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EMERGENZA SANITARIA

«Il teatro è respirare, ora ascolto il silenzio»

Emma Dante: «Non basta una piattaforma web per aiutare gli artisti e il settore»

Cinzia Franciò

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cfrancio@laprovinciacr.it

04 Maggio 2020 - 15:54

«Il teatro è respirare, ora ascolto il silenzio»

Emma Dante

CREMONA (4 maggio 2020) - «Il teatro è per me come l’acqua per i pesci» le parole di Paolo Grassi riecheggiano in quelle di Emma Dante, senza alcun dubbio la regista più rappresentativa del nostro teatro, che dalla sua Palermo racconta come vive questo momento in cui le attività teatrali sono bloccate dal Covid-19.
«Da noi abbiamo pochi contagiati, la situazione da voi al Nord è parecchio più complicata. Quando sento parlare del Nord mi viene spontaneo pensare alle vostre zone, a Casalmaggiore, al Po su cui ho portato i miei spettacoli, grazie al festival Il Grande fiume. Io sono chiusa in casa, ho la fortuna di avere un giardino. Ma il pensiero va inevitabilmente a chi soffre, a chi è malato, alle persone sole che non sanno come fare, a questa merda di virus che ci sta rubando la vita».

In tutta questa paralisi e in tutto questo dolore, il teatro che spazio ha?
«Diciamo che è giustamente l’ultimo dei problemi, i teatri sono chiusi, perché non c’è possibilità di fare teatro in queste condizioni. È sempre accaduto in tempo di grandi epidemie, ma questo non consola».

Non consola a tal punto che c’è chi continua a pensare al teatro come una possibile attività online. Lo stesso ministro Franceschini ha proposto, nei giorni scorsi, di istituire una piattaforma ad hoc.
«Lo dico come si dice da noi: si tratta di una minchiata col botto. Capisco l’esigenza di chi lo fa, ma non ha senso a livello generale, non è una soluzione, il teatro si fa qui ed ora ed è contatto fisico. Ma il discorso è più complesso. Da un lato c’è il problema dei lavoratori del teatro, della loro tutela, del loro sentirsi ed essere lavoratori di serie B. Dall’altro lato c’è l’aspetto del teatro come arte, come necessità, come comunità. E poi bisogna uscire dall’idea di cultura come consumo culturale».

Cosa intende dire?
«Faccio l’esempio dell’apertura delle librerie. Capisco tutto, ma chi frequenta le librerie sa che andare in libreria non vuol dire entrare in macelleria, andare dal carnezziere, come si dice da noi, dal macellaio e chiedere un etto di petto di pollo. Andare in libreria vuol dire vivere la libreria. Sfogliare i libri, annusarli, toccarli, cercare un contatto, essere liberi di perdersi fra i libri. Queste sono le librerie, non semplicemente un negozio dove si compra qualcosa, sono spazio di incontro e di confronto, non uno spaccio di libri. In tutto questo credo sia necessario distinguere la tutela dei lavoratori, dalla necessità di riprendere a fare teatro, o il pur lodevole sforzo di non smettere di promuovere il teatro attraverso i media».

Particolarmente urgente appare la tutela dei lavoratori dello spettacolo…
«Quello che sta passando è che ci sono persone utili ed inutili, cittadini utili e inutili. Coloro che lavorano nel teatro, nel cinema, gli artisti, gli scrittori, i musicisti fanno parte dei cittadini inutili. È questa l’informazione che sta passando… Il nostro lavoro è un lavoro a chiamata, in Francia ci chiamano intermittenti, perché lavoriamo quando facciamo spettacolo. Lo Stato dovrebbe pensare con più determinazione a questo comparto, non basta una piattaforma digitale per mantenere vivo il teatro, bisogna dare dignità ai suoi lavoratori. Non lo nascondo: in questo periodo mi sento messa da parte ed io posso permettermi di non lavorare per tre mesi, ma poi si vedrà».

Che soluzione vede per il teatro?
«Io non sono una che risolve i problemi, piuttosto il mio lavoro i problemi li pone, li fa emergere. Non so come si possa riaprire, ma credo che debbano riaprire come dovranno prima o poi riaprire le chiese, assicurando ai fedeli la ritualità della religione».

Il teatro come la chiesa?
«Il teatro per me è una chiesa, è un’assemblea, significato del termine chiesa. È un rito laico che convoca la comunità, una comunità presente, viva e partecipe».

Ma come pensare a un teatro con il distanziamento sociale, sembra una contraddizione terminologica?
«E forse lo è. Il teatro con la mascherina non si può fare. Penso al mio teatro che è contatto, fisicità, corpo. In questo caso, ma anche in generale, il teatro non sopporta la distanza, è fatto di contatto fisico e di corpo. Quindi non vedo altra possibilità che il silenzio».

Ovvero?
«Fermarci, ascoltare il silenzio, fare nostre le voci di un paese ferito, le immagini che ci arrivano di salme trasportate con i camion, di funerali non celebrati, di morti che si compiono nella solitudine. Questo schifo di morbo ci sta rubando non solo la vita, ma il nostro essere comunità di affetti, di uomini e donne».

In questo senso di comunità come legge le tante iniziative di teatro in streaming, di letture in rete, di teatro sui media?
«Lo leggo come una necessità di continuare a frequentare una normalità distrutta, un modo per sentirsi vivi. Ma non è questo il teatro, almeno per me».

E cos’è?
«Il teatro per me è come respirare, per questo per ricominciare è necessario essere sicuri e sarà possibile solo una volta che il virus sarà sconfitto. Non posso immaginare di uscire un attimo a prendere una boccata d’aria e poi tornare in apnea per non so quanto. Non funziona così, fare e vivere il teatro è, lo ripeto, stare insieme, uno appiccicato all’altro».

Si ha quasi l’impressione che tutta questa necessità di continuare il teatro via web sia per non far perdere l’abitudine agli spettatori di frequentare il linguaggio della scena e dello spettacolo dal vivo…
«Anche in questo caso l’analisi è duplice. C’è chi lo fa per tener vivo il suo essere artista, attore, musicista e questo accade creando opportunità di visioni di spettacoli o di letture in streaming. Ma non penso che lo spettatore sia così stupido, non credo che si dimentichi del teatro. Sono certa che il pubblico tornerà nelle sale. Il pubblico che amava andare a teatro, quando riapriremo sarà con noi, forse ancora di più di prima. Non credo serva a nulla tenerlo al guinzaglio, anzi… Dobbiamo avere rispetto del pubblico, gli spettatori non sono imbecilli. E poi non ci si dimentica, di respirare».

E lei in questo periodo cosa fa?
«Lo confesso. Un giorno ho chiesto a mio figlio Dimitrij che ha sette anni se voleva fare uno spettacolo con la mamma… Se ne è fuggito via, a gambe levate!».

Forse sa cosa vuol dire fare teatro con Emma Dante…
Ride: «Forse è proprio così, ha capito che rischio correva e ha evitato, alla grande».

Lei come si è sentita?
«All’inizio un po’ amareggiata, come un cuore di mamma che vede il figlio come una sua proprietà. Poi, però, ho capito che aveva ragione lui. E allora leggo, scrivo, penso a quando ricominceremo. La verità è che mi arrabbio perché nel paese che dice di avere a cuore la cultura, questa è in realtà l’ultima delle preoccupazioni, l’emergenza sanitaria non può cancellare le anime, la bellezza. E allora non nascondo di sentirmi un po’ messa da parte. Vorrei tornare a respirare a pieni polmoni, insieme alla magnifica comunità del teatro. Per ora mi limito ad ascoltare il silenzio».

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