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Gastone Breccia: 'Questa non è guerra'

Nell’ultimo saggio, scritto con Andrea Frediani, il docente di storia bizantina presso il Dipartimento di Musicologia e beni culturali dell’Università di Cremona - Pavia analizza il rapporto tra conflitti ed epidemie

Francesco Pavesi

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fpavesi@cremonaonline.it

25 Maggio 2020 - 14:54

Gastone Breccia: 'Questa non è guerra'

CREMONA (25 maggio 2020) - Nel raccontare la pandemia Covid-19 la metafora della guerra è sembrata essere la modalità più immediata per leggere una condizione di emergenza, l’assedio del nemico invisibile all’umanità. Anche dal punto di vista lessicale, si sono usate le parole: prima linea, arma, nemico, battaglia, vittoria, eroe, e così via. C’è da chiedersi tuttavia quanto la metafora con la guerra per la pandemia in corso sia appropriata. Forse bisognerebbe domandarsi se non sia piuttosto una scorciatoia emotiva e comunicativa. A indicare una risposta a questi interrogativi è Gastone Breccia, docente di storia bizantina presso il Dipartimento di Musicologia e beni culturali dell’Università di Cremona - Pavia ed esperto di storia e strategia militare. Per Newton Compton è in libreria da pochi giorni il volume Epidemie e guerre che hanno cambiato il volto della storia, che Breccia ha scritto a quattro mani con Andrea Frediani.


Perché si è da subito avvicinata l’epidemia in atto all’immagine della guerra?
«Perché come una guerra ha imposto uno stato di emergenza, ha interrotto la nostra quotidianità, ha sconvolto la cosiddetta normalità. Ma al tempo stesso la metafora della guerra applicata all’epidemia è fuorviante. Nella situazione che stiamo vivendo non c’è alcun tipo di violenza organizzata. La morte c’è ma è dovuta alla malattia, non alla violenza perpetrata da uomini contro altri uomini. Non ci sono bombe che cadono, case distrutte, morti violente. C’è piuttosto l’esatto contrario».

Insomma una metafora sbagliata?
«Non appropriata, sarei più soft. Credo che la guerra sia stato il termine di paragone quasi istintivo per tutti, usato da chi ci guida per far capire lo stato di emergenza che stiamo vivendo. Prima accennavo alla distruzione e alla morte violenta che è la regola in uno stato di guerra e che nella situazione che stiamo vivendo non c’è. Ma soprattutto ci sono aspetti antitetici».

Ovvero?
«Durante una guerra chi comanda fa leva sull’unione dei cittadini, cerca di creare legami forti, si tenta di mantenere la vita più attiva possibile. Anche dal punto di vista produttivo le aziende lavorano a pieno ritmo, vengono riconvertite. Insomma la macchina sociale non si ferma, anzi si fa coesa e più compatta per sostenere chi combatte, gli uomini al fronte. Nel caso del Coronavirus ci è stato chiesto l’esatto contrario. Ci è stato chiesto di sospendere la nostra vita quotidiana, di mantenere le distanze sociali, di rimanere in casa. Anche dal punto di vista produttivo abbiamo avuto una sospensione pesante ma necessaria delle attività produttive. Ben inteso, non sto dando un giudizio di valore su quanto fatto, sto semplicemente leggendo quello cha abbiamo vissuto nella prospettiva offerta dalla metafora della guerra».

Il richiamo alla guerra per la situazione che stiamo vivendo ha funzionato e funziona, comunque…
«Funziona perché fornisce una spiegazione semplice e immediata a un fatto complesso, funziona perché nella nostra memoria o nel nostro immaginario la situazione che stiamo vivendo è la più simile a una guerra, dato soprattutto da uno stato emergenziale».

Cosa intende dire?
«In guerra per la tutela della comunità i governi mettono in atto lo stato di emergenza. Alla fine è quello che è stato fatto anche in questo caso. Non siamo arrivati al coprifuoco, ma certo l’invito a rimanere in casa e le limitazioni agli spostamenti della popolazione civile può far pensare allo stato di emergenza che caratterizza i paesi impegnati in un conflitto bellico. L’aver sottolineato il parallelismo fra epidemia e stato di guerra ha offerto una immagine potente ed emotivamente coinvolgente per convincere le persone ad accettare le necessarie limitazioni sia alla vita privata che alle attività produttive».

Il Coronavirus è stato letto come nemico, l’impegno a sconfiggere il virus dei medici è stato raccontato come un impegno in prima linea. Ed ancora la metafora bellica che ha la meglio…
«Riflettiamo sul ruolo del nemico in guerra. Il nemico è visibile, lo si affronta corpo a corpo. Col nemico si può venire a patti, si può decidere di firmare un armistizio, di fare pace. Tutto ciò non è possibile con il virus, con il virus non puoi firmare un armistizio, non puoi neppure pensare a un trattato di pace. E poi se ogni attività bellica agisce sullo sconfinamento dei confini e sull’occupazione dei territorio. Il virus non conosce confini».
Da esperto di strategie militari, come giudica l’intervento messo in atto contro il virus?
«Come spesso accade quando ci si ritrova ad affrontare un nemico sconosciuto – utilizzo anch’io la metafora della guerra – in questo caso la tempistica ha giocato a sfavore. Il non sapere che tipo di nemico devi affrontare rallenta inevitabilmente la reazione, perché prima devi renderti conto di quello che sta succedendo. Quando si è soggetti a un attacco di sorpresa, ci vuole un po’ di tempo perché si riesca a reagire in maniera efficace. Questo è ravvisabile nelle reazioni che i Paesi europei hanno avuto sulla scorta dell’esperienza non tanto cinese, quanto italiana. La Grecia è uno dei paesi che ha registrato il minor numero di contagi perché non ha aspettato che ci fossero le evidenze della malattia. Insomma ha giocato in anticipo sul virus. A suo modo anche la Germania ha fatto così. Ma hanno potuto farlo grazie all’esperienza maturata dall’Italia».

E allora se dovessimo pensare a una vittoria sul Covid-19 in che termini dovremmo parlarne?
«Credo che potremo avere due tipologie di resa. Avremo una resa incondizionata se come sembra è in arrivo il vaccino che permetterà di sconfiggere il Covid-19. Si potrebbe parlare di resa condizionata nel caso in cui ci vedremo costretti a convivere e ad arginare la presenza del virus. Un po’ la condizione che stiamo vivendo ora».

Se la metafora della guerra non calza alla perfezione alle epidemie, il rapporto fra guerra ed epidemia sembra stretto. Di questo parla nel suo saggio, scritto con Frediani…
«Una corsa contro il tempo per uscire in tempi utili. Insieme alle carestie, guerre ed epidemie hanno da sempre falcidiato l’umanità. E si sono rivelate ancora più devastanti quando si sono presentati in contemporanea. Ma non solo. Ci sono stati casi in cui la diffusione dell’epidemia ha determinato e sviluppato l’esito della guerra»

Quali epidemie prende in considerazione nel libro?
«Partiamo dalla celebre epidemia di Atene durante la Guerra del Peloponneso raccontata da Tucidide, epidemia che si scatenò a causa dell’assedio della città. Il volume si chiude con l’epidemia di Spagnola diffusasi sul finire della prima guerra mondiale, evidenziando le dinamiche di causa ed effetto e le concatenazioni tra le due piaghe, che si sono alimentate reciprocamente, determinando l’evoluzione in termini sociali, economici, politici, militari e psicologici delle società che hanno vissuto l’immane trauma».

La storia scandita da un calendario terrificante di epidemie e guerre, non c’è secolo che ne sia esente…
«È così, noi abbiamo considerato i casi più noti e quelli su cui le fonti storiche ci permettono di costruire un racconto non solo di dati ma anche di uomini. Dopo il caso della peste di Atene analizzo la peste antonina e le guerre di Marco Aurelio, una pandemia che favorì per certo versi le invasioni barbariche. Sempre la peste e le guerre di Giustiniano impedirono la ricostituzione dell’impero romano, mentre la peste nera del 1348, quella del Decameron, rese interminabile la guerra dei cent’anni. La peste manzoniana è coesistente con il complesso quadro politico e militare del XVII secolo che esasperò la prima grande guerra europea, ovvero la Guerra dei Trent’anni. Come dicevo prima il libro si chiude con la Spagnola, l’epidemia scoppiata durante la prima guerra mondiale».

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