta dagli atleti in allenamento sull’acqua.
Sogna di quando Carla torna da scuola a piedi, raggiante nei suoi 8 anni, la felpa legata in vita, lo zaino più grande di lei, a farsi spazio a gomitate nella calca degli altri bambini, emozionata per quel bel voto, pronta a raccontare, pronta a pranzare guardando l’ennesima puntata de La Casa nella Prateria sul canale 27, dovendo dare ragione alla mamma che le aveva sempre detto che, anche se era un vecchio telefilm, alla lunga sarebbe piaciuto anche a lei.
«Ma perché?» le chiedeva all’inizio.
«Perché non si può non emozionarsi alle vicende di Walnut Grove e della famiglia Ingalls» rispondeva. «E anche i tuoi nonni vivevano così, nel paesino fuori città. Se chiedi a nonna Laura di raccontare qualche episodio della sua infanzia lo capisci. Non ti immagini neppure che avventure hanno vissuto.»
Sogna del suo Paolo, Elena. Sul campo di calcio, con quell’allenatore che lo tratta come un bambino più grande dei suoi 12 anni, coi suoi compagni sempre addosso, sempre in competizione, per lei è sempre un bambino. Paolo che da grande vuole fare il fabbro, come quello che ferra i cavalli e che ogni anno vedono al palio di Isola Dovarese, a inizio settembre, che nella calca dei presenti in costume d’epoca lo chiama sempre dentro, sotto la tettoia, e gli fa provare a battere il ferro incandescente, a immergerlo nell’acqua per raffreddarlo.
Elena non muove un muscolo, su quella scrivania. Un dito, un respiro. Così stanca. Così al limite. Sogna le voci, dietro la porta della camera da letto, dopo un turno di quelli normali, di otto ore, un sabato mattina. Lui che prepara la colazione, loro che ridono, si rincorrono, escono sul balcone che dà su corso Matteotti, sotto di loro il via vai delle auto che raggiungono il centro storico nel giorno di mercato, il vociare dei negozianti, i camerieri che prendono gentili le ordinazioni nei baretti sul corso. Si alza, apre uno spiraglio della porta, osserva la normalità della vita in quel taglio di luce che arriva dalla finestra…
…e tutto, nel sogno, scompare.
In senso figurativo la parola ‘sogno’ indica Speranza, o desiderio vano e inconsistente. Ma Elena non lo può sapere, che ciò che sta vedendo al di qua degli occhi chiusi si è ridotto a termine di ‘speranza’. Lei vede ancora le giornate migliori, quelle in cui non c’era la paura, quelle piene di cose da fare, tutte diverse. Elena non riesce a capire, adesso, al di qua degli occhi chiusi, se la Cremona che sta guardando è quella di ieri o è quella di domani.
Elena allora apre gli occhi. Ma non si muove. È in reparto. Vede la tastiera, respira a fondo. Ma non si muove. Continua il sogno, ma questa volta è ad occhi aperti.
Guarda la parete con la lavagnetta dei turni, tutti incastrati, rifatti, accavallati per le emergenze, per i cambi improvvisi, per una rincorsa continua al non cedere. Ritrova nei pensieri quello che un fabbro giapponese raccontava a Marco Polo nel vecchio sceneggiato girato da Giuliano Montaldo nel 1982, non sa perché le torni in mente ma aveva adorato quel vecchio sceneggiato, la sua maestra lo aveva imposto quando era alle elementari, avevano fatto una ricerca. Per lei quell’esotico era stato ciò che per Carla e Paolo sono oggi le saghe di Guerre Stellari o Il Signore degli Anelli, la fantasia, il mistero, l’ignoto, il desiderio di un ‘ritorno’ a qualcosa, a qualcuno, una città, una normalità… Il Gran Khan vuole invadere le isole del Giappone, sterminare i loro pirati, estendere il suo regno, ma questo fabbro giapponese cieco avvisa Marco: «La mia terra è separata da invidie, lotte per la dinastia, per la terra… ma siamo come le dita di questa mano: separati siamo tutti diversi, uniti stretti diventiamo un pugno!»
‘Un pugno…’
Le anatre che attraversano indisturbate la ciclabile. Forse le ha viste, si ricorda, giusto un paio di mattine fa, dalla finestra del settimo piano dell’ospedale, fumando una sigaretta, guardando il suo quartiere tranquillo, decine di metri sotto. Le radici degli ippocastani che spaccano il cemento, l’erba alta che invade il campo di calcio della Beata Vergine, i piccioni a stormi… le anatre che passeggiano indisturbate… la natura si è ripresa il suo spazio mentre Elena ad occhi aperti sogna quel pugno.
Forse ho sognato anche le anatre… pensa.
Il sogno, delicatamente come una carezza, si trasforma in desiderio.
In una città profondamente diversa da quella ricordata, deserta, assolata e silenziosa, sogna tutti i colleghi che come lei, forse, da qualche altra parte nella struttura, in qualche altro reparto, hanno avuto un crollo come il suo. Tutti quelli che come lei hanno pianto a dirotto, come bambini. Sogna tutti quegli amici che ha implorato di restare chiusi in casa e lo hanno fatto. Sogna i volontari delle cooperative e delle associazioni, e sono centinaia, che con una mascherina e un paio di guanti si disperdono nella città per assistere chi ha più bisogno, sogna l’aiuto della comunità cinese che manda bancali di mascherine, sogna il piccolo ma enorme sostegno economico della cittadina tedesca di Füssen, sogna l’ospedale da campo americano della Samaritan’s Purse e il DC9 che li ha trasportati qui, sogna quella brava donna che in pieno centro cuce mascherine e avvisa con un biglietto sul citofono che chi ne ha bisogno non ha che da suonare al cuoricino rosso posto sul bottone e lei gliele recapiterà dal cielo del balcone, dopo pochi minuti, confezionate bene, con amore…
Un suono si spande nell’aria. Elena lo sente, un suono tagliente eppure ammaliante. Apre forte gli occhi, riprende a muoversi. Si alza. Al lavandino si butta dell’acqua fresca sugli occhi, sul collo, sulla fronte. Ripete il rito della vestizione.
Il suono si fa più corposo, riempie il cielo.
Esce sul corridoio. Ida e numerose altre colleghe sono già alle finestre, osservano Cremona da quel ghetto di sopravvivenza, di speranza. Indicano una piccola figura sul tetto di una delle palazzine dell’ospedale. È una donna, vestita di rosso. Sta suonando un violino, bellissima, sicura. La musica malinconica di Gabriel’s Oboe del maestro Morricone attraversa il cielo basso della città, che si ferma, immobile, tutta, ad ascoltare questa magnificenza.
Elena immagina il suono risalire via Giuseppina, invisibile, sfiorare i tetti delle case, i campanili delle chiese, San Sigismondo, San Sebastiano, San Michele, Sant’Abbondio… avvolgere la torre-minareto dell’ex-filanda Bertarelli, infilarsi nei pertugi del Museo Archeologico di San Lorenzo, impattare la colonna di muratura del Torrazzo, risalire, giungere in cima e lì, come un’esplosione, spandersi sull’intera città, stringendo ancora più a fondo i suoi abitanti in quel pugno…
«Mi sono addormentata» dice colpevole.
«E che male c’è?» le risponde Ida.
«Stavo scrivendo una lettera al computer, per i miei bimbi.»
«I tuoi bimbi? Perché?»
«Non lo so. Mi andava. Come una specie di lettera d’amore.»
«Per loro?»
«No. Per… la città. Questa città.»
«E invece hai dormito. Forse è meglio.»
«Sognavo una fila di anatre…» dice pensierosa.
Ida la guarda comprensiva. Toglie un lembo di mascherina e le mostra un sorriso. Anche Elena sorride, finalmente.
«Ora di tornare al lavoro.»
«Sì.»

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28 Maggio 2020